Esperienza nel giorno dedicato ai religiosi
Mi sono
nascosta in Dio ![]()
per raggiungere tutti gli uomini
Anna
Maria Canopi*
("Avvenire", 2/2/’08)
Oso introdurmi nel discorso
sulla vita consacrata con un ricordo d’infanzia che mi ha profondamente
segnata. Avevo circa quattro anni.
Si celebrava la Pasqua e la Chiesa del paese era gremita di gente che tra luci,
suoni e canti esprimeva spontaneamente la sua gioia cristiana. Sulle braccia di
mia madre, io guardavo l’altare, il prete con i "paramenti" festivi,
i chierichetti in "tunicelle" bianche e rosse. Era il
"paradiso". Ecco, sono convinta che a partire da quell’esperienza
infantile la "liturgia" ha cominciato a plasmare la mia anima, a farle
sentire un trasporto d’amore verso Dio, a darle il gusto delle cose di Dio e
il senso della Chiesa. La vocazione è un dono: Dio sceglie e chiama fin dal
grembo materno. In me la vocazione si è manifestata già nella fanciullezza e
ha preso consapevolezza nell’adolescenza. Quando, al termine degli studi,
presi la decisione di compiere questo passo e mi venne consigliata una forma di
consacrazione nel mondo, sentivo che non mi sarebbe bastata. Andò sempre più
maturando in me la convinzione che per raggiungere tutti gli uomini era
necessario dare se stessi, come Gesù, in un "impeto" di totale amore.
La vita monastica mi apparve l’attuazione missionaria che Dio aveva scelto per
me. Non dovetti far altro che acconsentire. Mi diventavano più chiare anche le
parole di Gesù ai discepoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi…»
(Gv 15,16) e ancora: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita
per i propri amici» (Gv 15,13).
Ecco, io mi sentivo chiamata a quel "più grande amore" e il Signore
mi indicava la via del "martirio d’amor" che, in certo modo, è la
vita monastica, la quale mi si è rivelata attraverso le "Sacre Scritture" ed è
maturata alimentandosi ad esse. Ero colpita da quanto è detto del profeta
Samuele – egli non lasciò andare a vuoto una sola delle parole del Signore (cfr.
1 Sam 3,19) – e desideravo fare altrettanto, per quanto mi fosse possibile con
lo stesso aiuto di Dio.
Stabilita in un luogo, in una comunità monastica, da anni vado sperimentando
con crescente stupore e gratitudine come sia vero ciò che un monaco dei primi
secoli – Evagrio Pontico – affermava: «Monaco è colui che è separato da
tutti per essere unito a tutti».
Effettivamente è così. Ogni monastero semplicemente con la sua presenza, con
il suo modo di vivere, annuncia il Vangelo della salvezza e della gioia,
testimonia l’amore infinito di Dio. Ho ormai quasi cinquant’anni di vita
monastica e posso testimoniarne la bellezza e la fecondità, anche perché,
trovandomi ormai da molti anni a compiere il servizio "abbaziale"
nella mia comunità monastica, faccio una particolare esperienza di
"maternità spirituale". Ogni anno ho la gioia di accogliere nuove
giovani attratte dalla vita contemplativa e desiderose di consacrarsi totalmente
e per sempre al Signore: giovani che, accolte in seno alla comunità, sono da
generare alla vita monastica, perché possano divenire delle "madri di
Dio", madri della Chiesa, madri dell’umanità. Anche oggi nella Festa
della "Presentazione
del Signore"
una giovanissima novizia della mia comunità fa la "professione"
emettendo i voti secondo la "Regola" di San Benedetto. Penso che il
valore e il fascino della
vita consacrata
nelle sue varie forme non si
"eclisserà" mai nella Chiesa, perché in essa si esprime la fedeltà
del Signore alla sua "mistica" sposa, chiamata ad essere segno
"escatologico", ossia segno visibile e anticipo delle realtà che rimangono in
eterno, mentre «passa la scena di questo mondo» (1 Cor 7,31).
* Abbazia Benedettina "Mater Ecclesiae"