Non cadiamo negli "ideologismi", guardiamo alla realtà

RITAGLI     L’Italia non è un Paese "razzista".     DOCUMENTI
Ma guai a sottovalutare gli allarmi

Carlo Cardia
("Avvenire", 8/10/’08)

È giusto e necessario che si sviluppi il dibattito sul "razzismo", perché si tratta di un tema tremendamente serio, e perché l’Italia sta vivendo i problemi dell’immigrazione in ritardo su altri Paesi occidentali. È opportuno confrontarci su una questione che tocca i rapporti di solidarietà elementare tra gli uomini e che nel mondo provoca conflitti e sofferenze, ma occorre farlo abbandonando "ideologismi" e "strumentalismi" che creano solo confusione, e bisogna avere il coraggio di guardare in faccia una realtà che ha tante sfaccettature. Voler chiudere la questione dentro un’alternativa astratta, se l’Italia sia o no un Paese razzista, è per sé fuorviante. Si può affermare che in Italia non c’è il rischio del razzismo perché la "xenofobia" non nel è nostro "Dna", e si può all’opposto dire che l’esistenza del razzismo è dimostrata da alcune violenze gravi verificatesi di recente, e che il nuovo Governo lo sta alimentando. Ma si tratta in entrambi i casi di posizioni deboli e parziali, che con il loro semplicismo impediscono di affrontare i problemi veri dell’immigrazione, che ci sono e vanno discussi. Se vogliamo stare alle cose certe, dobbiamo riconoscere che l’Italia non è oggi un Paese razzista per tanti motivi. La nostra storia "interetnica", intessuta di un cristianesimo aperto per vocazione all’accoglienza, i principi costituzionali radicati nella società e nelle istituzioni, il carattere "pragmatico" e positivo della popolazione, tutti questi sono formidabili "antidoti" all’ostilità verso altre popolazioni. Quindi parlare con fiducia della capacità dell’Italia di respingere i sentimenti razzisti non è frutto di ottimismo esagerato, ma della ragionata consapevolezza di ciò che siamo e del patrimonio civile e morale di cui disponiamo. Però, se l’Italia non è razzista, non vuol dire che non siamo esposti ai rischi che in altri Paesi sono diventati realtà. Il razzismo e la "xenofobia" sono veleni che si insinuano lentamente nel tessuto e nella mentalità collettivi, per diverse cause. Perché il progetto educativo dei giovani non è improntato alla solidarietà e ad un’"etica" superiore. Perché le comunità degli immigrati sono abbandonate a se stesse, vivono e sono avvertite come separate, "aliene" rispetto alla nostra società. E perché le istituzioni non si impegnano nel realizzare un progetto di "integrazione" realistico e proiettato verso il futuro. Sono queste le condizioni che, in altri Paesi, hanno fatto crescere la "malapianta" del razzismo, della diffidenza, dell’ostilità tra "gruppi etnici". Siamo sicuri che stiamo facendo tutto quanto il possibile per essere salvaguardati da un male che quando diviene visibile ha già prodotto danni e guasti profondi? Questa è la domanda che dobbiamo porci, e che il dibattito "ideologico" sul razzismo non è in grado di affrontare. La risposta non può essere del tutto tranquillizzante. Se è sbagliato dedurre il razzismo da alcuni episodi di violenza, altrettanto lo è ignorare che da quegli episodi viene un allarme, un richiamo che deve valere per tutti, a cominciare dalle istituzioni. All’allarme del razzismo non si risponde semplicemente negandolo, ma facendo quanto è necessario per farlo cessare. Neppure è giusto imputare al Governo di alimentare il razzismo, ignorando che alcune misure di sicurezza sono anche il frutto di un certo "lassismo" degli ultimi anni, quando a governare erano altri. Ma è anche giusto dire oggi, a distanza di diversi mesi dalle elezioni, che molte attese sono andate deluse, che il tema dell’immigrazione è stato affrontato in un’ottica quasi esclusivamente di sicurezza, che la parola "integrazione" corre il rischio di essere cancellata dall’"agenda politica".
La critica può essere convinta, proprio perché non velata da "ideologismi" o da "pregiudizi". Da mesi non si parla più di alcun progetto di "integrazione" che riguardi le comunità (nazionali o religiose) dell’immigrazione, e non sono stati aperti "tavoli di incontro" con i rappresentanti di queste comunità. Anche ciò che di buono era stato fatto, o messo in cantiere, negli anni scorsi, sembra ormai accantonato, per mancanza di convinzione o semplice negligenza, non si sa.
Sedi di confronto con le religioni e le "associazioni nazionali", dialogo con l’"Islam" moderato, "Carta dei Valori", tutto sembra dimenticato dagli stessi livelli istituzionali che li avevano prodotti. Non un solo provvedimento è stato approvato, o proposto, per riprendere il cammino verso l’"integrazione". Questi sono dati veramente preoccupanti, destinati ad incidere in futuro anche sui rischi di razzismo. Se le istituzioni tacciono, parlano solo le paure e le diffidenze, le accuse e le risposte violente. Proprio perché l’Italia non è un Paese razzista occorre agire perché non lo diventi utilizzando gli strumenti più opportuni: scuola, lavoro, dialogo e riconoscimento delle legittime esigenze religiose.
Non ci si può illudere che ignorando i problemi questi si risolvano da soli, perché l’esperienza insegna che essi si ripresentano più gravi di prima, e sono più difficili da risolvere.