Avvento 2007 alla
"Casa Pontificia"
1. Gesù, il Figlio
"Dio, che aveva già parlato nei tempi
antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti,
ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha
costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il
mondo" (Eb 1, 1-2). Questo testo richiama da vicino la parabola dei
vignaioli infedeli. Anche lì, Dio dapprima invia dei servi, poi "da
ultimo" manda il Figlio, dicendo: "Avranno rispetto per mio
Figlio" (Mt 21, 33-41).
In questa terza ed ultima meditazione, lasciando ormai da parte i profeti e
Giovanni Battista, ci concentriamo esclusivamente sul punto di arrivo di tutto:
il "Figlio". In un capitolo del libro su "Gesù
di Nazaret", il
Papa illustra la
fondamentale differenza tra il titolo "Figlio di Dio" e quello di
"Figlio", senza altre aggiunte. Il semplice titolo di
"Figlio", contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è molto più
pregnante che non "Figlio di Dio". Quest’ultimo arriva a Gesú dopo
una lunga trafila di attribuzioni: così era stato definito il popolo d’Israele
e, singolarmente, il suo re; così si facevano chiamare i faraoni e i sovrani
orientali e così si proclamerà l’imperatore romano. Da solo, esso non
sarebbe stato sufficiente perciò a distinguere la persona di Cristo da ogni
altro "figlio di Dio".
Diverso è il caso del titolo di "Figlio", senza altre aggiunte.
Questo appare nei vangeli come esclusivo di Cristo ed è con esso che Gesú
esprimerà la sua identità profonda. Dopo i vangeli è proprio la "Lettera
agli Ebrei" a testimoniare con più forza questo uso assoluto del titolo
"il Figlio"; esso vi ricorre per ben cinque volte.
Il testo più significativo in cui Gesú si definisce lui stesso "il
Figlio" è "Matteo 11, 27": " Tutto mi è stato dato dal
Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre
se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare". Il detto,
spiegano gli esegeti, ha una chiara origine aramaica e dimostra che gli sviluppi
posteriori che si leggono, a questo proposito, nel vangelo di Giovanni hanno la
loro remota origine nella coscienza stessa di Cristo.
Una comunione di conoscenza così totale e assoluta tra Padre e Figlio, nota il
Papa nel suo libro, non si spiega senza una comunione ontologica, o dell’essere.
Le formulazioni posteriori, culminanti nella definizione di Nicea, del Figlio
come "generato, non fatto, della stessa sostanza del Padre", sono
dunque sviluppi arditi, ma coerenti con il dato evangelico.
La prova più forte della coscienza che Gesú aveva della sua identità di
Figlio è la sua preghiera. In essa la figliolanza non è solo dichiarata, ma
vissuta. Per il modo e la frequenza con cui ricorre nella preghiera di Cristo, l’esclamazione
"Abbà" attesta una intimità e familiarità con Dio che non ha l’eguale
nella tradizione d’Israele. Se l’espressione è stata conservata nella
lingua originaria e diventa il marchio della preghiera cristiana (cfr. Gal 4, 6;
Rm 8, 15) è proprio perché si era convinti che era stata la forma tipica della
preghiera di Gesú [1].
2. Un Gesù degli atei?
Questo dato evangelico getta una
luce singolare sul dibattito attuale intorno alla persona di Gesú. Nell’introduzione
del suo libro, il Papa cita l’affermazione di R. Schnackenburg secondo cui
"senza il radicamento in Dio la persona di Gesú rimane fuggevole, irreale
e inspiegabile". "Questo, dichiara il Papa, è anche il punto di
appoggio su cui si basa questo mio libro: considera Gesú a partire dalla sua
comunione con il Padre. Questo è il vero centro della sua personalità"
[2].
Ciò mette in luce, a mio parere, la problematicità di una ricerca storica su
Gesú che non solo prescinda, ma escluda in partenza la fede; in altre parole,
la plausibilità storica di quello che è stato definito a volte "il Gesú
degli atei". Non parlo, in questo momento, della fede in Cristo e nella sua
divinità, ma di fede nell’accezione più comune del termine, di fede nell’esistenza
di Dio.
Lungi da me l’idea che i non credenti non abbiano diritto di occuparsi di
Gesú. Quello che vorrei mettere in evidenza, partendo dalle affermazioni citate
del Papa, sono le conseguenze che derivano da un tale punto di partenza, come
cioè la "precomprensione" di chi non crede incida sulla ricerca
storica enormemente di più di quella del credente. Il contrario di ciò che gli
studiosi non credenti pensano.
