L’educazione, l’"antidoto" migliore

RITAGLI     Se il "razzismo" è dietro l’angolo,     DOCUMENTI
nessuno è immune da rischi

Carlo Cardia
("Avvenire", 3/6/’08)

Un po’ tutti sono d’accordo sul fatto che l’Italia non è un paese "razzista", che gli italiani non hanno la malattia del "razzismo". A testimoniare, e spiegare, lo spirito di accoglienza che ci contraddistingue sono la storia e le radici cristiane che hanno formato la nostra identità.
L’"universalismo" di Roma è all’origine dell’apertura culturale, missionaria, umanistica verso gli altri, della capacità di dialogo che nei secoli ha fatto sedimentare sentimenti di rispetto e benevolenza per chiunque, da qualunque parte del mondo provenga. Questo patrimonio religioso e umanistico, però, non deve farci credere che siamo esenti dal rischio del razzismo, che siamo immuni da un "veleno" che la storia umana conosce e che si riaffaccia ogniqualvolta le popolazioni tornano a mischiarsi. Oggi è urgente riflettere su questi pericoli per evitare che divengano realtà, che qualcosa si incrini nella nostra tradizione di umanità e tolleranza. Una equilibrata politica dell’immigrazione è essenziale perché si realizzi l’integrazione degli stranieri, e non nascano nella popolazione sentimenti "xenofobi". L’equilibrio tra legalità e accoglienza è il presupposto necessario perché nei cittadini non maturino fenomeni di "rigetto" che possono diventare rifiuti "pregiudiziali". L’immissione improvvisa e sproporzionata di comunità straniere in un tessuto sociale fragile può essere sconsiderata perché pone le basi per scontri in cui si mischiano tanti fattori, anche irrazionali, che è difficile governare. La presenza di forti insediamenti di nomadi vicino o in mezzo ad "agglomerati" urbani provoca quasi sempre conflitti territoriali, l’estensione di una "micro-criminalità" che genera la spirale della paura fino ai limiti del razzismo.
Ai nomadi si può offrire una alternativa ragionevole con l’integrazione abitativa e scolastica, ma quando interi gruppi sono lasciati a se stessi in un una sorta di sospensione della legalità, si finisce col provocare guerre tra poveri, tra emarginati (lo si è visto in questi giorni) che costituiscono terreno di coltura per un generale regresso civile. Però, ci sono altri modi per alimentare il razzismo, quando si apre la "caccia allo straniero", si indica in esso la causa dei nostri mali, si adottano provvedimenti che, per comprensibile reazione alla politica "lassista" del passato, non si curano troppo dei "diritti individuali", del rispetto della persona, della necessaria solidarietà. Eventuali eccessi autoritari provocano danni immediati, ma alimentano anche una mentalità favorevole al "giustizialismo", all’azione di "facinorosi" che vogliono ergersi a "giustizieri". Quando poi si scatenano i primi sintomi del razzismo il passaggio della violenza da un gruppo ad un altro, con o senza riferimenti politici, è un fenomeno frequente soprattutto nelle periferie abbandonate e degradate. Il peggior contributo che si può dare all’impegno contro il razzismo è attribuire i singoli atti violenti ad una parte politica, per poter assolvere o esaltare la propria "fazione". Il razzismo non ha "bandiere" e si nutre di ogni "estremismo" invocando tante cause, tutte sbagliate e ingiustificate ma che vanno individuate e rimosse. Per l’Italia sembra finito il tempo della sperimentazione sulla questione dell’immigrazione. Da noi si trovano circa tre milioni di stranieri, con comunità che conoscono il fenomeno della seconda generazione e mettono radici economiche e sociali consistenti.
L’impegno per l’integrazione leale e consapevole degli immigrati è divenuto una questione nazionale che interroga e deve coinvolgere tutte le forze politiche e sociali, le quali devono essere consapevoli che l’equilibrio tra rispetto della legge e riconoscimento dei "diritti umani" è un equilibrio delicato ma non impossibile, è un obiettivo necessario ma anche realistico, purché si sfugga dalle "scorciatoie", e dalle reciproche "recriminazioni". Se poi si guarda un po’ più lontano è facile vedere che nell’educazione delle nuove generazioni è l’"antidoto" più forte e duraturo contro la malattia del razzismo, per oggi e per il futuro. Ma la formazione dei giovani non può essere "parcellizzata", insegnando loro che il razzismo è male e poi lasciandoli senza altri valori, chiusi in una visione "miope" ed egoistica della vita. Se la solidarietà non è proposta come valore verso i più deboli, gli indifesi, in ogni momento della vita, le "declamazioni" contro il razzismo possono diventare "voci" che parlano nel deserto.