INTERVISTA

«Ci vorrà tempo, prima che la "democrazia" arrivi nel mio Paese».
Parla il "dissidente" Lu Decheng, che partecipa al "Festival della Modernità", a Milano.

RITAGLI     Cina, la lunga "marcia" verso la libertà     SPAZIO CINA

Ha scontato dieci anni di prigione per aver "imbrattato" un’immagine di Mao,
subendo "violenze" d’ogni tipo.
«Eravamo" annientati".
Per il "regime", che fossimo dentro o fuori non faceva più alcuna differenza.
Io sono uscito nel 1998, e dal 2004 sono fuggito in Canada».

LU DECHENG, dissidente reduce dai "Laogai" cinesi...

Lucia Capuzzi
("Avvenire", 27/11/’08)

La sua voce resta calma e cortese anche quando parla delle "sevizie" subite nel "Laogai", un "campo di rieducazione" per "dissidenti". Perché nonostante abbia trascorso gli ultimi 19 dei suoi 45 anni tra prigione, persecuzioni ed "esilio", Lu Decheng - in Italia per partecipare al "Festival della Modernità", che si tiene da domani a Domenica nella "Villa Borromeo" di Senago, vicino a Milano, tema la "democrazia" - resta un "gentleman". Così la "stampa cinese" battezzò i tre ragazzi - Lu, Yu Dongyue e Yu Zhijian - che lanciarono uova piene di vernice contro lo storico ritratto di Mao in "Piazza Tienanmen" e poi attesero con impassibile compostezza l’arrivo della polizia. Era il 23 Maggio 1989, dieci giorni prima che i "carri armati" stroncassero nel sangue i fermenti del "Maggio Cinese". Allora, Pechino era un "pullulare" di proteste: tanti speravano nel cambiamento. Tra questi anche Lu, "autotrasportatore" della provincia dell’Hunan, accorso nella capitale insieme a due amici per partecipare al moto di pacifica "rivolta".

Perché, tra le tante forme di "contestazione", avete scelto proprio quella di "imbrattare" di vernice l’effige di Mao?

«Eravamo partiti col proposito di distruggerla. Ma sarebbe stato troppo difficile. Così ci siamo seduti e ci siamo messi a riflettere. Yung Dungyue, che era un artista, ha proposto: "Sfiguriamola con della vernice colorata". Ci è parsa una bella idea. Ci siamo alzati, e siamo andati ad acquistare uova e tintura. Quando abbiamo iniziato a lanciarle, la gente intorno a noi ha applaudito. Era un gesto "simbolico". Mentre gli "studenti" marciavano solo contro la "corruzione" del Governo, noi volevamo fare qualcosa di più.
Cancellare il viso di Mao era un modo per dire alla gente comune: cancelliamo questo "sistema" che opprime ogni forma di libertà».

Sapevate a che cosa andavate incontro con quel gesto?

«Speravamo che il nostro atto spingesse le persone a lottare con più forza. In nome di questo obiettivo eravamo disposti ad affrontare qualunque conseguenza personale. Perché sapevamo che quello poteva essere il nostro ultimo giorno di vita o il primo di un "inferno" fatto di prigione e "lavori forzati". Ma non ci importava. Avevamo pensato perfino di darci fuoco al centro della piazza e abbiamo desistito solo perché temevamo di essere fraintesi».

Avete comunque pagato un "prezzo" altissimo: siete stati condannati per "distruzione rivoluzionaria" a pene severe…

«Mi hanno dato 16 anni, ne ho scontati quasi dieci tra carcere e "Laogai". Abbiamo subito violenze di ogni tipo. Venivamo picchiati con ferocia, come dimostra la cicatrice che ho dietro la nuca o i denti mancanti di Yu Zhinjian. La mente di Yu Dongyue non ha resistito.
Una volta l’hanno colpito con tanta forza da "fracassargli" il cranio. Da quel giorno non ragiona più.
Oltre alle "percosse", nel "Laogai" eravamo costretti a lavorare a ritmi massacranti, 14-16 ore al giorno per l’equivalente di due centesimi di euro. Gran parte della produzione industriale cinese è realizzata dai "detenuti". Io fabbricavo diamanti "finti" e perline, "alberi di Natale" e vestiti che venivano rivenduti dalle aziende».

Poi, dalla fine degli "Anni Novanta", siete tornati in libertà…

«Eravamo "annientati", per il "regime" non faceva più differenza che fossimo fuori o dentro. Io sono uscito nel 1998 e sono riuscito a fuggire dalla Cina nel 2004. Dal 2006 vivo a Calgary, in Canada, dove ora mi ha raggiunto anche la mia famiglia».

Crede che la Cina attuale sia diversa da quella del 1989?

«In apparenza sì. Gli stranieri che visitano il Paese restano colpiti dai "grattacieli", dalle strade trafficate, dai ristoranti eleganti.
Meraviglie di cui, però, può godere sono una minoranza privilegiata, in genere esponenti del "partito". Il resto della popolazione, specialmente nelle "aree rurali", continua ad essere povera. Pochi possono permettersi di mandare i figli a scuola o di farsi visitare da un medico. Dal punto di vista politico, poi, non c’è stato alcun cambiamento. Il "regime" cinese resta "totalitario"».

Nemmeno le recenti "Olimpiadi" hanno prodotto qualche apertura nelle "maglie" del "sistema"?

«I "Giochi" sono serviti solo a rafforzare il potere del "partito".
Sono stati la rappresentazione "tangibile" del grado di "influenza" che la Cina ha raggiunto nel mondo».

Che cosa può spingere il "regime" verso il cambiamento?

«Non credo in una "rivoluzione violenta" perché il Governo ha un’enorme "forza militare". Forse, una forte "crisi economica" potrebbe farlo vacillare. Ma il vero cambiamento si avrà solo quando i "principi" di libertà e giustizia matureranno nella coscienza del mio popolo. In Cina esiste un ristretto "movimento" di "opposizione civile" ma è fragile. È come un "neonato": per crescere ha necessità di tempo. La strada verso la "democrazia" è ancora lunga».