Avvento 2007 alla
"Casa Pontificia"
Giovanni Battista,
"più che un profeta"
![]()
Santo Padre,
Venerabili Padri, fratelli e sorelle, la volta scorsa, partendo dal testo di
"Ebrei 1,1-3", ho cercato di delineare l’immagine di Gesú quale
risulta dal confronto con i profeti. Ma tra il tempo dei profeti e quello di
Gesú c’è una figura speciale che fa da cerniera tra i primi e il secondo:
Giovanni Battista. Nulla, nel Nuovo Testamento, serve meglio a mettere in luce
la novità di Cristo quanto il confronto con il Battista.
Il tema del compimento, della svolta epocale, emerge nitido dai testi in cui
Gesú stesso si esprime sul suo rapporto con il Precursore. Oggi gli studiosi
riconoscono che i detti che si leggono al riguardo nei vangeli non sono
invenzioni o adattamenti apologetici della comunità posteriori alla Pasqua, ma
risalgono nella sostanza al Gesú storico. Alcuni di essi diventano, anzi,
inspiegabili se attribuiti alla comunità cristiana posteriore [1].
Una riflessione su Gesù e il Battista è anche il modo migliore per metterci in
sintonia con la liturgia dell’Avvento. Il vangelo della seconda e della terza
Domenica di Avvento hanno infatti al centro proprio la figura e il messaggio del
Precursore. C’è una progressione nell’Avvento: nella prima settimana la
voce di spicco è quella del profeta Isaia che annuncia il Messia da lontano;
nella seconda e terza settimana è quella del Battista che annuncia il Cristo
presente; nell’ultima settimana il profeta e il Precursore lasciano il posto
alla Madre che lo porta in grembo.
In questa cappella "Redemptoris Mater" abbiamo davanti agli occhi il
Precursore in due momenti. Nella parete laterale lo vediamo nell’atto di
battezzare Gesú, curvo ad arco verso di lui in segno di riconoscimento della
sua superiorità; nella parete di fondo, nell’atteggiamento della "Deesis"
tipico della iconografia bizantina.
1. La grande svolta
Il testo più completo in cui
Gesú si esprime sul suo rapporto con Giovanni Battista è il brano evangelico
che la liturgia ci farà leggere domenica prossima nella Messa. Giovanni, dalla
prigione, manda i suoi discepoli a chiedere a Gesú: "Sei tu colui che deve
venire o dobbiamo aspettare un altro?" (Mt 11,2-6; Lc 7,19-23).
La predicazione del Rabbi di Nazareth che lui stesso aveva battezzato e
presentato a Israele sembra a Giovanni andare in una direzione ben diversa da
quella fiammeggiante che egli si aspettava. Più che il giudizio imminente di
Dio, egli predica la misericordia presente, offerta a tutti, giusti e peccatori.
Gesú dissipa i dubbi del Precursore, rimandando ai segni messianici che si
compiono in lui.
Ma la cosa più significativa di tutto il testo è l’elogio che Gesù fa del
Battista, dopo che i messi di Giovanni si sono allontanati: "Cosa siete
andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta […]. In
verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il
Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre
violenza e i violenti se ne impadroniscono. La Legge e tutti i Profeti infatti
hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, egli è quell'Elia
che deve venire. Chi ha orecchi intenda" (Mt 11,11-15).
Una cosa appare inequivocabile da queste parole: tra la missione di Giovanni
Batista e quella di Gesú è avvenuto qualcosa di così decisivo da costituire
uno spartiacque tra due epoche. Il baricentro della storia si è spostato: la
cosa più importante non è più in un futuro più o meno imminente, ma è
"ora e qui", nel regno che è già operante nella persona di Cristo.
Tra le due predicazioni è avvenuto un salto di qualità: il più piccolo del
nuovo ordine è superiore al più grande dell’ordine precedente.
Questo tema del compimento e della svolta epocale trova conferma in molti altri
contesti del vangelo. Basta ricordare alcune parole di Gesù come: "Ecco,
ora qui c'è più di Giona! […]. Ecco, ora qui c'è più di Salomone!"
(Mt 12,41-42). "Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi
perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato
vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate,
e non l'udirono!" (Mt 13,16-17). Tutte le cosiddette "parabole del
regno", – si pensi a quelle del tesoro nascosto e della perla preziosa
– esprimono la stessa idea di fondo: con Gesú è scoccata l’ora decisiva
della storia, davanti a lui si impone la decisione dalla quale dipende la
salvezza.
Fu questa constatazione che spinse i discepoli di Bultmann a separarsi dal
maestro. Bultmann collocava Gesú nel giudaismo, facendo di lui una premessa del
cristianesimo, non ancora un cristiano; attribuiva invece la grande svolta alla
fede della comunità post-pasquale. Bornkamm e Conzelmann si resero conto dell’impossibilità
di questa tesi: la "svolta epocale" avviene già nella predicazione di
Gesú. Giovanni appartiene alle "premesse" e alla preparazione, ma con
Gesú siamo già al tempo del compimento.
Nel suo libro "Gesù
di Nazaret", il Santo
Padre conferma questa
conquista dell’esegesi più seria e aggiornata. Scrive: "Perché si
giungesse a quel contrasto radicale, perché si ricorresse a quel gesto estremo
– la consegna ai romani – doveva essere accaduto o essere stato detto
qualcosa di drammatico. L’elemento importante e sconvolgente si colloca
proprio all’inizio; la Chiesa nascente dovette riconoscerlo solo lentamente in
tutta la sua grandezza, afferrarlo poco per volta, accompagnando e penetrando il
ricordo con la riflessione […]. L’elemento grande, nuovo ed eccitante
proviene proprio da Gesú; nella fede e nella vita della comunità esso viene
dispiegato, ma non creato. Anzi, la comunità non si sarebbe neppure formata e
non sarebbe sopravvissuta se non fosse stata preceduta da una realtà
straordinaria" [2].
