RITAGLI   Il successo per forza   DIARIO

Stupido, ingombrante, costoso e inutile. Ritratto «anomalo» del missionario.

P. Franco Cagnasso *

("Mondo e Missione", Maggio 2006)

Non c’è: per venti giorni accompagna i genitori in visita al Paese e ad altre missioni. Con loro viaggiano, per una settimana, le due volontarie che operano da otto mesi nello stesso progetto, momentaneamente fermo. La gente ha accolto gli ospiti con entusiasmo, ha offerto regali, cantato e danzato per loro, che in Italia avranno molto da raccontare per animare con efficacia, mentre il figlio ritornerà al lavoro ricaricato. Fra tre mesi, come da contratto, arriveranno le ferie. A metà del triennio è previsto un mese a casa, prolungato leggermente per rimettersi dai malanni intestinali contratti ai tropici e per i necessari controlli specialistici. Non resterà poi molto tempo per concludere e passare la mano ad altri, se altri ci saranno. Intanto, urge mandare i resoconti, per dimostrare ai finanziatori che i soldi vengono spesi nei tempi stabiliti e secondo il progetto, pena il taglio delle rate successive. La pressione si fa sentire, la gente è lenta e impreparata, i nervi saltano facilmente; sono provvidenziali i fine settimana con amici venuti a vedere se, superati vari ostacoli familiari e professionali, potranno in futuro dare una mano, foss’anche solo per qualche mese...
«Stupido, ingombrante, costoso ed inutile». Alla giornata conclusiva del biennio formativo per laici di un organismo italiano, ho usato questi aggettivi per descrivere il missionario.
«Preso di stupore, intontito, tardo»: lo Zingarelli dà alla parola «stupido» questi significati, che bene abbozzano la condizione del missionario appena arrivato. Non conosce, perciò non capisce, né la lingua né tutto il resto. E chi non capisce è stupido. «Ingombrante», perché la gente - pur ospitale e benevola - non sa bene dove metterlo, come maneggiarlo, che cosa dargli da mangiare, come farsi capire e farlo contento. Anche quando (non sempre) si sforza di vivere, mangiare, vestire come loro, si tratta di un tentativo lodevole, ma inadeguato. Non andrà dai medici locali quando gli farà male un dente, per non prendersi l’Aids; si sposterà in auto o in aereo, quando deve andare lontano o accompagnare ospiti, perché deve risparmiare tempo. La casa  è povera, ma si può stare senza frigorifero? Occorre acqua sicura, e mangiando sempre solo cibo locale non si regge. Dovendo a ogni costo realizzare un progetto finanziato da donatori esigenti, con impazienza solleciterà tutti a ritmi più intensi, a un’efficienza indispensabile per lo sviluppo. Di fastidi ne avrà, e ne darà parecchi.
«Costoso». Guadagnerebbe di più in Italia - se non è disoccupato. Ma su un paragone fra costi effettivi, ciò che riceve «per spese personali», e stipendi locali è meglio soprassedere. Per non dire delle visite turistiche già ricordate...
E «inutile», in misura proporzionale al bisogno che sente di essere utile. La gente del posto è vissuta per millenni senza di lui, che cosa mai potrà significare la sua presenza e il suo affannoso lavoro di qualche mese? Rimarrà il ricordo del suo gran correre, di alcune stranezze (lo straniero è sempre strano...), qualche muro costruito perché «non se ne può fare a  meno», qualche attrezzo che, rotto, nessuno aggiusterà...
Ai giovani che ascoltavano perplessi, aggiungevo che questa mia impietosa descrizione non ha un lieto fine. I missionari sono così, possono soltanto, con il tempo, rendersi meno stupidi, meno ingombranti, meno costosi e meno inutili...
Che dire a chi va per tre anni o quattro, prima esperienza all’estero, prima responsabilità di lavoro, a volte  primi passi di vita coniugale?
Dico che è micidiale il bisogno di concludere un progetto nei modi e tempi stabiliti in un altro continente, anche se non sono mancati i viaggi preparatori con relativi rilievi tecnici; e che avere la pretesa di programmare, realizzare e concludere qualcosa in tre o quattro anni è ingenuo e presuntuoso.
Se ci si prepara bene, con realismo, e se con umiltà ci si riconosce stupidi, ingombranti, costosi e inutili, senza fare danni rilevanti a chi ci ospita, si tornerà arricchiti da un’esperienza bella, utile al missionario e alla sua chiesa d’origine.
Se il tutto si vive mettendo al primo posto un sincero, semplice desiderio di amicizia, allora si può sperare che resti pure una lieve traccia nei cuori di chi con pazienza ci ha accolto, curato e sopportato. Una traccia dell’amore e della gratuità di Cristo, per la quale vale la pena di sapersi stupidi, ingombranti, costosi e inutili.

* Missionario del Pime in Bangladesh