Carlo Cardia
("Avvenire", 27/6/’07)
Il nostro è ormai un tempo che divora tutto e tutto dimentica, a cominciare
dalle vittime inermi che non hanno forza e voce, e possono vantare solo il
proprio martirio. Questa realtà si sta riproponendo in Medio Oriente
dove i
cristiani vivono e muoiono come in una terra di nessuno, nell'indifferenza del
mondo. Essi subiscono persecuzioni nel Sudan e nel Darfur, patiscono
attentati e uccisioni in Iraq e in altri Paesi. Ovunque vivono
nell'attesa del peggio.
Queste sono solo le punte di processi più lunghi e sotterranei in atto in
Libano, in Palestina, in altre aree della regione, dove le comunità cristiane,
costrette all'emarginazione, si vanno riducendo fino a rischiare l'estinzione.
È in atto una strategia di svuotamento e di virtuale annientamento di
popolazioni ed esperienze storiche di antica tradizione cristiana. Quasi una
pulizia etnica capace di cambiare la geografia religiosa di Paesi che hanno
mantenuto per secoli, nonostante tutto, un pluralismo interno significativo.
Contro questo genocidio "strisciante" si è levata più volte la voce di Benedetto
XVI, del patriarca caldeo di Baghdad, di personalità ortodosse, per dire al
mondo ciò che sta avvenendo. Ma la risposta è stata sino ad oggi il silenzio
di Stati e governi, uomini e movimenti politici, nei Paesi arabi ma anche in
Occidente e in Europa.
Le responsabilità dei Paesi arabi sono evidenti perché il problema è lasciato
alla dinamica delle morti e delle persecuzioni. Nel Darfur le migliaia di
vittime sono addebitate alla situazione di caos e di terrore della regione. In
Libano l'abbattimento dei cristiani, giunti ormai ad essere meno della metà
della popolazione del Paese, sembra il frutto spontaneo del deperire della
sovranità nazionale. In Iraq gli attentati sono addebitati ad un dopoguerra che
non finisce mai.
Le istituzioni europee, e i nostri Stati nazionali, gareggiano tra chi riesce
più in fretta ad archiviare gli eventi, non parlandone e non facendo nulla per
arginare la scomparsa d ei cristiani, della loro cultura e testimonianza
religiosa. Ci si abitua nuovamente alla banalità e all'enormità del male.
Il 10 maggio scorso il Parlamento europeo ha votato un documento nel quale per
la prima volta ha parlato di reciprocità, auspicando che nel mondo arabo si
rafforzi il rispetto della libertà religiosa, delle diverse tradizioni, e si
tutelino i diritti umani come avviene nell'Unione europea. A questo auspicio non
è seguito nulla. Nessun capo di governo, o istituzione comunitaria, nessun
movimento politico ha fatto alcunché. Non sono state avanzate proposte, né si
sono inviati osservatori per vigilare e chiedere la salvezza di tanti uomini e
donne. Si è scelto di tacere e si è fatto il deserto della parola mentre si
sta realizzando un deserto di vite umane, di culture, di religioni.
Eppure tante cose si potrebbero fare, come è stato suggerito da Benedetto XVI e
dai vescovi della regione. Si può denunciare quanto sta avvenendo di fronte al
mondo intero. Si può realizzare un incontro "multilaterale" per proporre
soluzioni immediate di salvaguardia. Si può chiedere un impegno strategico
degli Stati della regione sulla base delle carte internazionali dei diritti
umani. Si potrebbe, insomma, fare ciò che si fa quando si vogliono fermare
aggressioni e aggressori, per una politica di tutela di minoranze a rischio di
scomparsa.
Riflettiamo su un ultimo aspetto. In Europa si chiede spesso di riconoscere, e
porre rimedio ai massacri e ai crimini del passato. Ma ciò diviene del tutto
ipocrita, se non ci si impegna nel fermare i massacri e i crimini del presente,
che avvengono sotto i nostri occhi. Di questi non potremo mai accusare altri se
non noi stessi, la nostra società sazia e distratta, la voglia di vivere in una
tranquillità egoista, fondata sul sacrificio dei più deboli e indifesi.