DA KABUL, UN GRIDO PER LE PICCOLE VITTIME INNOCENTI

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«La mia lotta contro il dolore»

ALBERTO CAIRO*
("Avvenire", 11/11/’07)

Qualche settimana fa ero a Faizabad, nel nord dell’Afghanistan. Il "Comitato internazionale" della "Croce Rossa" di Ginevra là ha uno dei sei centri di riabilitazione che ha creato nel Paese. Il mio compito è di verificare che funzionino, offrendo ai pazienti trattamenti fisici adeguati. Ogni volta che ci vado chiedo ai fisioterapisti notizie di Lidà, una bambina malata di tubercolosi ossea. Non è che una delle migliaia di pazienti, ma non la posso scordare. La incontrai circa due anni fa. Ricordo che l’inverno stava arrivando, lei era vestita leggera e le demmo un cappotto rosso. Ce l’aveva portata il padre, un uomo silenzioso, giovane ma già rugoso.
La tubercolosi in Afghanistan è molto diffusa, nella città di Faizabad c’è un dispensario, ma la gente dalle montagne ci arriva spesso troppo tardi. Per Lidà c’era tempo ancora. La radiografia della colonna già mostrava due vertebre intaccate e una leggera protrusione era visibile attraverso la pelle, c’era dolore, ma con un corsetto per prevenire il "gibbo", una terapia anti-tubercolare e degli anti-dolorifici, poteva guarire. Padre e figlia erano stati ammessi nel dormitorio e il piano di trattamento preparato: il calco del bustino era stato preso, le medicine date. Ma improvvisamente l’uomo chiede che Lidà sia dimessa.
Subito. «Due giorni e il corsetto è finito», gli diciamo. No, deve partire immediatamente: il cielo si è rannuvolato, può nevicare, spiega, bloccando il sentiero per tornare al villaggio fino a primavera. «La tubercolosi non è un raffreddore. Morirà», insistiamo senza mezzi termini. «A casa ho altri figli piccoli.
Moriranno se non vado da loro». Non ha tempo neppure per andare al dispensario e fare scorta di medicine. «Tornerò in primavera», promette. Partono, entrambi sofferenti. Lei alla schiena, lui certo straziato dal dover scegliere quale tra i figli fare sopravvivere.
Dicono che gli afgani sopportino il dolore meglio di altri, "temprati" fin da piccoli da vite difficili. Vero? Me lo auguro. Eppure non mi piace sentirlo dire. L’ho visto diventare, come in tanti altri Paesi disgraziati, un comodo alibi per chi porta aiuti: «In Afghanistan, causato da guerra, siccità, malattie, il dolore è ineluttabile, la gente ci è abituata». Si finisce per crederlo «meno doloroso». Si alzano le spalle, con rassegnazione. Allora, per un Paese del genere, qualsiasi aiuto va bene, anche scadente, di seconda scelta. In tutti i campi, per primo quello medico, si accetta una bassa qualità. Così c’è chi muore per una operazione alla prostata, o di parto; un bambino su cinque non arriva ai cinque anni, la poliomielite continua a fare vittime. E provocare dolore.
Sappiamo tutti bene che ci vogliono anni per migliorare.
Siamo realisti: pensare oggi di introdurre e mantenere in Afghanistan "standard" europei è un sogno. Temporanei compromessi sono necessari. Ma il dolore non può essere negato né minimizzato. È dolore e basta. Va alleviato. Lidà purtroppo al centro di riabilitazione non è mai tornata.

* Alberto Cairo, medico piemontese, lavora in Afghanistan
per il "Progetto ortopedico" del "Comitato internazionale" della "Croce Rossa".