IL DOCUMENTO

«Si fa un gran parlare del gesto di Giuda e non ci si accorge che lo si sta rinnovando:
il Salvatore viene ancora venduto, non più ai capi del sinedrio per trenta,
ma a editori e librai per miliardi di denari». Il "j’accuse" di Padre Cantalamessa.

RITAGLI   La Passione tradita dagli scoop   DIARIO

«Milioni di persone sono indotte da abili rimaneggiatori di leggende antiche
a credere che Gesù non è, in realtà, mai stato crocifisso.
Quando si tratta di Cristo la fantasia supera la realtà ed è anche più redditizia».
«L’equivoco sta nell’usare apocrifi del II-III secolo per far dire loro il contrario
di quello che intendevano. Per la gnosi il corpo è una prigione,
mentre la cosa buffa è vedervi la esaltazione del principio femminile».

Raniero Cantalamessa
("Avvenire’, 18/4/’06)

L’ultimo «scoop» è stato il cosiddetto «Vangelo di Giuda», la pubblicazione con molto clamore mediatico e proprio nei giorni della settimana santa di un testo gnostico del III secolo, scritto sul quale abbiamo già aperto il dibattito nei giorni scorsi (in particolare il 7, l’8 e il 12 aprile). Ma prima c’era stato ovviamente il «Codice da Vinci» - di cui presto uscirà il film. Riproponiamo in questa pagina la prima parte della predica del Venerdì santo, tenuta nella basilica di San Pietro dal predicatore della Casa pontificia, il cappuccino Padre Raniero Cantalamessa.