Se si nega o si prescinde dalla fede in Dio, non si elimina solo la divinità, o
il cosiddetto Cristo della fede, ma anche il Gesú storico "tout
court", non si salva neppure l’uomo Gesú. Nessuno può contestare
storicamente che il Gesú dei vangeli vive e opera in continuo riferimento al
Padre celeste, che prega e insegna a pregare, che fonda tutto sulla fede nel Dio
che "nutre gli uccelli del cielo e veste i fiori del campo". Se si
elimina questa dimensione dal Gesú dei vangeli non resta di lui assolutamente
niente.
Se dunque si parte dal presupposto, tacito o dichiarato, che Dio non esiste,
Gesú non è che uno dei tanti illusi che ha pregato, adorato, parlato con la
propria ombra, o con la proiezione della propria essenza, per dirla con
Feuerbach. Gesú sarebbe la vittima più illustre di quella che l’ateo
militante Dawkins definisce "l’illusione di Dio" [3]. Ma come si
spiega allora che la vita di quest’uomo "ha cambiato il mondo" e, a
distanza di duemila anni, continua a interpellare gli spiriti come nessun altro?
Se l’illusione è capace di operare quello che ha operato Gesú nella storia,
allora Dawkins e gli altri devono forse rivedere il loro concetto di illusione.
C’è una sola via d’uscita da questa difficoltà, quella che si è fatta
strada nell’ambito del "Jesus Seminar" di Berkeley negli Stati
Uniti. Gesú non era un credente ebreo; era nel fondo un filosofo itinerante,
nello stile dei cinici [4]; non ha predicato un regno di Dio, né una prossima
fine del mondo; ha solo pronunciato massime sapienziali nello stile di un
maestro "Zen". Il suo scopo era di ridestare negli uomini la coscienza
di sé, convincerli che non avevano bisogno né di lui né di altro dio, perché
loro stessi portavano in sé una scintilla divina [5]. Sono però – guarda
caso - le cose che va predicando da decenni "New Age"! Un’ennesima
immagine di Gesú, prodotto della moda del momento. È vero: senza il
radicamento in Dio, la figura di Gesú rimane "fuggevole, irreale e
inspiegabile".
3. "Preesistenza" di Cristo e Trinità
Anche su questo punto, come sulla
riduzione di Gesú a un profeta, il problema non si pone soltanto nella
discussione con la critica non credente; si pone, in maniera e con spirito
diversi, anche nella discussione teologica all’interno della Chiesa. Cerco di
spiegare in che senso.
Circa il titolo di Figlio di Dio si assiste a una specie di risalita a monte nel
Nuovo Testamento. All’inizio esso è messo in rapporto con la risurrezione di
Cristo (Rm 1, 4); Marco fa un passo indietro e lo pone in rapporto con il suo
battesimo nel Giordano (Mc 1, 11); Matteo e Luca lo fanno risalire alla sua
nascita da Maria (Lc 1, 35). La "Lettera agli Ebrei" opera il salto
decisivo, affermando che il Figlio non ha cominciato ad esistere al momento
della sua venuta tra noi, ma che esiste da sempre. "Per mezzo di lui, dice,
[Dio] ha fatto il mondo", egli è "l’irradiazione della sua gloria e
impronta della sua sostanza". Una trentina di anni più tardi, il vangelo
di Giovanni consacrerà questa conquista iniziando il suo vangelo con le parole:
"In principio era il Verbo…"
Ora, sulla "preesistenza" di Cristo come Figlio eterno del Padre sono
state avanzate, nell’ambito di alcune delle cosiddette "nuove
cristologie", delle tesi assai problematiche. In esse si afferma che la
preesistenza di Cristo come Figlio eterno del Padre è un concetto mitico
derivato dall'ellenismo. In termini moderni, esso significherebbe semplicemente
che "il rapporto fra Dio e Gesù non si è sviluppato solo in un secondo
tempo e per così dire casualmente, ma esiste a priori ed è fondato in Dio
stesso".
In altre parole, Gesù preesisteva in senso intenzionale, non reale; nel senso,
cioè, che il Padre, da sempre, aveva previsto, scelto e amato come figlio il
Gesù che un giorno sarebbe nato da Maria. Preesisteva, dunque, non diversamente
da ognuno di noi, dal momento che ogni uomo, dice la Scrittura, è stato
"prescelto e predestinato" da Dio come suo figlio, prima della
creazione del mondo! (cfr. Ef 1, 4).