Nella teologia di Luca è evidente che Gesú occupa "il centro del
tempo". Con la sua venuta egli ha diviso la storia in due parti, creando un
"prima" e un "dopo" assoluti. Oggi sta diventando prassi
comune, specie nella stampa laica, quella di abbandonare il modo tradizionale di
datare gli eventi "avanti Cristo" o "dopo Cristo"
("ante Christum natum" e "post Christum natum"), in favore
della formula più neutrale "prima dell’era volgare" e "dell’era
volgare". È una scelta motivata dal desiderio di non urtare la
sensibilità di popoli di altre religioni che usano la cronologia cristiana; in
tal senso va rispettata, ma per i cristiani resta indiscusso il ruolo
"discriminante" della venuta di Cristo per la storia religiosa dell’umanità.
2. Egli vi battezzerà in Spirito Santo
Ora, come sempre, partiamo dalla certezza esegetica e teologica messa in luce
per venire all’oggi della nostra vita.
Il confronto tra il Battista e Gesú si cristallizza nel Nuovo Testamento nel
confronto tra il battesimo di acqua e il battesimo di Spirito. "Io vi ho
battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo" (Mc 1,8;
Mt 3,11; Lc 3,16). "Io non lo conoscevo – dice il Battista nel vangelo di
Giovanni – , ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto:
L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in
Spirito Santo" (Gv 1,33). E Pietro, nella casa di Cornelio: "Mi
ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: Giovanni battezzò con
acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo" (At 11,16).
Che significa dire che Gesú è colui che battezza in Spirito Santo? L’espressione
non serve solo a distinguere il battesimo di Gesú da quello di Giovanni; serve
a distinguere l’intera persona e opera di Cristo da quelle del Precursore. In
altre parole, in tutta la sua opera Gesú è colui che battezza in Spirito
Santo. Battezzare ha qui un significato metaforico; vuol dire inondare,
avvolgere da tutte le parti, come fa l’acqua con i corpi immersi in essa.
Gesú "battezza in Spirito Santo" nel senso che riceve e dà lo
Spirito "senza misura" (cfr. Gv 3,34), che "effonde" il suo
Spirito (At 2,33) su tutta l’umanità redenta. L’espressione si riferisce
più all’avvenimento di Pentecoste che al sacramento del battesimo.
"Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito
Santo, fra non molti giorni" (At 1,5), dice Gesú agli apostoli riferendosi
evidentemente alla Pentecoste che sarebbe avvenuta di lì a pochi giorni.
L’espressione "battezzare nello Spirito" definisce dunque l’opera
essenziale del Messia che già nei profeti dell’Antico Testamento appare
orientata a rigenerare l’umanità mediante una grande e universale effusione
dello Spirito di Dio (cfr. Gl 3,1 ss.). Applicando tutto ciò alla vita e al
tempo della Chiesa, dobbiamo concludere che Gesú risuscitato non battezza in
Spirito Santo unicamente nel sacramento del battesimo, ma, in modo diverso,
anche in altri momenti: nell’Eucaristia, nell’ascolto della Parola e, in
genere, in tutti i mezzi di grazia. Se lo vogliamo, questa cappella può essere
ora il cenacolo in cui il Risorto entra a porte chiuse, alita su di noi e dice,
quasi implorandoci: "Ricevete lo Spirito Santo".
San Tommaso d’Aquino scrive: "C’è una missione invisibile dello
Spirito ogni volta che si realizza un progresso nella virtù o un aumento di
grazia...; quando qualcuno passa a una nuova attività o a un nuovo stato di
grazia" [3]. La liturgia stessa della Chiesa inculca ciò. Tutte le sue
preghiere e i suoi inni allo Spirito Santo cominciano con il grido:
"Vieni!": "Vieni o Spirito Creatore", "Vieni, Santo
Spirito". Eppure chi prega così ha gia ricevuto una volta lo Spirito. Vuol
dire che lo Spirito è qualcosa che abbiamo ricevuto e che dobbiamo ricevere
sempre di nuovo.
3. Il battesimo nello Spirito
In questo contesto, bisogna accennare al cosiddetto "battesimo dello
Spirito" che da un secolo è divenuto esperienza vissuta da milioni di
credenti in quasi tutte le denominazioni cristiane. Si tratta di un rito fatto
di gesti di grande semplicità, accompagnati da disposizioni di pentimento e di
fede nella promessa di Cristo: "Il Padre darà lo Spirito Santo a chi
glielo chiede".
È un rinnovamento e una attivazione, non solo del battesimo e della cresima, ma
di tutti gli eventi di grazia del proprio stato: ordinazione sacerdotale,
professione religiosa, matrimonio. L’interessato vi si prepara, oltre che
attraverso una buona confessione, partecipando a incontri di catechesi, nei
quali è rimesso in un contatto vivo e gioioso con le principali verità e
realtà della fede.
A volte invece tutto avviene spontaneamente, fuori di ogni schema e si è come
"sorpresi" dallo Spirito. Un uomo ha reso questa testimonianza:
"Ero sull’aereo e stavo leggendo l’ultimo capitolo di un libro sullo
Spirito Santo. A un certo punto, fu come se lo Spirito Santo uscisse dalle
pagine del libro ed entrasse nel mio corpo. Lacrime presero a scendere dai miei
occhi a ruscelli. Cominciai a pregare. Ero sopraffatto da una forza molto al di
sopra di me" [4].
L’effetto più comune di questa grazia è che lo Spirito Santo, da oggetto di
fede intellettuale, più o meno astratto, diventa un fatto di esperienza. Karl
Rahner ha scritto: "Non possiamo contestare che l’uomo possa fare
quaggiù delle esperienze di grazia, le quali gli dànno un senso di
liberazione, gli aprono orizzonti del tutto nuovi, si imprimono profondamente in
lui, lo trasformano, plasmando, anche per lungo tempo, il suo atteggiamento
cristiano più intimo. Nulla vieta di chiamare tali esperienze battesimo dello
Spirito" [5].
