I cristiani, dopo il vertice

RITAGLI   Se si mettono in gioco, cambia l'Europa   DOCUMENTI

Carlo Cardia
("Avvenire", 5/12/’06)

L'Europa cristiana sta ricostruendo la sua unità e vuole metterla al servizio di tutti. Questo potrebbe essere uno dei significati più importanti del viaggio di Benedetto XVI in Turchia, dei suoi incontri con Bartolomeo I e con patriarchi e metropoliti di altre Chiese cristiane.
Nella
«dichiarazione comune» sottoscritta dal Papa e dal Patriarca di Costantinopoli si intravede un ponte che può unire ortodossi e cattolici, che può attraversare l'Europa dall'Atlantico alla Russia con l'assunzione di impegni di portata storica. Gli antichi anatemi sono consegnati all'oblio del passato, le Chiese d'Oriente e d'Occidente vogliono essere unite nel preservare le radici, le tradizioni, i valori cristiani di cui l'Europa è intessuta. E vogliono lavorare insieme per promuovere i diritti umani, la libertà religiosa, perché non si uccida più in nome di Dio o facendosi scudo della religione. Il cristianesimo vuole dialogare con l'islam e tutte le religioni.
Non è facile rendersi conto del valore che un simile progetto può avere per il futuro del nostro continente. Abituati come siamo a leggere tutto in chiave politica, o nell'ottica di una incessante frantumazione di Stati e di nazioni, non avvertiamo che il cammino spirituale e morale dei cristiani può invertire la tendenza, può unificare uomini e Stati, può saldarsi attorno a valori e principi che diano un'anima all'Europa, che la rendano capace di parlare agli altri continenti e agli altri popoli.
L'Est europeo, uscito da poco dal totalitarismo, è in buona parte di tradizione ortodossa, e le sue popolazioni stanno riscoprendo in modo impetuoso i legami con le Chiese cristiane che rifioriscono in Russia e in Romania, in Bulgaria e in altri Paesi. Questo risveglio religioso non riguarda solo gli ortodossi, costituisce un patrimonio per il cristianesimo europeo, si intreccia con i processi che stanno avvicinando i cristiani in tutto il continente, a cominciare dall'Italia dove gli immigrati russi, romeni, bulgari celebrano la liturgia ortodossa nelle nostre chiese cattoliche come fossero le loro chiese.
Sono stati compiuti progressi notevoli per ricongiungere cattolicesimo e ortodossia, ad opera di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ogni progresso è passato da Costantinopoli, oltre che da Atene, Sofia, Gerusalemme. Ma in questi giorni il Papa e il Patriarca hanno detto qualcosa di più e di nuovo. Hanno affermato che l'unità dei cristiani è da costruire subito, che essa giova all'Europa, che deve essere messa al servizio di tutti gli europei, anche per costruire il dialogo con le altre religioni in nome della libertà religiosa, per sconfiggere le pulsioni di morte e di intolleranza, che esistono in molti luoghi.
È un impegno solenne, è un programma che può cambiare l'Europa in tanti modi. Può, nell'immediato, aprire le porte della grande Russia all'incontro tra Roma e Mosca, può produrre altre decisioni e gesti simbolici che facciano sì che i cattolici e gli ortodossi si sentano nell'intimo come figli di una stessa Chiesa. E può, in prospettiva, offrire all'Europa un motivo di identità che renda più solida, più convincente e sincera, quella unificazione che incontra tante difficoltà.
Il viaggio di Benedetto XVI ha fatto intravedere, in alcuni momenti, la realizzazione di un sogno. Il sogno di Chiese e culture cristiane che si riappacificano definitivamente, si intrecciano e si uniscono per parlare con una sola voce e dare nuovo fondamento all'unione dei popoli europei. Un fondamento spirituale ed etico, culturale e popolare, potrebbe cambiare la storia europea, conducendola dalla frantumazione alla ricomposizione, dalla dispersione alla consapevolezza delle proprie capacità. Dopo il viaggio in Turchia, un cammino comune dei cristiani in Europa costituisce una possibilità concreta da realizzare nell'immediato futuro.