«Verranno giorni in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa di nuovo, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (2 Tim 4,3-4). Questa parola della Scrittura - soprattutto l'accenno al prurito di udire cose nuove - si sta realizzando in modo nuovo e impressionante ai nostri giorni. Mentre noi celebriamo qui il ricordo della passione e morte del Salvatore, milioni di persone sono indotte da abili rimaneggiatori di leggende antiche a credere che Gesù di Nazareth non è, in realtà, mai stato crocifisso. «È una constatazione poco lusinghiera per la natura umana - scriveva anni fa il più grande studioso biblico della storia della Passione, Raymond Brown - : quanto più fantastico è lo scenario immaginato, tanto più sensazionale è la propaganda che riceve e più forte l'interesse che suscita. Persone che non si darebbero mai la pena di leggere un'analisi seria delle tradizioni storiche sulla passione, morte e risurrezione di Gesù, sono affascinate da ogni nuova teoria secondo cui egli non fu crocifisso e non morì, specialmente se il seguito della storia comprende la sua fuga con Maria Maddalena verso l'India (o verso la Francia, secondo la versione più aggiornata)… Queste teorie dimostrano che quando si tratta della Passione di Gesù, a dispetto della massima popolare, la fantasia supera la realtà, ed è, ahimé, anche più redditizia». Si fa un gran parlare del tradimento di Giuda e non ci si accorge che lo si sta rinnovando. Cristo viene ancora venduto, non più ai capi del sinedrio per trenta denari, ma a editori e librai per miliardi di denari… Nessuno riuscirà a fermare quest'ondata speculativa, che anzi registrerà un'impennata con l'uscita imminente di un certo film, ma essendomi occupato per anni di Storia delle origini cristiane sento il dovere di attirare l'attenzione su un equivoco madornale che è al fondo di tutta questa letteratura pseudo-storica. L'equivoco consiste nel fatto che si utilizzano degli scritti apocrifi del II-III secolo (Vangelo di Tommaso, di Filippo, di Giuda) per far dire loro esattamente il contrario di quello che intendevano. Essi fanno parte della letteratura gnostica. Per la gnosi il mondo materiale è una illusione e una prigione; Cristo non è morto sulla croce, per il semplice motivo che non aveva mai assunto, se non in apparenza, un corpo umano, essendo questo indegno di Dio (docetismo); se in uno di tali scritti, di cui si è fatto gran parlare nei giorni scorsi, egli stesso ordina a Giuda di tradirlo è perché, morendo, lo spirito divino che è in lui potrà finalmente liberarsi dell'involucro della carne e risalire al cielo. La donna si salverà solo se il «principio femminile» ("thelus") da essa impersonato, si trasformerà nel principio maschile, cioè se cesserà di essere donna . Si capisce perché la setta dei manichei adottarono tali vangeli come le proprie scritture. La cosa buffa è che oggi c'è chi crede di vedere in questi scritti l'esaltazione del principio femminile, della sessualità, del pieno e disinibito godimento di questo mondo materiale, in polemica con la Chiesa ufficiale che avrebbe sempre conculcato tutto ciò! Lo stesso equivoco che si nota a proposito della dottrina della reincarnazione. Presente nelle religioni orientali come una punizione dovuta a precedenti colpe e come la cosa a cui si anela a porre fine con tutte le forze, essa è accolta in Occidente come una meravigliosa possibilità di tornare a vivere e a godere indefinitamente di questo mondo. Sono cose che non meriterebbero di essere trattate in questo luogo e in questo giorno, ma non possiamo permettere che il silenzio dei credenti venga scambiato per imbarazzo e che la buona fede (o la dabbenaggine?) di milioni di persone venga grossolanamente manipolata dai media, senza alzare un grido di protesta in nome non solo della fede, ma anche del buon senso e della sana ragione. È il momento, credo, di riascoltare l'ammonimento di Dante Alighieri: «Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: non siate come penna ad ogni vento, e non crediate ch'ogni acqua vi lavi. Avete il novo e 'l vecchio Testamento, e 'l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento… Uomini siate, e non pecore matte». (...) L'enciclica "Deus caritas est" ci indica un nuovo modo di fare apologia della fede cristiana, forse l'unico possibile oggi e certamente il più efficace. Non contrappone i valori soprannaturali a quelli naturali, l'amore divino all'amore umano, l'eros e l'agape, ma ne mostra l'originaria armonia, sempre da riscoprire e da risanare, a causa del peccato e della fragilità umana. «L'eros - scrive il Papa - vuole sollevarci "in estasi" verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni». Il vangelo è, sì, in concorrenza con gli ideali umani, ma nel senso letterale che «con-corre» alla loro realizzazione. Non esclude l'eros dalla vita, ma il veleno dell'egoismo dall'eros. Vi sono tre ordini di grandezza, ha detto Pascal in un celebre pensiero. Il primo è l'ordine materiale o dei corpi: in esso eccelle chi ha molti beni, chi è dotato di forza atletica o bellezza fisica. È un valore da non disprezzare, ma il più basso. Sopra di esso c'è l'ordine del genio e dell'intelligenza in cui si distinguono i pensatori, gli inventori, gli scienziati, gli artisti, i poeti. Questo è un ordine di qualità diversa. Al genio non aggiunge e non toglie nulla l'essere ricco o povero, bello o brutto. Questo del genio è un valore certamente più alto del precedente, ma non ancora il supremo. Sopra di esso c'è un altro ordine di grandezza, ed è l'ordine dell'amore, della bontà. (Pascal lo chiama l'ordine della santità e della grazia). Una goccia di santità, diceva Gounod, vale più di un oceano di genio. Al santo non aggiunge e non toglie nulla l'essere bello o brutto, dotto o illetterato. La sua grandezza è di un ordine diverso. Il cristianesimo appartiene a questo terzo livello. Nel romanzo "Quo vadis", un pagano chiede all'apostolo Pietro appena giunto a Roma: «Atene ci ha donato la sapienza, Roma la potenza; la vostra religione cosa ci offre?». E Pietro risponde: l'amore! L'amore è la cosa più fragile che esista al mondo; viene rappresentato, ed è, come un bambino. Lo si può uccidere con nulla, come - lo abbiamo visto con orrore in Italia nelle passate settimane - , si può fare con un bambino. Ma cosa diventano la potenza e la scienza, la forza e il genio, senza l'amore e la bontà? Diventano Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki, il terrorismo e tutto il resto che conosciamo bene. (...) Gesù chiama Giuda «amico» (Mt 26, 50) non perché Giuda lo amasse, ma perché lui lo amava! Non c'è amore più grande che dare la propria vita per i nemici, considerandoli amici: ecco il senso della frase di Gesù. Gli uomini possono essere, o atteggiarsi, a nemici di Dio, Dio non potrà mai essere nemico dell'uomo. È il terribile vantaggio dei figli sui padri (e sulle madri). Dobbiamo riflettere in che modo, concretamente, l'amore di Cristo sulla croce può aiutare l'uomo d'oggi a trovare, come dice l'enciclica, «la strada del suo vivere e del suo amare». Esso è un amore di misericordia, che scusa e perdona, che non vuole distruggere il nemico, ma semmai l'inimicizia (cfr. Ef 2, 16). Geremia, il più vicino tra gli uomini al Cristo della Passione, prega Dio dicendo: «Possa io vedere la tua vendetta su di loro» (Ger 11, 20); Gesù muore dicendo: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). È proprio di questa misericordia e capacità di perdono che abbiamo bisogno oggi, per non scivolare sempre più nel baratro di una violenza globalizzata. L'Apostolo scriveva ai Colossesi: «Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti (alla lettera: di viscere!) di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3, 12-13). Avere misericordia significa impietosirsi ("misereor") nel cuore ("cordis") a riguardo del proprio nemico, capire di che pasta siamo fatti tutti quanti e quindi perdonare. Cosa potrebbe succedere se, per un miracolo della storia, nel Vicino Oriente, i due popoli da decenni in lotta, anziché alle colpe, cominciassero a pensare gli uni alla sofferenza degli altri, a impietosirsi gli uni degli altri. Non sarebbe più necessario nessun muro di divisione tra loro. La stessa cosa si deve dire di tanti altri conflitti nel mondo, compresi quelli tra le diverse confessioni religiose e Chiese cristiane.