Attraverso quello che viene chiamato, appunto, "battesimo dello
Spirito", si fa esperienza dell’unzione dello Spirito Santo nella
preghiera, del suo potere nel ministero pastorale, della sua consolazione nella
prova, della sua guida nelle scelte. Prima ancora che nella manifestazione dei
carismi, è così che lo si percepisce: come Spirito che trasforma
interiormente, dona il gusto della lode di Dio, apre la mente alla comprensione
delle Scritture, insegna a proclamare Gesù "Signore" e dà il
coraggio di assumersi compiti nuovi e difficili, nel servizio di Dio e del
prossimo.
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario del ritiro da cui ebbe inizio,
nel 1967, il "Rinnovamento carismatico nella Chiesa cattolica" che si
stima abbia raggiunto in pochi anni non meno di ottanta milioni di cattolici.
Ecco come descriveva gli effetti del battesimo dello Spirito su si sé e sul
gruppo, una delle persone che erano presenti a quel primo ritiro…
"La nostra fede è diventata viva; il nostro credere è diventato una sorta
di conoscere. Improvvisamente, il soprannaturale è diventato più reale del
naturale. In breve, Gesù è una persona viva per noi… La preghiera e i
sacramenti sono diventati veramente il nostro pane quotidiano, e non delle
generiche ‘pie pratiche’. Un amore per le Scritture che io non avrei mai
creduto possibile, una trasformazione delle nostre relazioni con gli altri, un
bisogno e una forza di testimoniare al di là di ogni aspettativa: tutto ciò è
diventato parte della nostra vita. L’esperienza iniziale del battesimo dello
Spirito non ci ha dato particolare emozione esteriore, ma la vita è diventata
soffusa di calma, di fiducia, gioia e pace... Abbiamo cantato il "Veni
creator Spiritus" prima di ogni incontro, prendendo sul serio quello che
dicevamo e non siamo stati delusi... Siamo anche stati inondati di carismi e
tutto ciò ci mette in una perfetta atmosfera ecumenica" [6].
Tutti vediamo con chiarezza che queste sono precisamente le cose di cui ha più
bisogno oggi la Chiesa per annunciare il vangelo a un mondo divenuto refrattario
alla fede e al soprannaturale. Non è detto che tutti siano chiamati a
sperimentare la grazia di una nuova Pentecoste in questa modalità. Tutti però
siamo chiamati a non rimanere al di fuori di questa "corrente di
grazia" che attraversa la Chiesa del dopo Concilio. Giovanni XXIII parlò,
a suo tempo, di "una novella Pentecoste"; Paolo VI è andato oltre e
ha parlato di "una perenne Pentecoste", di una Pentecoste continua.
Vale la pena riascoltare le parole da lui pronunciate durante una udienza
generale…
"Ci siamo chiesti più volte... quale bisogno avvertiamo, primo ed ultimo,
per questa nostra Chiesa benedetta e diletta. Lo dobbiamo dire quasi trepidanti
e preganti, perché è il suo mistero e la sua vita, voi lo sapete: lo Spirito,
lo Spirito Santo, animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il
vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce
e di forza, suo sostegno e suo consolatore, sua sorgente di carismi e di canti,
sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio di vita beata ed eterna. La Chiesa
ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di
parola sulle labbra, di profezia nello sguardo... Ha bisogno, la Chiesa, di
riacquistare l’ansia, il gusto e la certezza della sua verità..." [7].
Il filosofo Heidegger concludeva la sua analisi della società con il grido
allarmato: "Solo un dio ci può salvare". Questo Dio che ci può
salvare, e che ci salverà, noi cristiani lo conosciamo: è lo Spirito Santo!
Oggi dilaga la moda della cosiddetta "aromaterapia". Si tratta dell’utilizzo
degli oli essenziali, che emettono profumo, per il mantenimento della salute o
per la terapia di alcuni disturbi. "Internet" è piena di reclami di
aromaterapia. Non ci si accontenta di promettere con essi benessere fisico come
la cura dello "stress"; ci sono anche i "profumi dell’anima",
per esempio il profumo per ottenere "la pace interiore".
I medici invitano a diffidare di questa pratica che non è scientificamente
accertata e che comporta anzi, in alcuni casi, delle controindicazioni. Ma
quello che voglio dire è che esiste una aromaterapia sicura, infallibile, che
non comporta alcuna controindicazione: quella fatta con l’aroma speciale, il
"sacro crisma dell’anima" che è lo Spirito Santo! Sant’Ignazio di
Antiochia ha scritto: "Il Signore ha ricevuto sul suo capo un’unzione
profumata (‘myron’) per spirare sulla Chiesa l’incorruttibilità"
[8]. Solo se riceviamo questo "aroma" potremo essere, a nostra volta,
"il buon odore di Cristo" nel mondo (2 Cor 2,15).
Lo Spirito Santo è specialista soprattutto delle malattie del matrimonio e
della famiglia che sono i grandi malati di oggi. Il matrimonio consiste nel
donarsi l’uno all’altro, è il sacramento del farsi dono. Ora lo Spirito
Santo è il dono fatto persona; è il donarsi del Padre al Figlio e del Figlio
al Padre. Dove arriva lui rinasce la capacità di farsi dono e con essa la gioia
e la bellezza di vivere insieme per gli sposi. L’amore di Dio che egli
"effonde nei nostri cuori" ravviva ogni altra espressione di amore e
in primo luogo quello coniugale. Lo Spirito Santo può fare davvero della
famiglia, "la principale agenzia di pace", come la definisce il Santo
Padre nel "Messaggio" per la prossima "Giornata Mondiale della
Pace".
Ci sono esempi numerosi di matrimoni morti, risuscitati a nuova vita dall’azione
dello Spirito. Ho raccolto proprio in questi giorni la commovente testimonianza
di una coppia che penso di far ascoltare nella puntata del mio programma
televisivo sul vangelo per la festa del battesimo di Gesú…
Lo Spirito ravviva, naturalmente, anche la vita dei consacrati che consiste nel
fare della propria vita un dono e un’oblazione "di soave odore" a
Dio per i fratelli (cfr. Ef 5,2).