Insieme con la preesistenza di Cristo, cade, in questa prospettiva, anche la
fede nella Trinità. Questa è ridotta a qualcosa di eterogeneo (una persona
eterna, il Padre, più una persona storica, Gesú, più una energia divina, lo
Spirito Santo); qualcosa, inoltre, che non esiste "ab aeterno" ma
diviene nel tempo.
Mi limito a far notare come anche questa tesi non è nuova. L’idea di una
preesistenza solo intenzionale e non reale del Figlio fu avanzata, discussa e
rigettata dal pensiero cristiano antico. Non è vero, perciò, che essa è
imposta dalle concezioni nuove, non più mitiche, che abbiamo di Dio, come non
è vero che l’idea contraria, di una preesistenza eterna, era l’unica
soluzione pensabile nel contesto culturale antico e che i Padri non avevano,
dunque, possibilità di scelta.
Fotino, nel IV secolo, conosceva già l'idea di una preesistenza di Gesù
"a modo di previsione" ("kata prognosin") o "a modo di
anticipazione" ("prochrestikos"). Contro di lui un Sinodo
decretò: "Se qualcuno dice che il Figlio, prima di Maria, esisteva solo
secondo previsione e non che è generato dal Padre prima dei secoli per essere
Dio e per mezzo suo far venire all'essere tutte le cose, sia anatema" [6].
L’intenzione di questi teologi era lodevole: tradurre in un linguaggio
comprensibile all’uomo d’oggi il dato antico. Purtroppo però, ancora una
volta, quello che viene tradotto in linguaggio moderno non è il dato definito
dai Concili, ma quello condannato dai Concili.
Già Sant’Atanasio faceva notare che l’idea di una Trinità composta di
realtà eterogenee compromette proprio quell’unità divina che con essa si
vuole mettere al sicuro. Se poi si ammette che Dio "diviene" nel
tempo, nessuno ci assicura che la sua crescita e il suo divenire siano finiti.
Chi è divenuto diverrà ancora [7]. Quanto tempo e fatica farebbe risparmiare a
noi moderni una conoscenza meno superficiale del pensiero dei Padri!
Vorrei terminare questa parte dottrinale della nostra meditazione con una nota
positiva, a mio parere di straordinaria importanza. Per quasi un secolo, da
quando Wilhelm Bousset, nel 1913, scrisse il suo famoso libro sul Cristo "Kyrios"
[8], nell’ambito degli studi critici ha dominato l’idea che l’origine del
culto di Cristo come essere divino fosse da ricercare nel contesto ellenistico,
quindi molto dopo la morte di Cristo.
Nell’ambito della cosiddetta "terza ricerca" sul Gesú storico,
recentemente la questione è stata ripresa dalle fondamenta da Larry Hurtado,
professore di lingua, letteratura e teologia del Nuovo Testamento a Edimburgo.
Ecco la conclusione a cui egli giunge, al termine di una ricerca di oltre 700
pagine…
"La venerazione di Gesú come figura divina, esplose all’improvviso e
presto, non poco alla volta e tardi, tra cerchie di seguaci del I secolo. Più
in particolare, le origini stanno nelle cerchie cristiane giudaiche dei
primissimi anni. Solo un modo di pensare idealistico continua ad attribuire la
venerazione per Gesú come figura divina all’influenza decisiva della
religione pagana e all’influsso dei convertiti gentili, presentandola come
recente e graduale. La venerazione di Gesú come ‘Signore’, che trovava
espressione adeguata nella venerazione cultuale e nell’obbedienza totale, era
inoltre generale, non era confinata e attribuibile a cerchie particolari, ad
esempio gli ‘ellenisti’ o i cristiani gentili di un ipotetico ‘culto di
Cristo siriaco’. Con tutta la diversità del primo cristianesimo, la fede
nella condizione divina di Gesú era incredibilmente comune" [9].
Questa rigorosa conclusione storica dovrebbe porre fine all’opinione, tuttora
dominante in una certa divulgazione, secondo cui il culto divino di Cristo
sarebbe un frutto posteriore della fede (imposto per legge da Costantino a Nicea
nel 325, secondo Dan Brown, nel suo "Codice da Vinci").
4. La "bambina Speranza"
Oltre al libro su "Gesù di
Nazaret", il Santo Padre, nell’anno in corso, ci ha fatto dono anche dell’"Enciclica
sulla Speranza".
L’utilità di un documento pontificio, oltre il suo contenuto altissimo, sta
anche nel fatto che concentra su un punto l’attenzione di tutti i credenti,
stimolando su di esso la riflessione. In questa linea, vorrei fare qui una
piccola applicazione spirituale e pratica del contenuto teologico dell’Enciclica,
mostrando come il testo della "Lettera agli Ebrei" che abbiamo
meditato può contribuire ad alimentare la nostra speranza.
