IL FATTO

Parla l’unico porporato del gigante asiatico, in visita a Roma:
sarebbe il momento che Santa Sede e Pechino
trovassero un’intesa sulle nomine episcopali.
Quando si sarà ottenuta una piena libertà religiosa,
si potranno stringere anche relazioni diplomatiche.

RITAGLI    «Cina e Vaticano, no a strappi»    SPAZIO CINA

Il cardinale Zen: le ordinazioni illegittime frenano il dialogo già aperto.
«La quasi totalità dei vescovi e dei sacerdoti è in comunione con il Papa.
Il fatto che il governo non abbia fatto obiezioni a una tale affermazione,
significa che su questo punto c’è una situazione di compromesso ragionevole».
«I fedeli in genere non danno molta importanza al fatto
che i sacerdoti siano "clandestini o "ufficiali".
La Santa Sede ha stabilito che i sacramenti sono comunque validi».

Da Roma, Gianni Cardinale
("Avvenire", 7/3/’07)

Il 2007 può essere un anno significativo per la vita della Chiesa in Cina e per i rapporti tra Santa Sede e Pechino. Il 19 e 20 gennaio si è tenuta una importante Riunione convocata dal Papa per approfondire la conoscenza della situazione dei cattolici nell'ex Celeste Impero. Per il periodo pasquale poi è previsto che il Papa scriva una lettera ai fedeli cinesi. Approfittando di un suo passaggio per Roma, "Avvenire" ha incontrato il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo a Hong Kong dal 1996.

Nel comunicato diffuso alla fine della riunione di gennaio si afferma che la quasi totalità dei vescovi e dei sacerdoti è in comunione con il Sommo Pontefice...

Questo era un dato risaputo da tutti ma è la prima volta che viene affermato in modo ufficiale dalla Santa Sede. Il fatto stesso che il governo e i responsabili dell'Associazione patriottica non abbiano fatto alcuna obiezione a questa affermazione vuol dire che si tratta di un fatto pacifico, incontrovertibile. Il che significa che su questo punto c'è una situazione di compromesso ragionevole frutto di uno sforzo di buona volontà di tutte e due le parti. La Santa Sede ha legittimato non pochi vescovi senza richiedere di fare un atto pubblico di "abiura" nei confronti della cosiddetta comunità ufficiale, e da parte del governo c'è stato un atteggiamento tollerante nel senso che nel venire a conoscenza di queste legittimazioni non ha operato rappresaglie contro questi vescovi.

L'annuncio di una lettera del Papa ai cattolici in Cina ha suscitato reazioni?

Non ho notato reazioni del governo. Il vice-presidente dell'Associazione patriottica, il signor Antonio Liu Bainian, ha messo le mani avanti e ha detto che il Papa parlerà di amore. Certamente il Papa parlerà di amore, ma anche di verità. La lettera sarà indirizzata ai fedeli, anche se, per delicatezza, verrà fatta leggere alle autorità qualche giorno prima. E il Papa inviterà i cattolici a vivere la fede secondo quella che è la verità cattolica.

Alcuni rappresentanti delle comunità clandestine hanno chiesto maggiori chiarimenti sulla "Direttiva in otto punti" emanata dall'allora cardinale prefetto di "Propaganda Fide" Jozef Tomko nel 1988 con cui, tra l'altro, si invita ad evitare la "communicatio in sacris" (comunione sacramentale) con i membri delle comunità ufficiali.

Nella riunione di gennaio non si è parlato molto di tale questione, che indubbiamente esiste. Dal 1988 ad oggi molte cose sono cambiate, altre no. Fin dall'inizio c'era chi interpretava questi "otto punti" più rigidamente e chi era più possibilista. In effetti, quella degli "otto punti" è una questione da chiarire.

La direttiva è ancora valida?

Si dice che non è stata formalmente revocata, quindi è ancora formalmente valida.

È noto che in Cina esistono vescovi e sacerdoti "ufficiali", riconosciuti dal governo, e vescovi e sacerdoti "clandestini". Come viene vissuta dai fedeli questa divisione?

I cattolici cinesi sono molto soddisfatti se possono vivere la propria fede in pace. I fedeli in genere non danno molta importanza al fatto che i sacerdoti siano clandestini o ufficiali. La Santa Sede ha stabilito che i sacramenti sono comunque validi e, quindi, ai fedeli interessa soltanto che, ufficiali o clandestini, vi siano buoni sacerdoti: che vivano la povertà e secondo il celibato, che siano zelanti. Ovviamente la situazione varia di luogo in luogo. Se in una diocesi si è creato nel tempo un antagonismo tra comunità clandestine e comunità ufficiali, allora può succedere che i fedeli guardino con sospetto i tentativi di riconciliazione tra il clero, o che un sacerdote minacci i fedeli che si recano in una parrocchia ufficiale, quasi fosse un peccato. Ma si tratta di casi isolati. Sono poche le realtà in cui le due comunità si combattono. In realtà vivono in pace. Anche se l'obiettivo finale è che non solo convivano ma vivano insieme.

