INTERVISTA

Per il "Nobel" nigeriano, «l’Occidente ha una visione troppo "parziale":
il "Continente Nero" non è solo "arcaico" e disperato».

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«In realtà siamo un "mosaico" di culture, di società, di esperienze diverse.
Certo, la "democrazia" deve ancora compiere un cammino molto lungo».

Lucia Capuzzi
("Avvenire", 13/3/’09)

«L’uomo muore in tutti coloro che tacciono di fronte alla "tirannia"». Si sintetizza in questa frase l’esperienza artistica ed umana di Wole Soyinka. Quando la scrisse, nel 1972, come introduzione al romanzo "L’uomo è morto", l’autore nigeriano era da poco uscito dal carcere. Per ventidue mesi, l’artista era stato rinchiuso – su ordine del "dittatore" Yakubu Gowon – con la falsa accusa di sostenere i "secessionisti" del Nord in uno dei tanti conflitti civili che hanno insanguinato la nazione africana dopo l’"indipendenza", nel 1960. Né la prigione, né le successive minacce e persecuzioni – lo scrittore è stato condannato a morte dal "regime" di Sani Abacha nel 1995 e ha dovuto rifugiarsi all’estero – sono riuscite a far tacere la voce libera di "Oga" ("il capo"), come lo chiamano i nigeriani in segno di rispetto. Per Soyinka – primo africano ad ottenere il "Premio Nobel per la Letteratura" nel 1986 – chi scrive non può sottrarsi alla responsabilità di denunciare gli eccessi del potere, gli orrori delle guerre, i soprusi a cui vengono sottoposti gli innocenti. "Oga" lo ripete spesso agli studenti che seguono le sue lezioni in varie "Università" della Nigeria e degli Stati Uniti, dove ha vissuto negli anni dell’esilio e dove tuttora trascorre parte dell’anno.
Eppure, quando si domanda a Soyinka – in Italia per presentare il libro dell’amico Massimo Baistrocchi, "Il castello e i suoi amanti", pubblicato da "Spirali" – se si ritiene un autore impegnato, risponde con un sorriso: «Questo deve dirlo chi legge i miei scritti».

Ma lei come si definirebbe?

«Io mi considero solo un attento osservatore della realtà. E quest’ultima è spesso piena di contraddizioni. Non è semplice, lineare, perché è fatta da creature complesse come gli esseri umani. Qualche volta, non sempre purtroppo, con le mie opere riesco a portare alla luce le contraddizioni esistenti».

L’arte può cambiare il mondo?

«L’arte è un prodotto dell’immaginazione umana che si "emancipa" dalla realtà per creare nuove forme. In questo senso ha la potenzialità per trasformare il mondo, in tutti i suoi aspetti. Anche nelle strutture sociali e politiche».

La Nigeria vive dal 1999 una nuova "stagione democratica", dopo un lungo susseguirsi di "Colpi di Stato" e "dittature". Come valuta questo decennio?

«C’è ancora molta strada da fare per realizzare un’autentica "democrazia" in Nigeria. Le passate "dittature" hanno lasciato un pesante fardello di problemi da risolvere: "corruzione", tendenza all’autoritarismo, inefficienza. Dopo ogni elezione, c’è una polemica sulla sua regolarità. Dire che, al momento, la Nigeria è una "democrazia compiuta" sarebbe utopistico».

Lei è molto schietto nel denunciare gli abusi del "colonialismo", ma anche la "corruzione" e l’"inettitudine" dei governanti africani che sono subentrati dopo. Come immagina il futuro del Continente?

«Non si possono fare previsioni. Sarebbe come chiedersi: "Quale sarà il futuro dell’Europa o degli Stati Uniti o del mondo?". Gli ottimisti prospetterebbero scenari positivi, i pessimisti il contrario (ride, "ndr"’). Io preferisco stare a guardare».

L’Europa e gli Stati Uniti hanno una percezione sbagliata dell’Africa?

«Ne sono convinto. La percezione che hanno gli americani – non posso dire molto degli europei perché non li conosco così bene – è parziale. L’Africa è un "mosaico" di culture, di società, di esperienze diverse.
Non si può ridurre ad un solo aspetto. Che è quello che fa l’Occidente: vede una piccola porzione dell’Africa – quella più "arcaica" e disperata – e proietta questa immagine sull’intero Continente».

Come valuta l’ordine di arresto emesso dal "Tribunale dell’Aia" contro il Presidente del Sudan, Al-Bashir?

«In un "mondo globale" anche la giustizia viene "globalizzata". I "leader" africani – come ogni altro governante del Pianeta – devono assumersi le loro responsabilità di fronte alla "comunità internazionale"».

Narratore, "saggista", docente. Eppure lei si considera soprattutto un "drammaturgo". Che cosa ama tanto del teatro?

«Il teatro è una rappresentazione della realtà molto efficace. Ma del resto anche la musica, l’architettura, la pittura lo sono. È difficile dire quale arte riesca a raccontare meglio la complessità della vita e dell’uomo. Io posso dire solo che il teatro è congeniale al mio modo di essere e di creare. Mi diverte, in ogni suo aspetto. Mi piace vedere gli attori mentre recitano, mi piace l’atmosfera che si instaura tra palco e platea. E adoro scrivere per il teatro, perché lo sento in linea con me».

L’aspetto più originale della sua opera è la fusione dei "miti occidentali" con la "tradizione africana". Come riesce a unire questi due mondi, apparentemente tanto distanti?

«I "miti" sono prodotti dell’immaginazione dell’uomo. Se li "astraiamo" dai singoli contesti vediamo che ci sono dei motivi comuni di fondo, che formano una sorta di "filo rosso" tra culture e tradizioni. Ci sono stati recenti studi sul "teatro giapponese".
Bene, anche qui ritroviamo elementi tipici dei "miti" greci classici.
L’arte, al di là dei differenti "idiomi", parla un linguaggio universale; ci aiuta ad incontrare l’altro».