4. La nuova profezia di Giovanni Battista
Tornando a Giovanni Battista, egli ci può illuminare su come assolvere il
nostro compito profetico nel mondo d’oggi. Gesú definisce Giovanni Battista
"più che un profeta", ma dov'è la profezia nel suo caso? I profeti
annunciavano una salvezza futura; ma il Precursore non è uno che annuncia una
salvezza futura; egli indica uno che è presente. In che senso allora si può
chiamare profeta? Isaia, Geremia, Ezechiele aiutavano il popolo a oltrepassare
la barriera del tempo; Giovanni Battista aiuta il popolo ad oltrepassare la
barriera, ancora più spessa, delle apparenze contrarie, dello scandalo, della
banalità e povertà con cui l'ora fatidica si manifesta.
È facile credere a qualcosa di grandioso, di divino, quando si prospetta in un
futuro indefinito: "in quei giorni", "negli ultimi giorni",
in una cornice cosmica, con i cieli che stillano dolcezza e la terra che si apre
per fare germogliare il Salvatore. È più difficile quando si deve dire:
"Eccolo! È lui!" e questo di un uomo di cui si sa tutto: di dove
viene, che mestiere ha fatto, chi ha avuto per madre.
Con le parole: "In mezzo a voi c'è uno che voi non conoscete!" (Gv
1,26), Giovanni Battista ha inaugurato la nuova profezia, quella del tempo della
Chiesa, che non consiste nell'annunciare una salvezza futura e lontana, ma nel
rivelare la presenza nascosta di Cristo nel mondo. Nello strappare il velo dagli
occhi della gente, scuoterne l’indifferenza, ripetendo con Isaia: "C’è
una cosa nuova: proprio ora germoglia: non ve ne accorgete?" (cfr. Is
43,19).
È vero che ora sono passati venti secoli e noi sappiamo, su Gesú, molte più
cose di Giovanni. Ma lo scandalo non è rimosso. Al tempo di Giovanni lo
scandalo derivava dal corpo fisico di Gesú, dalla sua carne così simile alla
nostra, eccetto il peccato. Anche oggi è il suo corpo, la sua carne a fare
difficoltà e a scandalizzare: il suo corpo mistico, così simile al resto
dell'umanità; non escluso, ahimè, neppure il peccato.
"La testimonianza di Gesù – si legge nell'Apocalisse – è lo spirito
di profezia" (Ap 19,10), cioè, per rendere testimonianza a Gesù si
richiede spirito di profezia. C'è questo spirito di profezia nella Chiesa? Lo
si coltiva? Lo si incoraggia? O si crede, tacitamente, di poter fare a meno di
esso, puntando di più sui mezzi e gli accorgimenti umani?
Giovanni Battista ci insegna che per essere profeti non occorre una grande
dottrina ed eloquenza. Egli non è un grande teologo; ha una cristologia povera
e rudimentale. Non conosce ancora i titoli più alti di Gesù: Figlio di Dio,
Verbo e neppure quello di Figlio dell'uomo. Ma come riesce a fare sentire la
grandezza e unicità di Cristo! Usa immagini semplicissime, da contadino.
"Non sono degno di sciogliere i legacci dei suoi sandali". Il mondo e
l'umanità appaiono, dalle sue parole, contenuti dentro un vaglio che egli, il
Messia, regge e scuote nelle sue mani. Davanti a lui si decide chi sta e chi
cade, chi è grano buono e chi è pula che il vento disperde.
Nel 1992 si tenne un ritiro sacerdotale a Monterrey in Messico, in occasione dei
500 anni dalla prima evangelizzazione dell’America Latina. Erano presenti 1700
sacerdoti e una settantina di vescovi. Durante l’omelia della Messa conclusiva
avevo parlato del bisogno urgente che la Chiesa ha di profezia. Dopo la
comunione ci fu la preghiera per una nuova Pentecoste in piccoli gruppi sparsi
nella grande basilica. Io ero rimasto sul presbiterio. A un certo punto un
giovane sacerdote mi si avvicinò in silenzio, mi si inginocchiò davanti e con
uno sguardo che non dimenticherò mai mi disse: "Bendígame, Padre, quiero
ser profeta de Dios!". "Benedicimi, Padre, voglio essere un profeta di
Dio!". Mi commossi perché vedevo che era mosso evidentemente dalla grazia.
Potremmo con umiltà fare nostro il desiderio di quel sacerdote: "Voglio
essere un profeta per Dio". Piccolo, sconosciuto da tutti, non importa, ma
uno che, come diceva Paolo VI, ha "fuoco nel cuore, parola sulle labbra,
profezia nello sguardo".
NOTE
[1] Cf. J. D. G. Dunn, "Christianity in the Making", I. Jesus
remembered, Grand Rapids. Mich. 2003, parte III, cap. 12, trad. ital. "Gli
albori del Cristianesimo", I, 2, Paideia, Brescia 2006, pp. 485-496.
[2] Benedetto XVI, "Gesù di Nazaret", Rizzoli 2007, p. 372.
[3] S. Tommaso d’Aquino, "Somma teologica", I, q. 43, a. 6, ad 2.;
cf. F. Sullivan, in Dict. Spir. 12, 1045.
[4] In "New Covenant" (Ann Arbor, Michigan), Giugno 1984, p. 12.
[5] K. Rahner, "Erfahrung des Geistes. Meditation auf Pfingsten",
Herder, Friburgo i. Br. 1977.
[6] Testimonianza riportata in P. Gallagher Mansfield, "As by a New
Pentecost", Steubenville 1992, pp. 25 s.
[7] Discorso all’udienza generale del 29 Novembre 1972 ("Insegnamenti di
Paolo VI", Tipografia Poliglotta Vaticana, X, pp. 1210 s.).
