Carlo
Cardia
("Avvenire", 20/3/’08)
La vita
cristiana ha tante "modulazioni". Può svolgersi interamente in un contesto
"aspro", e concludersi con il martirio, com’è accaduto a Paulos
Faraj Rahho,
arcivescovo in Iraq.
E può realizzarsi in un impegno ecclesiale che dura tutta la vita, facendo
nascere una comunità che mette "radici" dovunque, com’è avvenuto
per Chiara
Lubich, che
ha fondato il "Movimento
dei Focolari".
Ma i cristiani si trovano a vivere in ogni angolo della Terra, con la propria
famiglia o il lavoro, con gli studi o l’impegno sociale, le gioie e i
"patimenti", testimoniando una fede che rende "eguali" nello
spirito e si nutre di una speranza che racchiude e supera la vita terrena.
La Pasqua unisce e "amalgama" i due momenti più alti della fede
cristiana. Il momento della sofferenza, che "permea" la condizione
umana in modi diversi, e la speranza della Resurrezione che
"trasfigura" la vita in un orizzonte di compimento senza più limiti e
confini. La sofferenza individuale la conosciamo tutti, qualche volta ci
"pieghiamo" sotto di essa, soprattutto quando ci appare inutile o
ingiusta. Ma la fede può farla accettare, se comprendiamo che essa non è senza
fine e serve per amare di più la vita, perché questa anticipa una realtà più
completa.
La sofferenza collettiva la conosciamo di meno, perché per vederla dobbiamo
"spendere" qualcosa della nostra tranquillità. Se ci impegniamo la
vediamo subito, nel martirio di Paulos Rahho, nel silenzio dei cristiani in Cina
e dei buddhisti in Tibet,
e di tanti altri uomini e donne che in Libano,
in Iraq, in Africa
soffrono per colpe non loro. Se si tenesse un "diario" delle
ingiustizie e delle persecuzioni vedremmo una continua "Via Crucis"
che passa di volta in volta in tante zone del mondo che "patiscono" la
"repressione" e la morte, e dove il "primato" dei cristiani
perseguitati resta costante. L’uomo si sente "inerte", il cristiano
avverte l’impotenza di fronte al male, e se torna con la mente ai Vangeli
capisce che spesso il male vince sul bene con "fragore". In quel
momento la coscienza può "piegarsi", la fiducia può andar persa.
Il male, però, può trionfare definitivamente soltanto se l’uomo perde la
fiducia, se si spegne in lui quella "voce interiore" che annuncia un’altra
verità e suggerisce una "prospettiva" nuova. In un orizzonte più
vasto l’ultima parola è del bene, anche quando il male uccide, perché la
morte non è più l’ultimo "confine" dell’uomo. Oltre la morte,
che è sconfitta, sta una "dimensione spirituale" che ci accompagna
nella vita ma soltanto al suo compimento ci "assorbe" interamente.
Oltre la morte si avrà il giudizio su tutto il male che la Terra ha conosciuto
e, per quanto misericordioso, esso "ricomporrà" le cose secondo una
giustizia vera.
La morte di Gesù e la sua Resurrezione, unendo la sofferenza
"estrema" alla gioia più grande, stanno lì a ricordarci che la
nostra vicenda, quella personale e quella del genere umano, è stata
sperimentata più volte nella storia ed è conosciuta nella "dimensione
divina". A quella morte e a quella Resurrezione possiamo attingere una
forza che non è facile né "naturale", con la quale possiamo
resistere al male e alle sue "insidie", respingendo l’"insidia"
più grande che è quella che ci "sussurra" che tanto il male c’è
sempre stato ed è inutile opporsi, perché esso trionferà comunque nel corpo e
nell’anima.
La fede nella Resurrezione "rovescia" questa logica e diventa forza capace di
"capovolgere" il mondo e di preparare una umanità più disponibile a
costruire il bene. Di fronte all’"utopia" cristiana si può pensare
che sia troppo grande per essere vera, ma Simone Weil diceva che se non fosse
così grande non sarebbe frutto del cristianesimo, non sarebbe parola di Dio. La
grandezza della speranza cristiana sta nel fatto che essa chiede a tutti gli
uomini non soltanto di credere, e abbandonarsi alla propria fede, ma di agire
qui e subito perché si "argini" il male, lo si limiti, lo si
sconfigga, perché si raccolgano il maggior numero di persone impegnate a
costruire il bene. In questa "comunione" degli uomini per fare il bene
si vede in "controluce" il significato di quella morte e di quella
Resurrezione che da secoli guidano l’umanità verso una "dimensione"
e un "orizzonte" che determinano la fine di ogni disperazione.