Nella speranza - scrive l’autore della "Lettera" con una bellissima
immagine destinata a divenire classica nell’iconografia cristiana - "noi
abbiamo come un'àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin
nell'interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come
precursore" (Eb 6, 17-20). Il fondamento di questa speranza è proprio il
fatto che "negli ultimi tempi Dio ha parlato a noi per mezzo del
Figlio". Se ci ha dato il Figlio, dice San Paolo, "come non ci donerà
ogni cosa insieme con lui?" (Rm 8, 32). Ecco perché "la speranza non
delude" (Rm 5, 5): il dono del Figlio è pegno e garanzia di tutto il resto
e, in primo luogo, della vita eterna. Se il Figlio è "l’erede di
tutto" ("heredem universorum") (Eb 1, 2), noi siamo i suoi
"coeredi" (Rm 8, 17).
I vignaioli iniqui della parabola, vedendo arrivare il figlio, dicono tra sé:
"Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità" (Mt
21, 38). Nella sua onnipotenza misericordiosa, Dio Padre ha volto in bene questo
disegno criminoso. Gli uomini hanno ucciso il Figlio e hanno avuto davvero l’eredità!
Grazie a quella morte, sono diventati "eredi di Dio e coeredi di
Cristo".
Noi creature umane abbiamo bisogno di speranza per vivere, come dell'ossigeno
per respirare. Si dice che finché c'è vita c'è speranza; ma e vero anche il
rovescio: che finché c'è speranza c'è vita. La speranza è stata per molto
tempo, ed è tutt'ora, tra le virtù teologali, la sorella minore, la parente
povera. Si parla spesso della fede, più spesso ancora della carità, ma assai
poco della speranza.
Il poeta Charles Péguy ha ragione quando paragona le tre virtù teologali a tre
sorelle: due adulte e una bambina piccina. Vanno per strada tenendosi per mano
(le tre virtù teologali sono inseparabili tra di loro!), le due grandi ai lati,
la bambina al centro. Tutti, vedendole, sono convinti che sono le due grandi –
la fede e la carità – a trascinare la bambina speranza al centro. Si
sbagliano: è la bambina speranza che trascina le altre due; se si ferma essa,
si ferma tutto [10].
Lo vediamo anche sul piano umano e sociale. In Italia si è fermata la speranza
e con essa la fiducia, lo slancio, la crescita, anche economica. Il
"declino" di cui si parla nasce da qui. La paura del futuro ha preso
il posto della speranza. La scarsità delle nascite ne è il rivelatore più
chiaro. Nessun paese ha bisogno di meditare l’Enciclica del Papa quanto l’Italia.
La speranza teologale è il "filo dall’alto" che sostiene dal centro
tutte le speranze umane. "Il filo dall’alto" è il titolo di una
parabola dello scrittore danese Johannes Jrrgensen. Parla del ragno che si cala
dal ramo di un albero lungo un filo che lui stesso produce. Posandosi sulla
siepe, tesse la sua rete, capolavoro di simmetria e di funzionalità. Essa è
tesa ai lati da altrettanti fili, ma tutto è retto al centro da quel filo da
cui è sceso. Se si tronca uno dei fili laterali, il ragno interviene, lo ripara
e tutto è a posto, ma se si tronca il filo dall’alto (io una volta ho voluto
verificare e ho visto che è vero) tutto si affloscia e il ragno scompare,
sapendo che non c’è più nulla da fare. È un’immagine di quello che
avviene quando si tronca il filo dall’alto che è la speranza teologale. Solo
essa può "ancorare" le speranze umane alla speranza "che non
delude".
Nella Bibbia assistiamo a dei veri e propri sussulti o soprassalti di speranza.
Uno di essi si trova nella terza "Lamentazione": " Io - dice il
profeta - sono la persona che ha provato la miseria e la pena… Ho detto: È
sparita la mia gloria, la speranza che mi veniva dal Signore".
Ma ecco il sussulto di speranza che capovolge tutto. A un certo punto, l'orante
dice a se stesso: "Ma le misericordie del Signore non sono finite; dunque
in lui voglio sperare! Il Signore non rigetta mai, ma se affligge avrà anche
pietà. Forse c'è ancora speranza " (cfr. Lam 3, 1-29). Dall’istante che
il profeta decide di tornare a sperare, il tono del discorso cambia
completamente; la lamentazione si trasforma in supplica fiduciosa: "Il
Signore non rigetta mai. Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo la sua
grande misericordia" (Lam 3, 32).