[8] S. Ignazio d’Antiochia, "Agli Efesini" 17.
Santo Padre, Venerabili Padri,
fratelli e sorelle, la volta scorsa, partendo dal testo di "Ebrei
1,1-3", ho cercato di delineare l’immagine di Gesú quale risulta dal
confronto con i profeti. Ma tra il tempo dei profeti e quello di Gesú c’è
una figura speciale che fa da cerniera tra i primi e il secondo: Giovanni
Battista. Nulla, nel
Nuovo Testamento, serve meglio a mettere in luce la novità di Cristo quanto il
confronto con il Battista.
Il tema del compimento, della svolta epocale, emerge nitido dai testi in cui
Gesú stesso si esprime sul suo rapporto con il Precursore. Oggi gli studiosi
riconoscono che i detti che si leggono al riguardo nei vangeli non sono
invenzioni o adattamenti apologetici della comunità posteriori alla Pasqua, ma
risalgono nella sostanza al Gesú storico. Alcuni di essi diventano, anzi,
inspiegabili se attribuiti alla comunità cristiana posteriore [1].
Una riflessione su Gesù e il Battista è anche il modo migliore per metterci in
sintonia con liturgia dell’Avvento. Il vangelo della seconda e della terza
Domenica di Avvento hanno infatti al centro proprio la figura e il messaggio del
Precursore. C’è una progressione nell’Avvento: nella prima settimana la
voce di spicco è quella del profeta Isaia che annuncia il Messia da lontano;
nella seconda e terza settimana è quella del Battista che annuncia il Cristo
presente; nell’ultima settimana il profeta e il Precursore lasciano il posto
alla Madre che lo porta in grembo.
In questa cappella "Redemptoris Mater" abbiamo davanti agli occhi il
Precursore in due momenti. Nella parete laterale lo vediamo nell’atto di
battezzare Gesú, curvo ad arco verso di lui in segno di riconoscimento della
sua superiorità; nella parete di fondo, nell’atteggiamento della "Deesis"
tipico della iconografia bizantina.
1. La grande svolta
Il testo più completo in cui
Gesú si esprime sul suo rapporto con Giovanni Battista è il brano evangelico
che la liturgia ci farà leggere domenica prossima nella Messa. Giovanni, dalla
prigione, manda i suoi discepoli a chiedere a Gesú: "Sei tu colui che deve
venire o dobbiamo aspettare un altro?" (Mt 11,2-6; Lc 7, 19-23).
La predicazione del Rabbi di Nazareth che lui stesso aveva battezzato e
presentato a Israele sembra a Giovanni andare in una direzione ben diversa da
quella fiammeggiante che egli si aspettava. Più che il giudizio imminente di
Dio, egli predica la misericordia presente, offerta a tutti, giusti e peccatori.
Gesú dissipa i dubbi del Precursore, rimandando ai segni messianici che si
compiono in lui.
Ma la cosa più significativa di tutto il testo è l’elogio che Gesù fa del
Battista, dopo che i messi di Giovanni si sono allontanati: "Cosa siete
andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta […]. In
verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il
Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre
violenza e i violenti se ne impadroniscono. La Legge e tutti i Profeti infatti
hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, egli è quell'Elia
che deve venire. Chi ha orecchi intenda" (Mt 11, 11-15).
Una cosa appare inequivocabile da queste parole: tra la missione di Giovanni
Batista e quella di Gesú è avvenuto qualcosa di così decisivo da costituire
uno spartiacque tra due epoche. Il baricentro della storia si è spostato: la
cosa più importante non è più in un futuro più o meno imminente, ma è
"ora e qui", nel regno che è già operante nella persona di Cristo.
Tra le due predicazioni è avvenuto un salto di qualità: il più piccolo del
nuovo ordine è superiore al più grande dell’ordine precedente.
Questo tema del compimento e della svolta epocale trova conferma in molti altri
contesti del vangelo. Basta ricordare alcune parole di Gesù come: "Ecco,
ora qui c'è più di Giona! […]. Ecco, ora qui c'è più di Salomone!"
(Mt 12 41-42). "Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi
perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato
vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate,
e non l'udirono!" (Mt 13, 16-17). Tutte le cosiddette "parabole del
regno", -si pensi a quelle del tesoro nascosto e della perla preziosa -
esprimono la stessa idea di fondo: con Gesú è scoccata l’ora decisiva della
storia, davanti a lui si impone la decisione dalla quale dipende la salvezza.
Fu questa constatazione che spinse i discepoli di Bultmann a separarsi dal
maestro. Bultmann collocava Gesú nel giudaismo, facendo di lui una premessa del
cristianesimo, non ancora un cristiano; attribuiva invece la grande svolta alla
fede della comunità post-pasquale. Bornkamm e Conzelmann si resero conto dell’impossibilità
di questa tesi: la "svolta epocale" avviene già nella predicazione di
Gesú. Giovanni appartiene alle "premesse" e alla preparazione, ma con
Gesú siamo già al tempo del compimento.
Nel suo libro "Gesù
di Nazaret", il Santo
Padre conferma questa
conquista dell’esegesi più seria e aggiornata. Scrive: "Perché si
giungesse a quel contrasto radicale, perché si ricorresse a quel gesto estremo
– la consegna ai romani – doveva essere accaduto o essere stato detto
qualcosa di drammatico. L’elemento importante e sconvolgente si colloca
proprio all’inizio; la Chiesa nascente dovette riconoscerlo solo lentamente in
tutta la sua grandezza, afferrarlo poco per volta, accompagnando e penetrando il
ricordo con la riflessione […]. L’elemento grande, nuovo ed eccitante
proviene proprio da Gesú; nella fede e nella vita della comunità esso viene
dispiegato, ma non creato. Anzi, la comunità non si sarebbe neppure formata e
non sarebbe sopravvissuta se non fosse stata preceduta da una realtà
straordinaria" [2].
