Tutti ci rimettiamo,
dal "silenzio" che circonda la "sorte" dei cristiani in India

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La persecuzione si fa "sistematica"

Al riparo dalla pioggia, tra le macerie delle case distrutte!

Appelli da tutta l'India, per aiutare i cristiani dell'Orissa...

Missionarie della Carità, dono d'amore tra i poveri dell'India!

Carlo Cardia
("Avvenire", 11/9/’08)

Quanto sta avvenendo in India da alcune settimane non è più lo scoppio di un "focolaio" di "fondamentalismo", ma ha assunto ormai il carattere di persecuzione "sistematica" che colpisce popolazioni intere di una regione, e corre il rischio di estendersi, in forme più o meno "subdole", ad altre aree del grande Paese asiatico. Sulla stampa, e con timidezza, ci si comincia ad accorgere dello "scandalo" parallelo, che si verifica in Occidente, con il silenzio di fronte ad uccisioni, assalti a comunità inermi, ad enti ed istituzioni benefiche, con la "cacciata" dai villaggi dei cristiani che devono rifugiarsi altrove. Ma il silenzio continua, nonostante prosegua la "strage" degli innocenti che sembra senza fine, e assume toni "anti-cristiani" senza precedenti.
Se questi sono i fatti, l’urgenza su come porvi fine è sotto gli occhi di tutti. I cristiani d’India hanno rivolto precise richieste alle istituzioni centrali per essere salvaguardati nei beni della vita e della fede. Ma il problema non è più soltanto locale, riguarda tutti noi, e l’intera "comunità internazionale". Per molto meno, a volte per singoli episodi, si sono avute di recente ampie "mobilitazioni" che hanno fatto discutere e sedimentare negli animi concetti e orientamenti validi per il futuro. Il silenzio di questi giorni può lasciare dietro di sé il "deserto". Una grave convinzione che si va affermando è che le violenze contro i cristiani riguardano un Paese lontano, una religione minoritaria, delle comunità che non possono essere difese. Se passa questa idea ad essere colpiti siamo tutti noi, perché dopo il "Novecento" la difesa della libertà religiosa, dell’identità sociale e culturale di intere comunità, non può più essere vista come evento lontano ed estraneo. Essa interessa le
"Nazioni Unite", che hanno proclamato nel 1948 la "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo", le "istituzioni europee", che hanno dedicato importanti documenti al "dialogo interreligioso" fondato sul riconoscimento e il rispetto di ogni fede, le "Organizzazioni non governative", che dichiarano di svolgere un ruolo imparziale di difesa dei diritti umani nel mondo a prescindere dai "regimi politici" dei singoli Stati. E interessa in modo particolare l’Italia, che nella libertà religiosa e nell’accoglienza di altre religioni vede dei caratteri forti della propria identità.
Forse non ci si rende conto dei "guasti" che il disinteresse di oggi può provocare in India e altrove. "Rinserrare" di nuovo gli orizzonti e gli impegni "planetari" dentro i confini degli Stati nazionali vuol dire realizzare un "regresso" che ci porta indietro nel tempo, a quando ciascuno era padrone in casa sua di concedere libertà o di limitarla, o negarla, secondo gli interessi del momento, a quando lo Stato nazionale era sordo ai richiami della "comunità internazionale". Lasciare che i cristiani in India siano colpiti, scacciati dalle loro case, privati delle loro strutture comunitarie, intimiditi perché scappino e si nascondano, vuol dire incoraggiare altri "fondamentalismi", preparare il terreno per nuove persecuzioni, far sentire i persecutori più sicuri un po’ dovunque.
Un danno grave e profondo, dopo i cristiani d’India, lo subiamo noi europei e occidentali, nel momento in cui riconosciamo con i fatti che tante parole che pronunciamo quasi ogni giorno non sono vere, che le radici democratiche e "universaliste" che vogliamo affermare sono fragili e relative, che la nostra sensibilità per i patimenti altrui è una sensibilità "intermittente", non autentica.
Mentre l’asserita attenzione ai diritti di tutti gli uomini è in realtà una attenzione rivolta a noi stessi, ai nostri interessi immediati, non agli altri, alle loro esigenze, ai loro diritti.
Forse dobbiamo tornare a riflettere su un punto. Proclamare i diritti umani, a cominciare dalla libertà religiosa, può essere inutile, e addirittura "deprimente", se poi non si vuole, o non si riesce, a farli valere. Quando si verifichino fatti gravi come quelli dell’India, che colpiscono esseri del tutto innocenti per così tanto tempo, vi dovrà pur essere qualcuno, una struttura, un’organizzazione, un’istituzione, che con coraggio e con mezzi adeguati si mobiliti, chieda agli "organismi internazionali" competenti di intervenire, fare ciò che è possibile per evitare le ingiustizie più gravi, rendere giustizia a chi ha subito "martirio" e persecuzione.
Se ciò non avverrà, se il disinteresse si perpetuerà, dovremo rinunciare a qualcosa che ci dovrebbe essere prezioso, e avere il coraggio di dire che siamo impotenti di fronte al male, che non vogliamo, o non sappiamo, fare nulla mentre le nostre parole restano prive di significato, non corrispondono a verità.