Come valuta le notizie, anche recenti, di sacerdoti imprigionati?

Arrestare sacerdoti solo a motivo della loro fede è un fatto inammissibile. A questo proposito forse oggi devo fare un "mea culpa" perché in passato non ho dato sufficiente importanza a questi episodi inqualificabili, che consideravo quasi di ordinaria amministrazione. Invece, sono eventi gravissimi, che non devono mai passare sotto silenzio. In questo senso sono state importanti le parole pronunciate dal Papa in occasione dell' "Angelus" dello scorso 26 dicembre, festa di santo Stefano protomartire.

Esiste un atteggiamento univoco delle autorità civili cinesi nei confronti della Chiesa cattolica, oppure la situazione varia di zona in zona?

I vescovi cinesi, soprattutto quelli ufficiali ma anche alcuni di quelli clandestini, in genere sono capaci di tessere ottime relazioni con le autorità locali. Molte volte però gli "input" negativi contro la Chiesa vengono dall'alto, dalle autorità provinciali o da quelle centrali dell'Ufficio per gli affari religiosi. Il gran guaio della Chiesa cinese è la Associazione patriottica, o meglio, i vertici nazionali dell'Ap. A livello diocesano infatti il vescovo, se è capace e forte, riesce a contenere lo strapotere dell'Associazione. A livello nazionale, invece, non vi è alcuna realtà ecclesiale che possa contrapporsi al vice-presidente dell'Ap, il quale ovviamente si appoggia al potere del governo. Questa situazione a livello nazionale è particolarmente sfortunata, anche perché la Conferenza episcopale è di fatto un nome vuoto che è sfruttato da chi manipola tutto.

Quanti sono i vescovi non in comunione con Roma?

I numeri non sono il mio forte. Ma credo siano meno di dieci. Una realtà minoritaria.

Crede che in Cina, per quanto riguarda le nomine episcopali, si possa seguire la prassi usata oggi in Vietnam?

È una buona ipotesi, perché per il Vietnam è la Santa Sede che prende l'iniziativa di proporre candidati all'episcopato, anche se poi il governo può dire la sua sulle candidature. Ma non so se il governo cinese sia disposto ad accettare questo modello.

Nel 2006 ci sono state tre ordinazioni episcopali illegittime. Ritiene che ci possano essere in vista altri episodi di questo genere?

Già dopo le due ordinazioni illecite dell'aprile-maggio 2006, che avevano comportato un severo ammonimento della Santa Sede, si pensava che non ve ne potessero essere più. Invece ne abbiamo avuto un'altra a fine novembre. Anche questa seguita da un ammonimento della Santa Sede. Difficile sapere quale sia il ruolo del governo centrale in queste consacrazioni. Rimane il fatto che esse sono veri "atti di ostilità", perché lacerano l'unità della Chiesa, che è un elemento fondamentale. La Santa Sede, che è sempre magnanima, non può legittimare facilmente i vescovi resisi complici di questi atti pubblici di sfida nei confronti della Santa Sede, atti che causano scandalo anche nei sacerdoti delle diocesi, i quali non approvano. Sono atti di sfida che hanno segnato un salto all'indietro di vent'anni. Perché, come ho già detto, si era arrivati a un tacito accordo, salvando in qualche modo le leggi vigenti da una parte e dall'altra. Per questo ora sarebbe il momento che Santa Sede e Cina trovino un'intesa sulle nomine. È necessario e possibile. Un'altra consacrazione illegittima potrebbe avere conseguenze drammatiche. Anche perché la Santa Sede difficilmente potrebbe limitarsi a un ulteriore ammonimento.

Ritiene che sia più importante avere subito relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Pechino o che invece sia prioritario avere garantita la libertà religiosa, compresa quella delle nomine episcopali?

Avere prima le relazioni diplomatiche è lo scopo, comprensibile, delle autorità cinesi, per ribadire l'unicità della Cina. Ma la rottura delle legittime relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Taiwan è il prezzo che la Santa Sede dovrà pagare quando otterrà la garanzia di poter godere di una vera libertà religiosa. Senza questa garanzia non si giustificherebbe l'interruzione delle relazioni con un governo che è stato sempre amichevole e rispettoso. D'altra parte se arrivassero queste garanzie la Santa Sede, quasi chiedendo scusa, farà capire a Taiwan che cogenti considerazioni di carattere pastorale la obbligano a tale passo.