Nella teologia di Luca è evidente che Gesú occupa "il centro del
tempo". Con la sua venuta egli ha diviso la storia in due parti, creando un
"prima" e un "dopo" assoluti. Oggi sta diventando prassi
comune, specie nella stampa laica, quella di abbandonare il modo tradizionale di
datare gli eventi "avanti Cristo" o "dopo Cristo"
("ante Christum natum" e "post Christum natum"), in favore
della formula più neutrale "prima dell’era volgare" e "dell’era
volgare". È una scelta motivata dal desiderio di non urtare la
sensibilità di popoli di altre religioni che usano la cronologia cristiana; in
tal senso va rispettata, ma per i cristiani resta indiscusso il ruolo
"discriminante" della venuta di Cristo per la storia religiosa dell’umanità.
2. Egli vi battezzerà in Spirito Santo
Ora, come sempre, partiamo dalla
certezza esegetica e teologica messa in luce per venire all’oggi della nostra
vita.
Il confronto tra il Battista e Gesú si cristallizza nel Nuovo Testamento nel
confronto tra il battesimo di acqua e il battesimo di Spirito. "Io vi ho
battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo" (Mc 1,8;
Mt 3,11; Lc 3,16). "Io non lo conoscevo – dice il Battista nel vangelo di
Giovanni – , ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto:
L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in
Spirito Santo" (Gv 1,33). E Pietro, nella casa di Cornelio: "Mi
ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: Giovanni battezzò con
acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo" (At 11,16).
Che significa dire che Gesú è colui che battezza in Spirito Santo? L’espressione
non serve solo a distinguere il battesimo di Gesú da quello di Giovanni; serve
a distinguere l’intera persona e opera di Cristo da quelle del Precursore. In
altre parole, in tutta la sua opera Gesú è colui che battezza in Spirito
Santo. Battezzare ha qui un significato metaforico; vuol dire inondare,
avvolgere da tutte le parti, come fa l’acqua con i corpi immersi in essa.
Gesú "battezza in Spirito Santo" nel senso che riceve e da lo Spirito
"senza misura" (cfr. Gv 3, 34), che "effonde" il suo Spirito
(At 2, 33) su tutta l’umanità redenta. L’espressione si riferisce più all’avvenimento
di Pentecoste che al sacramento del battesimo. "Giovanni ha battezzato con
acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni"
(At 1,5), dice Gesú agli apostoli riferendosi evidentemente alla Pentecoste che
sarebbe avvenuta di lì a pochi giorni.
L’espressione "battezzare nello Spirito" definisce dunque l’opera
essenziale del Messia che già nei profeti dell’Antico Testamento appare
orientata a rigenerare l’umanità mediante una grande e universale effusione
dello Spirito di Dio (cfr. Gl 3, 1 ss.). Applicando tutto ciò alla vita e al
tempo della Chiesa, dobbiamo concludere che Gesú risuscitato non battezza in
Spirito Santo unicamente nel sacramento del battesimo, ma, in modo diverso,
anche in altri momenti: nell’Eucaristia, nell’ascolto della Parola e, in
genere, in tutti i mezzi di grazia. Se lo vogliamo, questa cappella può essere
ora il cenacolo in cui il Risorto entra a porte chiuse, alita su di noi e dice,
quasi implorandoci: "Ricevete lo Spirito Santo".
San Tommaso d’Aquino scrive: "C’è una missione invisibile dello
Spirito ogni volta che si realizza un progresso nella virtù o un aumento di
grazia...; quando qualcuno passa a una nuova attività o a un nuovo stato di
grazia" [3]. La liturgia stessa della Chiesa inculca ciò. Tutte le sue
preghiere e i suoi inni allo Spirito Santo cominciano con il grido:
"Vieni!": "Vieni o Spirito Creatore", "Vieni, Santo
Spirito". Eppure chi prega così ha gia ricevuto una volta lo Spirito. Vuol
dire che lo Spirito è qualcosa che abbiamo ricevuto e che dobbiamo ricevere
sempre di nuovo.
3. Il battesimo nello Spirito
In questo contesto, bisogna
accennare al cosiddetto "battesimo dello Spirito" che da un secolo è
divenuto esperienza vissuta da milioni di credenti in quasi tutte le
denominazioni cristiane. Si tratta di un rito fatto di gesti di grande
semplicità, accompagnati da disposizioni di pentimento e di fede nella promessa
di Cristo: "Il Padre darà lo Spirito Santo a chi glielo chiede".
È un rinnovamento e una attivazione, non solo del battesimo e della cresima, ma
di tutti gli eventi di grazia del proprio stato: ordinazione sacerdotale,
professione religiosa, matrimonio. L’interessato vi si prepara, oltre che
attraverso una buona confessione, partecipando a incontri di catechesi, nei
quali è rimesso in un contatto vivo e gioioso con le principali verità e
realtà della fede.
A volte invece tutto avviene spontaneamente, fuori di ogni schema e si è come
"sorpresi" dallo Spirito. Un uomo ha reso questa testimonianza:
"Ero sull’aereo e stavo leggendo l’ultimo capitolo di un libro sullo
Spirito Santo. A un certo punto, fu come se lo Spirito Santo uscisse dalle
pagine del libro ed entrasse nel mio corpo. Lacrime presero a scendere dai miei
occhi a ruscelli. Cominciai a pregare. Ero sopraffatto da una forza molto al di
sopra di me" [4].
L’effetto più comune di questa grazia è che lo Spirito Santo, da oggetto di
fede intellettuale, più o meno astratto, diventa un fatto di esperienza. Karl
Rahner ha scritto: "Non possiamo contestare che l’uomo possa fare
quaggiù delle esperienze di grazia, le quali gli dànno un senso di
liberazione, gli aprono orizzonti del tutto nuovi, si imprimono profondamente in
lui, lo trasformano, plasmando, anche per lungo tempo, il suo atteggiamento
cristiano più intimo. Nulla vieta di chiamare tali esperienze battesimo dello
Spirito" [5].