Noi abbiamo un motivo molto più forte per avere questo sussulto di speranza!
Dio ci ha dato suo Figlio: come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? A
volte giova gridare a se stessi: "Ma Dio c’è e tanto basta!". Il
servizio più prezioso che la Chiesa italiana può fare, in questo momento al
paese, è quello di aiutarlo ad avere un sussulto di speranza. Contribuisce a
questo scopo chi (come ha fatto
Benigni nel suo
recente spettacolo in tv) non ha paura di contrastare il disfattismo, ricordando
agli italiani i tanti e straordinari motivi, spirituali e culturali, che essi
hanno di avere fiducia nelle proprie risorse. Ma non è solo la Chiesa italiana
che ha bisogno di un sussulto di speranza; basta pensare alla situazione dei
cattolici negli Stati Uniti.
La volta scorsa parlavo di una "aromaterapia": basata sull’olio di
letizia che è lo Spirito Santo. Di questa terapia abbiamo bisogno per guarire
dalla malattia più "perniciosa" di tutte: la disperazione, lo
scoraggiamento, la perdita di fiducia in sé, nella vita e perfino nella
Chiesa." "Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella
fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo"
(Rm 15, 13): così scriveva l’Apostolo ai Romani del suo tempo e lo ripete a
quelli di oggi.
Non si abbonda nella speranza senza la virtù dello Spirito Santo. C'è un canto
"spiritual" "afro-americano", dove non si fa che ripetere
continuamente queste poche parole: "C’è un balsamo in Gilead che
guarisce le anime ferite" ("There is a balm in Gilead / to make the
wounded whole..."). Gilead, o Galaad, è una località famosa nell’Antico
Testamento per i suoi profumi e unguenti (cfr. Ger 8, 22). Il canto prosegue
dicendo: "A volte mi sento scoraggiato e penso che tutto sia inutile, ma
viene lo Spirito Santo e ridà vita alla mia anima". Gilead è per noi la
Chiesa e il balsamo che guarisce è lo Spirito Santo. Egli è la scia di profumo
che Gesú si è lasciato dietro, passando su questa terra.
La speranza è miracolosa: quando rinasce in un cuore, tutto è diverso anche se
nulla è cambiato. "Anche i giovani faticano e si stancano", si legge
in Isaia, "gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore
riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano
senza stancarsi" (Is 40, 30-31).
Dove rinasce la speranza, rinasce anzitutto la gioia. L’Apostolo dice che i
credenti sono "spe salvi", "salvati nella speranza" (Rm 8,
24) e che perciò devono essere "spe gaudentes", "lieti nella
speranza" (Rm 12, 12). Non gente che spera di essere felice, ma gente che
è felice di sperare; felice già ora, per il semplice fatto di sperare.
Che in questo Natale il Dio della speranza, per virtù dello Spirito Santo e per
intercessione di Maria "Madre della speranza", ci conceda di essere
lieti nella speranza e di abbondare in essa.
NOTE
[1] Cfr. J. Dunn, op. cit.,
p. 746 ss.
[2] Benedetto XVI, "Gesù di Nazaret", Rizzoli 2007, p.10.
[3] R. Dawkins, "God Delusion", Bantam Books, 2006.
[4] "Sulla teoria di Gesú cinico": cfr. B. Griffin, "Was Jesus a
Philosophical Cynic?", [http://www.oxford.op.org/allen/html/acts.htm].
[5] Cfr. il saggio di Harold Bloom, "Whoever discovers the interpretation
of these sayings…", pubblicato in appendice all’edizione del
"Vangelo copto di Tommaso", curata da Marvin Meyer: "The Gospel
of Thomas. The Hidden Sayings of Jesus", Harper Collins Publishers, San
Francisco 1992.
[6] Formula del Sinodo di Sirmio del 351, in A. Hahn, "Bibliotek der
Symbole und Glaubensregeln in der alten Kirche", Hildesheim 1962, p.197.
[7] Cfr. S. Atanasio, "Contro gli ariani", I, 17-18 (PG 26, 48).
[8] Wilhelm Bousset, "Kyrios Christos", 1913.
[9] L. Hurtado, "Lord Jesus Christ. Devotion to Jesus in Earliest
Christianity", Grand Rapids, Mich. 2003, p. 650 ; trad. italiana
"Signore Gesù Cristo", 2 voll. Paideia, Brescia 2007, p. 643.
[10] Ch. Péguy, "Il portico del mistero della seconda virtù", in
"Oeuvres poétiques complètes", Gallimard, Parigi 1975, pp. 531 ss.