Accanto agli "ammalati gravi"

PRECEDENTE     Chi si dona agli altri con totale "gratuità"     SEGUENTE

Carlo Cardia
("Avvenire", 21/11/’08)

Tra le diverse riflessioni sul "Caso Englaro" ce n’è una che merita di essere approfondita, e riguarda coloro che si dedicano ad assistere le persone malate come Eluana. Lo fanno con totale "gratuità", perché ciò fa parte della loro "vocazione", così come altri assistono i "malati gravi", quelli che non vedono e non sentono, hanno malattie che "respingono", resistono con un filo di vita ad una fine che incombe ma può essere rinviata. Sono gli eredi della grande "tradizione cristiana" di chi nei secoli ha assistito i "lebbrosi", salvato dalla solitudine gli "inguaribili", affrontato tremende malattie mettendo a disposizione se stesso con il rischio del "contagio" e della "contaminazione". Noi diamo per scontato, quasi ovvio, il sacrificio di queste esistenze (per lo più di "religiosi" e "religiose") donate agli altri, al punto che ce ne dimentichiamo e non ne parliamo. Commettiamo un errore, una grave "reticenza", perché non cogliamo il significato "etico" e "sociale" di esperienze da cui derivano insegnamenti per tutti noi. Il ruolo svolto storicamente da chi ha scelto l’amore per gli ultimi è stato quello di "rovesciare" i valori della società antica. Di affermare nei fatti, oltre che a parole, che ogni vita è preziosa, anche quella dei "reietti", di coloro che sembrano "repellenti" per le "piaghe" del corpo e della mente, di coloro che le persone "normali" non riescono ad accostare, perché costerebbe sacrificio. Da lì è venuto uno sprazzo di luce che ha reclamato il valore "inalienabile" di ogni persona enunciato dai "Vangeli", e lo ha innestato nella società, illuminando il nostro "vivere civile", il diritto, i costumi. Quante volte, assistendo all’opera di questi protagonisti dell’"amore cristiano", abbiamo sentito una "stretta al cuore", per le sofferenze cui ci siamo avvicinati, per l’"abnegazione" di chi si impegna a lenire i mali degli altri, per un certo qual "senso di colpa" che ci pervade perché noi non sapremmo fare altrettanto, ci sentiamo un po’ egoisti, ci scopriamo incapaci di "eroismo".
Sappiamo in cuor nostro che queste persone salvano la "coscienza" della società, alleviano le sofferenze dei più sfortunati, tengono acceso il lume della "solidarietà" che altrimenti si spegnerebbe, cancellano l’indifferenza colpevole nella quale si può vivere quotidianamente.
Sappiamo che essi danno corpo e vita all’"utopia" cristiana del donare la vita per gli altri. Chi ha fede sa che i cieli sono pieni delle schiere di "Santi" che in terra si sono umiliati a servire e assistere i più "miseri" senza pensare a se stessi.
Questi protagonisti dell’"amore evangelico" esistono ancora oggi, cercano di alleviare i mali antichi e nuovi, curano le brutte malattie che esistono ovunque nel mondo, combattono la "consunzione" del corpo, assistono i "malati terminali" e chi si trova nella condizione di Eluana. Lo fanno in silenzio, non chiedono niente a nessuno, e forse è giusto così. Meno giusto è che la nostra società, pronta a far "chiasso" per un "nonnulla", è prontissima a non parlare di loro, a nasconderli sotto una coltre di "silenzio", a "disconoscere" ciò che fanno per affrontare i problemi "inediti" che la medicina ci presenta. Non è indifferente sapere che la vita può essere "tutelata" anche nei casi più drammatici, per la dedizione di tante persone, per l’opera che svolgono dove altri possono arrendersi, per l’iniziativa di chi è pronto ad assistere e dare speranza a quanti hanno bisogno di essere curati e di sperare. Sarebbe già importante se questa dedizione ottenesse un riconoscimento "morale" e "civile". Ma anche il "legislatore" che voglia "tutelare" l’esistenza umana in tutto il suo fluire, anziché ignorare questa disponibilità a prendersi cura degli altri, può valorizzarla in tanti modi.
Dando rilievo alla funzione che essa svolge nelle "strutture sanitarie", pubbliche e private, soprattutto per i casi più gravi e bisognosi di attenzione continua. Facendo conoscere ai medici, ai familiari, le possibilità che chi si dedica agli altri offre per non abbandonare la speranza, non arrendersi di fronte alle prove più dure. Infine, dando rilievo all’impegno di chi, seguendo da vicino le singole situazioni, può contribuire a rafforzare la volontà e le scelte del malato e dei familiari. La "salvaguardia" di una vita non può essere affidata al dominio di una volontà umanamente "piegata", o a scelte compiute in momenti particolari, ma può essere sostenuta da chi si pone "volontariamente" al servizio del prossimo, soprattutto di chi ha bisogno di tutto. Molto probabilmente, dare spazio e voce a queste persone nel "dibattito" pubblico e nelle "strutture di assistenza", può aiutare chi vive situazioni apparentemente disperate, può far intravedere un’altra "dimensione" del dolore, può motivare l’"accettazione" della vita anche nella sofferenza.