LA DIGNITÀ E LA SICUREZZA

RITAGLI    Il povero mai è un "intralcio" per gli altri    MISSIONE AMICIZIA

Carlo Cardia
("Avvenire", 4/4/’08)

Gli esseri umani non sono mai riducibili a "cose". Né possono essere valutati solo per la loro capacità di produrre guadagno. Queste semplici verità sono ogni tanto messe in discussione in una società che dovrebbe essere quella dei "diritti umani". A Londra la "Camera dei Lord" parla duramente degli immigrati, che non fanno crescere la ricchezza, e anzi fanno abbassare i salari dei giovani inglesi. In una città italiana si è decisa la "rimozione" dei mendicanti perché sono di "intralcio" ad altre persone. In un’altra città la eliminazione di un "campo nomadi" è stata realizzata con metodi che hanno suscitato perplessità e "rimostranze".
Quando si fanno certe affermazioni, o si adottano determinati provvedimenti, ci sono delle ragioni da far valere. La "mendicità" crea indubbiamente problemi, come il "nomadismo" resta una contraddizione profonda in un tessuto sociale che punta alla integrazione. Ed è vero che la "manodopera" a basso costo può in certe condizioni provocare una più ampia diminuzione "salariale". Ma queste verità "parziali" non devono mai far dimenticare che stiamo parlando di esseri umani, di persone, che restano ai "margini" della società, che sono i primi a patire solitudine, ingiustizie, ad essere oggetto di sfruttamento e di "mercato nero". Se non ci si muove da queste considerazioni, si può rovesciare lo "specchio" e vedere tutto "sfalsato". La "mendicità" esiste, è in aumento per tante ragioni, ed è un ostacolo al realizzarsi della giustizia e al rispetto dei "diritti umani". Ma non si dica mai che il mendicante è un "intralcio" per gli altri che passano per la strada. Si faccia la "guerra" a chi sfrutta i mendicanti, questo sì, si facciano intervenire i "servizi sociali", si attui un programma di aiuto per i più poveri perché non siano più tali. Tutto questo è giusto e doveroso, ma "cancellare" semplicemente ciò che non piace, o ci disturba, pensando che così si elimina la povertà, questo no, questo è qualcosa che non dobbiamo più sentir dire dopo tante brutte esperienze del passato. Sull’immigrazione l’atteggiamento "oscillante" è ancora più grave e deve far riflettere. Per un malinteso "multiculturalismo" si accettano qua e là in Occidente tradizioni e pratiche che violano i diritti della persona, che sono contrari all’eguaglianza tra uomo e donna, che "configgono" con principi e valori "sanciti" universalmente, e si giunge a tacere su fatti gravi per paura di "ritorsioni". Poi, però, si torna a parlare degli immigrati come fossero delle "merci", come "forza lavoro" da considerare secondo una concezione del mercato risalente ad Adam Smith, o con criteri brutalmente "maltusiani". In questa maniera si crea una miscela "esplosiva", perché si favoriscono da un lato le "comunità" chiuse governate in modo autoritario, e dall’altro si negano agli immigrati quei diritti e quelle "provvidenze sociali" che spettano loro non per concessione ma per il fatto stesso di essere persone.
Dobbiamo uscire da questo "circolo vizioso" perché le questioni dell’immigrazione e della povertà sono ormai decisive e devono essere affrontate da una società che non è più sicura del proprio benessere, del progresso economico continuo, e non è capace di dare risposte ad una "globalizzazione" irreversibile. Per farlo dobbiamo attingere ai valori della solidarietà, del rispetto della dignità della persona, seguire una "strategia" convincente che sappia coniugare la promozione dei "diritti umani" con il rispetto delle leggi. Dobbiamo saperlo fare con un tratto di "umanità", che non può essere mai abbandonato, anche perché fa sentire le leggi meritevoli di essere rispettate e i "diritti sociali" come un bene prezioso disponibile per tutti.
Negli ultimi anni le questioni dell’immigrazione e della povertà sono divenute "strategiche" e se non sapremo affrontarle con "lungimiranza" ne subiremo noi per primi le conseguenze "disgreganti". Una impostazione cristiana dei rapporti tra gli uomini chiede a tutti un impegno serio nel lavoro, per la propria famiglia e le proprie "aspettative", ma anche una attenzione agli altri, a chi ha avuto di meno e a chi non ha niente, a chi viene da lontano e deve costruire tutto ciò che occorre ad un essere umano per realizzarsi. A guidarci non deve essere una concezione del mercato che resta "indifferente" al destino degli uomini, ma la volontà di crescere insieme con benefici per tutti. Non dobbiamo dimenticarcelo mai, perché si tratta di un "patrimonio" ideale che, se realizzato, renderà cento volte tanto nel futuro.