Nel viaggio in Germania s'è scritta una pagina nuova e bella della modernità

RITAGLI   Che strana la nostra Europa:   DOCUMENTI
tocca al Papa evocarne il patrimonio

Carlo Cardia
("Avvenire", 18/9/’06)

La fede non è qualcosa di complicato, è un atto semplice con il quale l'uomo dà risposta alle aspirazioni più alte della ragione. Anche perché tra lo spirito creatore e la nostra ragione esiste una vera analogia, e Dio non può agire contro il logos perché è egli stesso Logos. Per questo motivo, è insensato voler costringere con la forza a credere. Si può convincere solo rivolgendosi all'anima ragionevole dell'uomo con parole giuste. D'altronde, se c'è qualcosa di veramente irrazionale questo è il caso, l'arbitrio, perché dall'arbitrio non può scaturire un universo fondato su leggi stabili e finalità superiori. Di qui, la conseguenza per la quale i credenti non vogliono tornare indietro rispetto all'illuminismo, anzi accolgono con gratitudine le grandi possibilità e i progressi che la modernità ha donato all'umanità. Desiderano, però, con la loro fede affrontare i problemi dell'epoca moderna, e discernere tra le scelte che devono essere compiute per il loro destino personale e collettivo.
Queste e altre parole hanno costellato il viaggio di
Benedetto XVI in Germania. Con il suo argomentare il Papa ha quasi tracciato un affresco dei rapporti tra fede e ragione, scacciando paure e incomprensioni, sfatando miti che si sono accumulati nel tempo.
La prima cosa che colpisce è che Benedetto XVI ha voluto portare una sfida positiva al razionalismo non per negare le sue ragioni, ma per coniugarle con quelle della fede, per ricordare che la radice della fede sta nella struttura complessiva dell'uomo. L'uomo è chiamato ad agire con ragionevolezza, non arbitrariamente, nella sua ragione è insita una aspirazione a trascendere i limiti della materia, del contingente, della individualità. Negare questa aspirazione porta a impoverire l'uomo, a farne un oggetto frutto del caso, un oggetto manipolabile, soprattutto da parte di chi detiene il potere.
Un concetto centrale dei discorsi del Papa, che all'inizio pochi hanno compreso, è che un dialogo con le culture religiose è possibile solo se non si parte dalla negazione aprioristica della fede. Eppure siamo di fronte ad una verità facilmente verificabile. Se l'Europa si muove in un orizzonte che esclude pregiudizialmente la fede, cosa potrà dire a popolazioni che vivono immerse in culture religiose? Potrà mettere tra parentesi queste culture, e trattare i popoli soltanto come soggetti produttori di beni, bisognosi di tecnologie, o firmatari di trattati commerciali più o meno equi? Neanche potrebbe parlare di diritti umani se si presentasse dicendo che tutto è relativo, perché gli altri risponderebbero in perfetta sintonia che, essendo tutto relativo, ciascuno può interpretare i diritti umani come gli pare e piace, a seconda della latitudine o longitudine, e dei sistemi politici e sociali. Un Occidente mercantile parlerebbe un linguaggio senza respiro ideale, e non convincerebbe nessuno.
Oltre a impedire il dialogo con gli altri popoli, un approccio relativistico e a-religioso impoverirebbe per prima l'Europa, perché questa dovrebbe tacere, quasi disconoscere, le proprie radici culturali e umanistiche, a cominciare dal pensiero greco che ha potuto coniugarsi con quello cristiano. Pochi osservatori hanno colto il paradosso verificatosi nel viaggio pontificio in Germania. Il paradosso è che nel XXI secolo è toccato ad un Papa richiamare, ed esaltare, l'eredità aristotelica, platonica, e poi romana del pensiero occidentale. È stato il Papa che ha ricordato a tutti che senza quelle radici l'Europa moderna non esisterebbe, perché quelle radici sono razionali e insieme intrise di aspirazioni religiose, con i valori dell'etica socratica, l'aspirazione all'Uno di Platone e dei platonici, la ricerca aristotelica dell'armonia nell'universo. Al punto che il rapporto tra il pensiero greco-romano e l'esperienza giudaico-cristiana ha consentito all'Europa di spiccare il volo verso il resto del mondo, con tanti errori commessi, ma con l'inestinguibile sete verso il miglioramento, l'universalità, la trascendenza.
Se parlasse in nome di questa complessa ma forte eredità, l'Occidente potrebbe frenare i fondamentalismi che usano la religione per fare e provocare violenza, e potrebbe dichiarare che la scelta di fede è una scelta libera e ragionevole. Perché in questa eredità c'è l'immagine di un Dio che si presenta come creatore, che sostiene le sue creature, che pone come primo comandamento quello di amare il prossimo in ogni luogo e tempo, ed è contrario a qualunque violenza e coercizione. Una critica soltanto razionalistica del fondamentalismo può lasciare indifferenti. Ma una critica fondata sull'immagine di un Dio vicino all'uomo, che richiede amore e solidarietà per tutti, può agire in profondità nella mente di coloro che credono, e favorirebbe una piena maturazione della loro religiosità.
Ciò che sta accadendo nei tempi più recenti ha una sua singolarità. Mentre il pensiero relativistico tace di fronte alle più gravi patologie religiose e non riesce a parlare a chi ha fede, in nome della ragione parla invece il rappresentante della più grande Chiesa cristiana, e lo fa appellandosi all'autentico illuminismo, ad una razionalità che sappia ampliarsi a tutte le dimensioni dell'uomo, compresa quella spirituale. Egli va ripetendo che la scelta di fede è un atto semplice, libero e ragionevole. È una pagina nuova e bella nella storia della modernità, direi anche dell'Occidente.