Attraverso quello che viene chiamato, appunto, "battesimo dello
Spirito", si fa esperienza dell’unzione dello Spirito Santo nella
preghiera, del suo potere nel ministero pastorale, della sua consolazione nella
prova, della sua guida nelle scelte. Prima ancora che nella manifestazione dei
carismi, è così che lo si percepisce: come Spirito che trasforma
interiormente, dona il gusto della lode di Dio, apre la mente alla comprensione
delle Scritture, insegna a proclamare Gesù "Signore" e dà il
coraggio di assumersi compiti nuovi e difficili, nel servizio di Dio e del
prossimo.
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario del ritiro da cui ebbe inizio,
nel 1967, il "Rinnovamento carismatico nella Chiesa cattolica" che si
stima abbia raggiunto in pochi anni non meno di ottanta milioni di cattolici.
Ecco come descriveva gli effetti del battesimo dello Spirito su si sé e sul
gruppo, una delle persone che erano presenti a quel primo ritiro:
"La nostra fede è diventata viva; il nostro credere è diventato una sorta
di conoscere. Improvvisamente, il soprannaturale è diventato più reale del
naturale. In breve, Gesù è una persona viva per noi… La preghiera e i
sacramenti sono diventati veramente il nostro pane quotidiano, e non delle
generiche ‘pie pratiche’. Un amore per le Scritture che io non avrei mai
creduto possibile, una trasformazione delle nostre relazioni con gli altri, un
bisogno e una forza di testimoniare al di là di ogni aspettativa: tutto ciò è
diventato parte della nostra vita. L’esperienza iniziale del battesimo dello
Spirito non ci ha dato particolare emozione esteriore, ma la vita è diventata
soffusa di calma, di fiducia, gioia e pace... Abbiamo cantato il "Veni
creator Spiritus" prima di ogni incontro, prendendo sul serio quello che
dicevamo e non siamo stati delusi...Siamo anche stati inondati di carismi e
tutto ciò ci mette in una perfetta atmosfera ecumenica" [6].
Tutti vediamo con chiarezza che queste sono precisamente le cose di cui ha più
bisogno oggi la Chiesa per annunciare il vangelo a un mondo divenuto refrattario
alla fede e al soprannaturale. Non è detto che tutti siano chiamati a
sperimentare la grazia di una nuova Pentecoste in questa modalità. Tutti però
siamo chiamati a non rimanere al di fuori di questa "corrente di
grazia" che attraversa la Chiesa del dopo Concilio. Giovanni XXIII parlò,
a suo tempo, di "una novella Pentecoste"; Paolo VI è andato oltre e
ha parlato di "una perenne Pentecoste", di una Pentecoste continua.
Vale la pena riascoltare le parole da lui pronunciate durante una udienza
generale…
"Ci siamo chiesti più volte... quale bisogno avvertiamo, primo ed ultimo,
per questa nostra Chiesa benedetta e diletta. Lo dobbiamo dire quasi trepidanti
e preganti, perché è il suo mistero e la sua vita, voi lo sapete: lo Spirito,
lo Spirito Santo, animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il
vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce
e di forza, suo sostegno e suo consolatore, sua sorgente di carismi e di canti,
sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio di vita beata ed eterna. La Chiesa
ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di
parola sulle labbra, di profezia nello sguardo... Ha bisogno, la Chiesa, di
riacquistare l’ansia, il gusto e la certezza della sua verità..." [7].
Il filosofo Heidegger concludeva la sua analisi della società con il grido
allarmato: "Solo un dio ci può salvare". Questo Dio che ci può
salvare, e che ci salverà, noi cristiani lo conosciamo: è lo Spirito Santo!
Oggi dilaga la moda della cosiddetta aromaterapia. Si tratta dell’utilizzo
degli oli essenziali, che emettono profumo, per il mantenimento della salute o
per la terapia di alcuni disturbi. "Internet" è piena di reclami di
aromaterapia. Non ci si accontenta di promettere con essi benessere fisico come
la cura dello stress; ci sono anche i "profumi dell’anima", per
esempio il profumo per ottenere "la pace interiore".
I medici invitano a diffidare di questa pratica che non è scientificamente
accertata e che comporta anzi, in alcuni casi, delle controindicazioni. Ma
quello che voglio dire è che esiste una "aromaterapia" sicura,
infallibile, che non comporta alcuna controindicazione: quella fatta con l’aroma
speciale, il "sacro crisma dell’anima" che è lo Spirito Santo! Sant’Ignazio
di Antiochia ha scritto: "Il Signore ha ricevuto sul suo capo un’unzione
profumata ("myron") per spirare sulla Chiesa l’incorruttibilità"
[8]. Solo se riceviamo questo "aroma" potremo essere, a nostra volta,
"il buon odore di Cristo" nel mondo (2 Cor 2, 15).
Lo Spirito Santo è specialista soprattutto delle malattie del matrimonio e
della famiglia che sono i grandi malati di oggi. Il matrimonio consiste nel
donarsi l’uno all’altro, è il sacramento del farsi dono. Ora lo Spirito
Santo è il dono fatto persona; è il donarsi del Padre al Figlio e del Figlio
al Padre. Dove arriva lui rinasce la capacità di farsi dono e con essa la gioia
e la bellezza di vivere insieme per gli sposi. L’amore di Dio che egli
"effonde nei nostri cuori" ravviva ogni altra espressione di amore e
in primo luogo quello coniugale. Lo Spirito Santo può fare davvero della
famiglia, "la principale agenzia di pace", come la definisce il Santo
Padre nel messaggio per la prossima giornata mondiale della pace.
Ci sono esempi numerosi di matrimoni morti, risuscitati a nuova vita dall’azione
dello Spirito. Ho raccolto proprio in questi giorni la commovente testimonianza
di una coppia che penso di far ascoltare nella puntata del mio programma
televisivo sul vangelo per la festa del battesimo di Gesú…
Lo Spirito ravviva, naturalmente, anche la vita dei consacrati che consiste nel
fare della propria vita un dono e un’oblazione "di soave odore" a
Dio per i fratelli (cfr. Ef 5,2).
