L’ENCICLICA

«Caritas in veritate»: un’"etica" per lo sviluppo

Due "esperti" si lasciano interpellare dalla «Catechesi» di Benedetto XVI
sul contributo della Chiesa a un "progresso sostenibile".
Proprio perché fondato su una vita di "carità nella verità",
il "cristianesimo" ha dimensione "pubblica".

RITAGLI     Don Mario Toso:     DOCUMENTI
«La finanza recuperi il suo legame
con la politica e l’economia "reale"»

Il consultore di "Giustizia e Pace":
«Sperare l’avidità eretta a "sistema". La politica torni a orientare al "bene comune"».

L'ultima opera scritta da Papa Benedetto XVI: l'Enciclica Sociale "Caritas in Veritate"...

Da Roma, Gianni Cardinale
("Avvenire", 8/7/’09)

La «Caritas in veritate» si inserisce a pieno nel solco della "dottrina sociale" della Chiesa, ma vi si trovano anche elementi caratteristici del "magistero" proprio di Benedetto XVI. Di questo e di altri aspetti della nuova "Enciclica", parliamo con Don Mario Toso, consultore del "Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace", fino a pochi giorni fa rettore dell’"Università Salesiana".

Don Toso, qual è la caratteristica principale della «Caritas in veritate»?

L’Enciclica è il punto di arrivo del "magistero sociale" precedente – Giovanni Paolo II soleva parlare della Chiesa come comunità a servizio del «Vangelo della carità» – e di quello dell’attuale Pontefice. Con essa Benedetto XVI continua il suo dialogo con la "post-modernità". Presenta il cristianesimo – proprio perché incentrato su una vita di "carità nella verità" – come intrinsecamente dotato di dimensione pubblica. Un cristianesimo intriso di "carità senza verità" si ridurrebbe a una riserva di buoni sentimenti, utili per l’ambito privato ma certamente marginali per la convivenza sociale.

Ci sono sviluppi ulteriori rispetto al "magistero sociale" precedente?

Fermandoci anche solo al tema dello "sviluppo" – comune alla «Populorum progressio» di Paolo VI, ma anche alla «Sollicitudo rei socialis» e alla «Centesimus annus» di Giovanni Paolo II – va sottolineato che nella nuova Enciclica esso è considerato interdipendente con l’"etica" della vita, con il grande "bene-valore" della fraternità, con i diritti e i doveri, specie quelli legati ai beni relazionali della famiglia, della pace, della salvaguardia dell’ambiente. Nella «Caritas in veritate» – come ha fatto notare Monsignor Giampaolo Crepaldi – la cosiddetta «questione antropologica» diventa a pieno titolo «questione sociale».

In che modo la "crisi finanziaria" che ha sconvolto il mondo viene affrontata?

La nuova Enciclica non poteva non parlare della recente "crisi finanziaria". Per questo, tra l’altro, ne è stato rallentato l’"iter" di composizione. Tuttavia non dedica ad essa uno o due "Capitoli", come qualcuno poteva immaginare. L’attuale "crisi" non viene affrontata in se stessa, ma in un contesto più vasto che vede i popoli impegnati a realizzare un’economia mondiale più "etica", più responsabile dal punto di vista sociale e ambientale, più «democratica», più differenziata nelle sue molteplici articolazioni.

Quali soluzioni vengono proposte per risolverla?

In sostanza, viene proposto che la finanza – dopo l’assolutizzazione del profitto a breve termine e l’uso indiscriminato di prodotti "sofisticati" che spesso sono serviti a tradire e a "frodare" i risparmiatori – recuperi le proprie identità e finalità. Ciò, però, non deve avvenire mediante "strumentalizzazioni" o "sotto-dimensionamenti" che ne diminuiscano l’autonomia e l’efficacia. La "risemantizzazione" della finanza va realizzata superando l’"avidità" che è stata eretta a sistema, mediante il recupero deciso della sua intrinseca essenza "etica", nonché del suo stretto legame con l’economia "reale" e con la politica.

Questa Enciclica potrà essere accusata di essere troppo tenera o troppo dura nei confronti del "capitalismo" e dell’attuale ordine economico e finanziario mondiale?

Più che una condanna fremente nei confronti del "capitalismo" libertario e consumistico, l’Enciclica è una pacata e serrata riflessione sui suoi falsi presupposti "antropologici" ed "etici", sulle cause della sua "crisi" e sulla sua necessaria e urgente riforma, a vantaggio di tutti, specie dei più poveri. In questa maniera la denuncia di Benedetto XVI non appare caratterizzata da toni aggressivi. Risulta, però, argomentata e netta e, quindi, più efficace. L’Enciclica non vuole pronunciare solo dei "no" nei confronti del "capitalismo neo-liberista". Si propone di impegnarsi di più in senso positivo segnalando le vie del riscatto e della costruzione di un "capitalismo etico". Lo fa, soprattutto, tratteggiando l’ideale storico e concreto di un’economia "sociale", intesa come pluralità di forme di impresa, non solo "capitalistiche".

Vi si può trovare un recupero di alcuni elementi delle analisi "marxiane" sul "capitalismo"?

La critica della «Caritas in veritate» all’attuale "capitalismo", seppur ne stigmatizza aspetti materialistici, "tecnocratici", consumistici, distruttivi della libertà, del "sociale" e dell’ambiente – aspetti solo in parte ravvisabili nel vecchio "capitalismo" – muove da premesse "metafisiche" e "antropologiche" diverse da quelle "marxiste". Inoltre, si ripropone di conseguire esiti contrapposti a quelli accentratori e "irrigimentanti", propri dei regimi "totalitari" dei Paesi "comunisti" e "socialisti" di qualche decennio fa, irrispettosi sia della giustizia sociale sia della libertà.

La pubblicazione dell’Enciclica per una serie di circostanze avviene alla vigilia del "G8". Quali sono i punti della «Caritas in veritate» che i partecipanti al "summit" dovrebbero leggere con particolare attenzione?

A fronte dell’attuale "recessione", dei cambiamenti climatici, della "crisi" energetica e alimentare, della "delocalizzazione", dall’Enciclica viene anzitutto l’invito per la politica, spesso sopraffatta dallo "strapotere" di gruppi finanziari e "massmediatici", a riprendere il suo compito di orientare l’economia e lo sviluppo al servizio del "bene comune universale".