Economia e "crisi alimentare"

RITAGLI    La "sopravvivenza" non può essere    MISSIONE AMICIZIA
oggetto di scambio

Al mercato della frutta in India...

Luigi Campiglio
("Avvenire", 11/4/’08)

Se l’inflazione è una "tassa iniqua", l’impennata dei prezzi alimentari è una seria minaccia alla "sopravvivenza" fisica dei più deboli: nei Paesi "emergenti" il forte aumento dei prezzi di prima necessità sta già provocando aperte tensioni sociali, mentre nei Paesi "sviluppati" il disagio colpisce con durezza i ceti economicamente più deboli. Viviamo una delicata situazione di crisi finanziaria internazionale della cui natura è importante avere consapevolezza, per poter formulare politiche adeguate.
Negli anni recenti, il mondo ha attraversato un periodo di eccessiva abbondanza di "liquidità", che ha generato una "fiammata" inflazionistica nel settore immobiliare: per spegnere la "fiamma" le banche centrali hanno ridotto la "liquidità" aumentando il prezzo del denaro, cioè i tassi di interesse. Ma ciò ha provocato una crisi "nevralgica" nel settore finanziario americano implicato in gigantesche operazioni "speculative", con il rischio di una propagazione "epidemica" al resto del mondo: per evitarla le banche centrali hanno restituito "liquidità" al sistema, così ritornando, tuttavia, alla casella di partenza di un pericoloso "gioco dell’oca". La questione centrale oggi è quella di evitare l’aumento dell’inflazione senza ricorrere alla medicina più sicura, ma anche più amara: la "recessione". L’inflazione è infatti, oggi, doppiamente "iniqua", sia perché colpisce i beni alimentari, sia perché rappresenta una tassa "occulta" che il mondo paga per le follie finanziarie di "manager" irresponsabili che hanno incassato gli utili in nome del mercato, e hanno invece "scaricato" sulla società le perdite in nome dell’interesse collettivo. Ma questo è anche il "capolinea" di una visione troppo ideologica delle virtù del mercato: la teoria economica considera, infatti, come presupposto ciò che andrebbe invece dimostrato, e cioè la capacità di garantire la "sopravvivenza" fisica dei soggetti che al suo interno operano. In altre parole, perché una economia di mercato possa funzionare è necessario che ciascuno disponga di una "dotazione" iniziale di risorse che gli consenta di sopravvivere. La "fragilità" di una visione di un mercato con poche o mal sopportate regole si rivela con evidenza nei momenti di crisi, e ancora di più quando la vita stessa delle persone diventa un oggetto di "scambio".
Le cause dell’attuale "crisi alimentare" sono ben note: la maggiore domanda di cereali da parte dei Paesi emergenti come
Cina e India, la "riconversione" di enormi aree agricole alla produzione di "bio-combustibili", cattivi raccolti dovuti a possibili modificazioni climatiche e, a partire da ciò, una enorme "scommessa" speculativa, di tipo finanziario, alimentata dalla "liquidità" di cui sopra si accennava. La prima causa – peraltro un segno di maggior benessere – potrebbe essere assorbita con modeste "perturbazioni", ma le altre tre cause sono il risultato diretto o indiretto dell’opera dell’uomo. In questa fase, il danno è ormai prodotto. Possiamo solo raccogliere i "cocci" per ricostruire un "vaso" più resistente per il futuro.
La questione della "food security", ovvero della garanzia dell’accesso a tutti di un nutrimento adeguato per quantità e qualità, rappresenta, oggi, la grande opportunità per contribuire – anche con la tematica al centro dell’
"Expo 2015": "Nutrire il pianeta, energia per la vita" – ai problemi dell’umanità. È un’occasione per intervenire, con iniziative e proposte, sulle drammatiche situazioni che l’inflazione del settore alimentare provoca in tutto il mondo. E l’Italia, purtroppo, non fa eccezione: negli ultimi anni il 4-5 per cento delle famiglie dichiarava di aver avuto difficoltà nell’acquisto di beni alimentari e vi è ragione di ritenere che, nei dodici mesi che sono appena trascorsi, il numero di famiglie in difficoltà sia ulteriormente aumentato.