4. La nuova profezia di Giovanni Battista
Tornando a Giovanni Battista,
egli ci può illuminare su come assolvere il nostro compito profetico nel mondo
d’oggi. Gesú definisce Giovanni Battista "più che un profeta", ma
dov'è la profezia nel suo caso? I profeti annunciavano una salvezza futura; ma
il Precursore non è uno che annuncia una salvezza futura; egli indica uno che
è presente. In che senso allora si può chiamare profeta? Isaia, Geremia,
Ezechiele aiutavano il popolo a oltrepassare la barriera del tempo; Giovanni
Battista aiuta il popolo ad oltrepassare la barriera, ancora più spessa, delle
apparenze contrarie, dello scandalo, della banalità e povertà con cui l'ora
fatidica si manifesta.
E' facile credere a qualcosa di grandioso, di divino, quando si prospetta in un
futuro indefinito: "in quei giorni", "negli ultimi giorni",
in una cornice cosmica, con i cieli che stillano dolcezza e la terra che si apre
per fare germogliare il Salvatore. È più difficile quando si deve dire:
"Eccolo! E' lui!" e questo di un uomo di cui si sa tutto: di dove
viene, che mestiere ha fatto, chi ha avuto per madre.
Con le parole: "In mezzo a voi c'è uno che voi non conoscete!" (Gv
1,26), Giovanni Battista ha inaugurato la nuova profezia, quella del tempo della
Chiesa, che non consiste nell'annunciare una salvezza futura e lontana, ma nel
rivelare la presenza nascosta di Cristo nel mondo. Nello strappare il velo dagli
occhi della gente, scuoterne l’indifferenza, ripetendo con Isaia: "C’è
una cosa nuova: proprio ora germoglia: non ve ne accorgete?" (cfr. Is
43,19).
E' vero che ora sono passati venti secoli e noi sappiamo, su Gesú, molte più
cose di Giovanni. Ma lo scandalo non è rimosso. Al tempo di Giovanni lo
scandalo derivava dal corpo fisico di Gesú, dalla sua carne così simile alla
nostra, eccetto il peccato. Anche oggi è il suo corpo, la sua carne a fare
difficoltà e a scandalizzare: il suo corpo mistico, così simile al resto
dell'umanità, non escluso, ahimè, neppure il peccato.
"La testimonianza di Gesù - si legge nell'Apocalisse - è lo spirito di
profezia" (Ap 19,10), cioè, per rendere testimonianza a Gesù si richiede
spirito di profezia. C'è questo spirito di profezia nella Chiesa? Lo si
coltiva? Lo si incoraggia? O si crede, tacitamente, di poter fare a meno di
esso, puntando di più sui mezzi e gli accorgimenti umani?
Giovanni Battista ci insegna che per essere profeti non occorre una grande
dottrina ed eloquenza. Egli non è un grande teologo; ha una cristologia povera
e rudimentale. Non conosce ancora i titoli più alti di Gesù: Figlio di Dio,
Verbo e neppure quello di Figlio dell'uomo. Ma come riesce a fare sentire la
grandezza e unicità di Cristo! Usa immagini semplicissime, da contadino.
"Non sono degno di sciogliere i legacci dei suoi sandali". Il mondo e
l'umanità appaiono, dalle sue parole, contenuti dentro un vaglio che egli, il
Messia, regge e scuote nelle sue mani. Davanti a lui si decide chi sta e chi
cade, chi è grano buono e chi è pula che il vento disperde.
Nel 1992 si tenne un ritiro sacerdotale a Monterrey in Messico, in occasione dei
500 anni dalla prima evangelizzazione dell’America Latina. Erano presenti 1700
sacerdoti e una settantina di vescovi. Durante l’omelia della Messa conclusiva
avevo parlato del bisogno urgente che la Chiesa ha di profezia. Dopo la
comunione ci fu la preghiera per una nuova Pentecoste in piccoli gruppi sparsi
nella grande basilica. Io ero rimasto sul presbiterio. A un certo punto un
giovane sacerdote mi si avvicinò in silenzio, mi si inginocchiò davanti e con
uno sguardo che non dimenticherò mai mi disse: "Bendígame, Padre, quiero
ser profeta de Dios!". Benedicimi, Padre, voglio essere un profeta di Dio.
Mi commossi perché vedevo che era mosso evidentemente dalla grazia.
Potremmo con umiltà fare nostro il desiderio di quel sacerdote: "Voglio
essere un profeta per Dio". Piccolo, sconosciuto da tutti, non importa, ma
uno che, come diceva Paolo VI, ha "fuoco nel cuore, parola sulle labbra,
profezia nello sguardo".
NOTE
[1] Cf. J. D.G. Dunn, "Christianity
in the Making", I. Jesus remembered, Grand Rapids. Mich. 2003, parte III,
cap. 12, trad. ital. "Gli albori del Cristianesimo", I, 2, Paideia,
Brescia 2006, pp. 485-496.
[2] Benedetto XVI, "Gesù di Nazaret", Rizzoli 2007, p. 372.
[3] S. Tommaso d’Aquino, "Somma teologica", I,q.43, a. 6, ad 2.; cf.
F. Sullivan, in Dict.Spir. 12, 1045.
[4] In "New Covenant"(Ann Arbor, Michigan), Giugno 1984, p.12.
[5] K. Rahner, "Erfahrung des Geistes. Meditation auf Pfingsten",
Herder, Friburgo i. Br. 1977.
[6] Testimonianza riportata in P. Gallagher Mansfield, "As by a New
Pentecost", Steubenville 1992, pp. 25 s.
[7] Discorso all’udienza generale del 29 Novembre 1972 ("Insegnamenti di
Paolo VI", Tipografia Poliglotta Vaticana, X, pp. 1210s.).
[8] S. Ignazio d’Antiochia, "Agli Efesini" 17.