SPERPERO DELLA NOSTRA IDENTITÀ

RITAGLI    "China fatale":    DOCUMENTI
nessuno ci chiede di abbracciarla

Carlo Cardia
("Avvenire", 9/11/’07)

Dagli Stati Uniti viene la proposta di togliere dalla datazione l’acronimo "d.C." (perché il riferimento a Cristo offenderebbe chi è musulmano, o di altra religione) e sostituirlo con "e.c." (era comune). In Gran Bretagna una scuola avrebbe indotto gli alunni e le loro famiglie a praticare per un giorno costumi musulmani: uso del "chador" per le ragazze, separazione tra ragazze e ragazzi, tra uomini e donne, siano genitori o insegnanti. Però, alunni, docenti e genitori, erano per il 90 per cento di religione cristiana.
Questi gli ultimi segni di una "china fatale" che l’Occidente sta vivendo in tema di "multiculturalità".
I precedenti più prossimi sono noti. In Italia, un alto tribunale ha perdonato due genitori per le percosse inflitte alla figliola Fatima perché la tradizione da cui provengono le giustificherebbe. In Germania, un giudice ha diminuito drasticamente la pena a chi aveva commesso violenza carnale perché la sua tradizione sarda legittimerebbe in qualche modo la prevaricazione sulla donna. A differenza che in passato, né a Roma né a Berlino si è trovato un giudice vero, cioè equo e umano.
Io credo si debba riflettere su un elemento importante. Siamo di fronte ad una "china fatale", che nessuno ci chiede di percorrere, a una condanna che ci infliggiamo da soli, come presi da una bramosia di anonimato che oscura tante cose, persi in un orizzonte di "autopunizione" nel quale ci rinchiudiamo. La nostra storia, le grandi svolte spirituali che ci hanno fatti come siamo, che hanno cambiato il mondo e il genere umano, tutto ciò può essere nascosto, messo nell’angolo, per ignavia o per paure inesistenti.
In questo modo, facciamo tutto il contrario di ciò che la "multiculturalità" potrebbe essere, cioè molteplicità e ricchezza, incontro di identità e confronto di valori. Il messaggio di Gesù è grande e decisivo per i cristiani, ma è rispettato, ascoltato in tutto il mondo, come abbiamo potuto vedere negli incontri che
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno avuto e hanno con i "leader" religiosi del pianeta. A loro volta, i cristiani rispettano i valori e le esperienze spirituali di altre religioni come un patrimonio che può portar frutti e benefici.
Dall’incontro tra le religioni può iniziare un cammino di cui non conosciamo le tappe e gli esiti, ma che interessa l’umanità intera. Ma nascondere, svilire, la storia e il ruolo di una religione o dell’altra, incontrarsi facendo finta che non abbiamo radici, tutto ciò non porta al dialogo interreligioso, porta a dialoghi finti, pone i presupposti di nuovi conflitti.
Concepire il dialogo chiedendo a ragazze non musulmane di indossare il "chador" è avvilente, toglie autenticità al rapporto interpersonale, impedisce una vera conoscenza reciproca. Così come legittimare pratiche violente con le tradizioni culturali vuol dire tornare indietro di secoli, fare del diritto uno strumento di legittimazione del più forte, anziché di affinamento del costume sociale. La "multiculturalità" è stravolta, finisce con l’offendere quei principi religiosi che gli uomini avvertono e sentono nella propria coscienza.
Di fronte a tanti fatti preoccupanti, a scelte distorte che trasformano le nostre società in terreni di battaglia, è necessaria una presa di coscienza da parte di tutti. Nell’incontro leale, che si realizza con la propria autenticità religiosa, si constata quante cose abbiamo in comune e si percorre una strada che stempera gli errori del passato.
Ma un incontro mimetizzato è inficiato dall’ipocrisia, dal nascondimento. Celando i segni del cammino spirituale dell’umanità ci si adagia ad una visione piatta della persona, della sua storia, delle sue idealità, si aggiunge un piccolo tassello a una concezione nichilista che mortifica e umilia. A questa concezione si può rispondere con un atto di fiducia nell’essere umano, e nella sua capacità di vivere con gli altri nel rispetto delle rispettive religioni e identità culturali.