Siamo chiamati a
scegliere da che parte stare
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Carlo Cardia
("Avvenire",
21/12/’08)
Quanto grande sia la libertà
data all’uomo lo si può vedere anche dal male che compie. Quest’anno
"tormentato" che ci sta lasciando ha visto fiorire di nuovo il
"martirio" in tante parti del mondo, anzitutto in India
dove i cristiani sono stati uccisi, "violentati", perseguitati, ad
opera di persone libere, spesso sotto gli occhi di autorità che non hanno
fermato gli aggressori. Sempre in India centinaia di innocenti sono stati
sterminati da "terroristi" che avevano preparato a lungo "azioni
militari" micidiali. Poi in Africa,
in Medio
Oriente e altrove,
guerre e lotte di "fazioni" hanno decimato popolazioni
"inermi".
Certo, dietro l’attitudine a fare e procurare il male ci sono a volte visioni
"distorte" della religione, dell’"ideologia", della
politica, ma anche queste "deformazioni" sono frutto di autonome
"determinazioni" dell’uomo. L’uomo, però, può fare scelte
opposte per aiutare gli altri, donare se stesso per la realizzazione di grandi
"ideali", impegnarsi per tutelare la vita in ogni suo momento. Tra le
possibilità di scelta c’è quella della fede in Dio, nell’"avvento"
di Gesù, c’è l’opzione per una vita buona che non si piega a
"leggi" ferree o arbitrarie, ma si dispone ad un atteggiamento
interiore che è in grado di indicare alla coscienza ciò che è giusto, e ciò
che non lo è, che dona un equilibrio spirituale irraggiungibile attraverso
mille ragionamenti anche "sofisticati". Suggerisce San Giovanni della
Croce di seguire la nostra ragione perché «essa ci condurrà a Dio», e la
ragione spesso presenta un conto amaro all’uomo mostrandogli ciò che manca ad
una esistenza che non coltiva speranza, che subisce limiti e carenze senza
poterli superare, che a volte piange non sapendo guardare in alto e aprirsi alla
fiducia. Chi compie questa scelta e guarda in alto risponde ad un bisogno di
libertà, esprime l’aspirazione ad una libertà più grande, quella di
sentirsi parte di un "disegno divino" che si percepisce, si intuisce,
si desidera, anche se nella sua pienezza resta al di là delle possibilità
umane.
Quando San
Francesco concepì l’idea
del "presepio", dando alla "natività" di Gesù una
dimensione raffigurativa unica nel suo genere, forse non sapeva di introdurre un
linguaggio che avrebbe parlato a generazioni di uomini in tutto il mondo. Forse
non sapeva che avrebbe fatto nascere in milioni di bambini, madri e padri, dei
sentimenti, desideri, percezioni, che quasi anticipano l’"abbandono"
all’intervento di Dio nella propria esistenza. A volte quei sentimenti si
depositano nell’animo e nella coscienza, riemergono magari anni dopo, come
memoria di un’"armonia" persa ma sempre desiderata. Ogni tanto
(anche di recente sulla "stampa") si legge di ironie, o
"irrisioni", verso chi da adulto torna alla fede cristiana con un atto
libero come libero era stato quello del "ritrarsi" da Dio. Ma le
ironie e le "derisioni" non sanno entrare nella coscienza umana, non
capiscono come mai dopo l’atto a favore della fede, questa riaffiora come non
fosse mai scomparsa, come un "deposito interiore" che rivede la luce e
provoca stupore come ogni nuova scoperta. Quel ritorno alla fede altro non è
che l’espressione massima di una libertà che aspettava di essere esercitata.
È la serenità che accompagna la fede, è la serenità di chi, ci dice Edith
Stein, sviluppando la propria "interiorità" si sente più forte, più
saldo, spesso migliore.
Altre volte si sostiene che la fede comunque riguarda la vita individuale e non
può "interloquire" con la storia, con i "grandi fatti",
perché lì le regole sono altre, impera il "caso", o domina una
"legge" cruda e dura, la "legge del più forte". Non c’è
spazio per il bene, per la fede, per l’"utopia" più grande. In
realtà ciò può essere vero per un po’ di tempo proprio perché l’uomo è
libero e capace di produrre il male anche in "dimensioni orribili". Ma
non è vero nelle grandi "scansioni" della storia. I protagonisti più
superbi, e crudeli, i "regimi" feroci che si attribuiscono poteri
senza confini, hanno sempre brevi trionfi, poi rovinano sul "pendio"
della storia, che alla fine (magari con "tortuosità") rende note le
"ignominie" più tremende, e quelle che si volevano nascondere.
Inoltre, anche di fronte alla storia ciascuno di noi è chiamato liberamente a
scegliere da che parte stare, a favore del bene, della "spiritualità",
oppure del male, della "sopraffazione", dell’egoismo quotidiano. Una
riflessione sull’"avvento" del cristianesimo può muovere da questa
libertà di scelta che è data all’uomo. E può soffermarsi su un fatto che
tutti gli "storici" riconoscono, perché dopo la nascita di Gesù la
storia è cambiata davvero, si è riempita di speranza, nulla è stato più come
prima.