Lo "strazio" della ragazzina di Niscemi e la società degli adulti

RITAGLI    Il dovere di dire ai giovani    DOCUMENTI
la gioia e la fatica di vivere


Carlo Cardia
("Avvenire", 17/5/’08)

Il primo sentimento di fronte al corpo di Lorena, vittima del "branco" di Niscemi che dopo averla usata l’ha uccisa, è quello della misericordia. Della misericordia più vera, quella della grande bontà di Dio che toglie le colpe e non respinge nessuno dalla sua presenza, perché conosce le profondità del cuore dell’uomo, le sue debolezze, e tuttavia perdona ed è pronto a salvare chiunque ("Salmo 50").
Queste parole divine vengono alla mente spontaneamente perché sono una risposta alla disperazione dei genitori, degli amici di Lorena, di chi l’ha conosciuta alle soglie di una vita che non ha potuto vivere, mentre quel poco che ha sperimentato ha avuto subito il sapore della sconfitta e della tragedia.
Il pensiero, poi, va alla vita che ha condotto Lorena, a quella che conducono non pochi giovani soprattutto per colpa del mondo adulto, come già è stato ricordato su "Avvenire". Una vita alla quale forse non sono dati esempi più alti, non è dato quel dono prezioso di una guida, di una luce etica e spirituale insieme, che riesce a far capire ai ragazzi che esiste una gioia e una fatica di vivere, che l’attesa di esperienze adulte è feconda, che vivere le fasi dell’esistenza con lo sguardo al futuro dà molta più felicità del piacere immediato, frettoloso, superficiale.
Forse a tanti ragazzi non viene più detto che la "promiscuità" regala solitudine, che il dono di se stessi è cosa buona e bella quando è completo, quando costruisce, fa crescere, sa distinguere la soddisfazione di un momento dall’appagamento della persona, in una parola sa separare il bene dal male. È stata Simone Weill a dire che l’amore più grande è quello che "trascende" se stessi, perché non si accontenta del proprio piacere.
Quando si parla della giovinezza come di un’età immatura e difficile in realtà si vogliono assolvere tanti adulti che non parlano più ai giovani, non danno loro quei semi di verità che crescono nella "psiche" e nell’anima formando persone e personalità capaci di entrare e camminare nei tanti sentieri dell’esistenza.
L’età giovanile non è soltanto immaturità, o incapacità di discernimento. Nell’età giovanile c’è entusiasmo, apertura e disponibilità agli altri e alle cose nuove, capacità di sacrificio, ammirazione e vocazione per gli ideali più alti.
Ma, come in tutte le cose, questi valori devono in qualche modo emergere, devono essere coltivati, indicati e prospettati come meritevoli di adesione. Se tutto ciò manca, se cala il silenzio sulla dimensione etica della vita, le scelte dei giovani si riducono, la crescita viene frenata, si perde la consapevolezza delle mille sfumature di cui l’essere umano è capace, si apre la porta alla malinconia, alla "disistima", alla ricerca disperata di surrogati, senza più guardare alla sostanza delle cose o al proprio futuro. Una giovinezza senza fiducia nel futuro, incapace di fatica nel costruirlo, non è più giovinezza, è imitazione povera e sbagliata dell’età adulta. Per Edith Stein la conoscenza e la cura dei tempi della vita è l’arte più semplice e difficile da apprendere, e per apprenderla occorre guardare dentro se stessi sin dall’inizio.
Il cristianesimo, e la Chiesa, insegnano da sempre che la crescita morale dei ragazzi è la base della loro felicità futura, e della solidità di una società. Ma oggi dobbiamo essere umili e riconoscere che la nostra società deve imparare daccapo la "grammatica" dell’educazione dei giovani, deve saper parlare loro, nella famiglia, nella scuola, nelle attività sociali, indicando traguardi e obiettivi meritevoli, insegnando che ogni traguardo è fonte di gioia ma richiede impegno, che occorre sapersi guardar dentro, scoprire e coltivare i propri talenti, esplorare le dimensioni spirituali della propria personalità.
Se nella formazione dei giovani si reintroducesse e si esaltasse questa ricchezza e complessità della persona, si potrebbe riprendere un cammino che deve essere compiuto sapendo di dover pagare un debito alle nuove generazioni. I giovani non meritano di essere rinchiusi in una visione piccola e povera dell’esistenza, hanno diritto a sapere e conoscere quali e quante possibilità hanno nel realizzarsi, nello scegliere ciò che garantisce un’esistenza ricca e completa, nell’apprezzare la bellezza e la fecondità di ideali che sono alla portata di tutti. Forse la nostra società deve cominciare a pagare questo debito verso i giovani, perché è un loro diritto sapere e conoscere la verità sulla vita.