Grave "ferita" aperta nell’"ordinamento" italiano

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per porre in salvo il nostro futuro

Carlo Cardia
("Avvenire", 16/11/’08)

Adesso, dopo lo "sbigottimento" e il dolore per la "sentenza" sul "Caso Englaro", l’impegno a favore della vita deve aumentare e farsi più grande. La critica deve essere ribadita, perché aver consentito l’"eutanasia" con una motivazione che ricorda "Ponzio Pilato" non è stata una cosa bella: se si fosse trattato di un ricorso in materia di riduzione in "servitù" di una persona si sarebbe potuto dire che l’argomento non era di interesse pubblico, ma riguardava un fatto personale? A leggere queste parole si rinnova il dissenso per l’uso che si è fatto del ragionamento "giuridico". Il "diritto" serve all’uomo, non l’uomo al "diritto". Ma ora occorre lavorare per salvare il nostro futuro, per affermare al di là di ogni ragionevole dubbio la tutela della vita nelle nostre "leggi", per evitare "derive" disumane prevalse in altri "ordinamenti", per aiutare coloro che dedicano interamente se stessi a sostenere chi soffre, per diffondere nella società e tra i giovani cultura e sensibilità a favore della vita nelle sue tante manifestazioni. La "ferita" aperta, nell’"ordinamento" e nelle coscienze, è grave, profonda, fino a lacerare parte dell’identità del nostro vivere collettivo, e per questo va sanata con un impegno eccezionale che scriva nella "legge" il valore "inalienabile" della vita anche quando attraversa fasi difficili, quando sembra inutile, e richiede amore e solidarietà da parte degli altri, familiari, medici, "istituzioni". Non deve accadere mai più che un "giudice" o l’altro interpretino qualche "interstizio" delle norme per far dire alla "legge" il contrario di quello che dice.
Non deve più accadere che i "giudici" si dividano nel valutare le tante variabili di una "fattispecie" per poter poi decidere (quasi fosse un "corollario") di far morire una persona. E se questa persona si risvegliasse? Alla domanda non può rispondere chi ha negato la speranza del risveglio. Occorre un impegno di tutti noi perché non si affermi il "principio" per il quale ciascuno della sua vita fa quello che vuole, o l’altro più drammatico per il quale l’esistenza umana non ha più senso se non è forte e vitale. La vita non è un pezzetto di "patrimonio", un accessorio, un "optional", datici per essere usati o distrutti a piacimento, ma è la nostra essenza e identità, è l’essenza e identità di chi ci è caro, come di ogni uomo. Il cammino cristiano e civile della nostra società ha abbattuto le "leggi antiche" che permettevano l’uso e l’abuso della vita degli "emarginati" e dei più deboli, l’intera nostra evoluzione è andata nella direzione di tutelare sempre più la vita, educare a spenderla bene, a non mai eliminarla. La sofferenza è parte integrante della nostra umanità, e dobbiamo fare ogni cosa per limitarla, se possibile sconfiggerla, ma sempre amando e sostenendo la vita che la comprende. Se prendiamo a scusa la sofferenza per eliminare la vita, determiniamo la vittoria del male sull’uomo e sulla sua libertà. Dobbiamo impedire che siano altri a decidere per chi non ha voce, perché questa possibilità tremenda apre la strada a nuovi problemi, "conflitti", infinite possibilità. Ci sono debolezze umane, ben comprensibili, che possono prevalere sulla volontà di resistere alla sofferenza, ma ci sono anche egoismi e "conflitti" che possono insinuarsi nelle famiglie, ci sono "ideologie" che prospettano soluzioni facili perché fondate sull’interesse del momento anziché sulla speranza nel futuro.
A chi è tentato dalla strada più breve, perché preso da umano "sgomento", dobbiamo prospettare quel dono prezioso che ci viene da coloro che si offrono con gratuità d’animo per curare le sofferenze del corpo e della mente, che dedicano tutta la loro vita per "salvaguardare" quella degli altri, che si prodigano con ogni mezzo perché si mantenga viva la speranza che una vita apparentemente "spenta" possa un giorno riprendersi. Chi si dona e si prodiga in questo modo interpella la coscienza di ciascuno di noi, perché nel prendere determinate decisioni siamo consapevoli dei "sostegni" e della forza di cui possiamo valerci. Dobbiamo intervenire per diffondere una cultura dell’amore per la vita, per le gioie e le sofferenze che essa offre e rende possibili, diffonderla soprattutto tra i giovani che sono ancora capaci di "utopia", di dedizione, di dono di sé agli altri. L’amore per la vita è l’"antidoto" più forte alle culture "nichiliste", che prima o poi portano a considerare l’esistenza come somma delle occasioni "materiali" che si presentano. Se queste "impallidiscono", l’esistenza diventa inutile.