LA DENUNCIA

Nei Paesi avanzati, i credenti in Cristo devono spronare di più i governanti,
perché rispettino gli impegni presi verso il Terzo Mondo;
e nei Paesi poveri vigilare per una buona "governance".

RITAGLI    Fame e sviluppo, "mea culpa" cristiano    DOCUMENTI

Michel Camdessus
("Avvenire", 29/11/’07)

L’Enciclica "Populorum progressio", di cui abbiamo celebrato a Pasqua 2007 il "40° Anniversario", fu veramente profetica.
"Sollicitudo rei socialis" ne ha attualizzato ed ampliato il campo, prendendo atto dell’aggravamento della situazione dei Paesi poveri e, in particolare, della situazione dei Paesi dell’Est poco prima della caduta del "Muro di Berlino". Vent’anni dopo la "Sollicitudo rei socialis", il mondo è cambiato ancora di più rispetto ai venti anni precedenti. La globalizzazione non ha mai cessato la sua accelerazione, i problemi economici, finanziari, ecologici si sono moltiplicati e soprattutto nuovi importanti "partner" sono apparsi sulla scena internazionale.
Dopo il 1967 e il 1987, il mondo è certamente cambiato molto: - la globalizzazione, che le Encicliche già prendevano in considerazione, ha amplificato e poi precipitato la sua corsa, purtroppo senza che le risposte che i Papi si aspettavano in termini di "governance" mondiale si spingessero molto lontano; - la divisione in "due blocchi" è scomparsa, ma il suo posto è stato preso da un’altra opposizione, a proposito della quale ci viene detto che potrebbe preludere allo "scontro fra civiltà"; - l’economia e le condizioni del terzo mondo si sono singolarmente diversificate, con il rapido progresso dei Paesi emergenti ma anche con la grave regressione dei Paesi poveri in termini relativi, anche se progressi notevoli vengono registrati qua e là; in una parola, la miseria dei Paesi più poveri rimane sempre indegna; - il terrorismo è diventato una minaccia alla quale non sfugge nessun Paese; - emerge una società civile internazionale; essa esercita un ruolo sempre più attivo di promozione e difesa dei più poveri e dei diritti dell’uomo in generale; - a causa del "surriscaldamento" del clima, della desertificazione e delle catastrofi ecologiche di ogni tipo, il mondo prende sempre più coscienza del processo di esaurimento delle fonti non rinnovabili e di saccheggio del nostro ambiente naturale: in questo ambito, il mondo avverte di trovarsi sulla soglia dell’irreversibile e viene meglio percepita l’urgenza di una reazione; - davanti a questo quadro così contrastante, la perplessità e l’inquietudine non possono non invadere gli uomini di buona volontà. Il mondo appare diviso fra le società dell’abbondanza, i cui membri "satolli" sono sempre più alla ricerca del senso della loro vita, e quelle della miseria più profonda, malate di speranza. Come non rallegrarsi nel vedere in India e in
Cina, ad esempio, centinaia di milioni di persone affrancarsi dalla povertà? Ma come aiutarle ad evitare le piaghe "consumiste" dalle quali l’Occidente non riesce ad affrancarsi? Come non avvertire un’angoscia profonda davanti alla lentezza dei progressi di sviluppo di un continente come l’Africa, la cui popolazione per la fine della prima metà del XXI secolo sarà aumentata di un miliardo di abitanti?
Nella "Populorum progressio",
Paolo VI propone una prima idea di bene comune: «Combattere la miseria e lottare contro l’ingiustizia, è promuovere, insieme con il miglioramento delle condizioni di vita, il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell’umanità» (n. 76). Non dubito affatto che, se avesse parlato nel 2007, Paolo VI avrebbe aggiunto alla lotta contro la miseria e l’ingiustizia, lo sforzo di conservazione dell’ambiente naturale e di moderazione del suo utilizzo, in modo che le generazioni future possano a loro volta gioire della creazione che ci è stata affidata.
Forse è necessario aggiungere anche che, in un mondo sempre più segnato o minacciato da flagelli che trascendono ogni frontiera, il bene comune dell’umanità richiede anche che la comunità degli uomini si doti di strumenti capaci di definire le strategie e applicare i mezzi per dare, nel pieno rispetto del principio di "sussidiarietà", quelle risposte che gli "Stati-nazione", anche con la cooperazione dei loro vicini, realizzerebbero in modo incompleto.
In tal modo si delineano i principali elementi costitutivi del bene comune globale, che la famiglia umana intera deve ormai perseguire per vivere meglio in un pianeta "globalizzato": - lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo nel rispetto della sua dignità e dei suoi diritti; - la promozione in tutti gli uomini, ricchi e poveri, dei valori della responsabilità e della solidarietà per il bene di tutti; - la costruzione di un sistema di "governance" mondiale che permetta effettivamente di scongiurare i nuovi rischi che si palesano, ma anche di valorizzare a favore di tutti gli uomini, in una pace assicurata in modo migliore, eventuali potenzialità prodigiose future di sviluppo umano.
Guardiamoci dal pensare di trovarci in presenza di obiettivi inaccessibili. Questo vorrebbe dire una volta di più acconsentire a quella «vera e propria defezione» dalla quale
Giovanni Paolo II ci metteva in guardia. È meglio impegnarci nell’identificare negli sforzi attuali della comunità internazionale - nonostante le loro insufficienze - quelle iniziative nuove che potremmo tentare di trasformare in punti di riferimento sulla lunga strada verso il bene comune della famiglia umana.
Nell’ultimo decennio, sono stati moltiplicati gli sforzi per accrescere gli aiuti allo sviluppo (in particolare negli impegni del "Summit" di Gleneagles) o per raggiungere gli "Obiettivi del Millennio"; sarebbe quindi più che mai necessario concentrare il nostro impegno sul rispetto della parola data, senza il quale nessuna comunità umana può essere edificata. Tale rispetto scrupoloso degli impegni presi deve essere il cemento del bene pubblico globale.
Nei Paesi avanzati, i cristiani dovrebbero considerare come dovere tassativo il ricordare incessantemente ai propri governanti gli impegni così contratti, sia che si tratti di donazioni pubbliche allo sviluppo che di promesse di annullamento del debito. Nei Paesi in via di sviluppo, deve essere posta in essere una analoga vigilanza per assicurare che siano scrupolosamente mantenuti gli impegni nei confronti della comunità internazionale riguardo una buona "governance" e lo sviluppo umano e che gli aiuti esterni siano rigorosamente destinati agli obiettivi prioritari (educazione, sanità, sviluppo rurale, ecc.) ai quali sono destinati.