IL VIAGGIO AMERICANO

RITAGLI    Il Papa, e il Brasile    DOCUMENTI

Il cardinale Hummes:
«Sette, aborto e laicismo i nodi del Continente ma il cattolicesimo è forte».

Da Roma, Gianni Cardinale
("Avvenire", 6/5/’07)

«I brasiliani, e i latinoamericani in genere, nutrono un grande affetto nei confronti del Papa. Lo attendono sempre con molta gioia e hanno un grande desiderio di poterlo ascoltare, di poter pregare con lui. Lo sperimentò Giovanni Paolo II nei suoi numerosi viaggi, e sono certo che anche con Benedetto XVI accadrà lo stesso». Il cardinale Claudio Hummes guarda con forte speranza alla prima visita pastorale di papa Ratzinger in America Latina, che da mercoledì porterà il Papa in Brasile, dove inaugurerà la quinta Conferenza generale dell'episcopato. Hummes è stato fino a pochi mesi fa arcivescovo di San Paolo, la metropoli meta del Pontefice, e oggi svolge la sua missione nella Curia romana come prefetto della "Congregazione per il Clero". A lui "Avvenire" ha chiesto di parlare di questo importante e atteso viaggio.

Eminenza, qual è la realtà ecclesiale e sociale che attende il Papa in Brasile e, più in generale, in America Latina?

Il Papa verrà innanzitutto per confermare la Chiesa che è a San Paolo, in Brasile e in tutta l'America Latina nella sua fede. La nostra Chiesa grazie a Dio è ancora viva e vivace. I nostri Paesi non hanno ancora raggiunto i livelli di secolarizzazione e laicizzazione che si registrano in Europa. Anche se nei ceti più elevati, tra gli intellettuali, nel mondo accademico, in quello dei "media" e pure in alcuni ambienti politici comincia a farsi largo una mentalità anticlericale e antireligiosa, che vorrebbe relegare la fede a fatto meramente privato, senza rilevanza nello spazio pubblico.

Lei, nel corso del Sinodo dei vescovi del 2005, lanciò un grido d'allarme sull'espansione delle sette protestanti in America Latina. E si chiese se in futuro il Continente sarebbe rimasto cattolico. È davvero così pessimista?

Purtroppo non ero e non sono pessimista, ma soltanto realista. Anche se gli ultimi sondaggi dicono che il fenomeno ha rallentato, è un fatto che le sette pentecostali negli ultimi decenni abbiano eroso la compattezza religiosa dell'America Latina e del Brasile in particolare, che un tempo erano quasi nella totalità cattolici. Nel mio Paese, oggi, si dichiara cattolico circa il 70% della popolazione.

Che cosa potrà dire il Papa per contrastare questo fenomeno?

Ci aspettiamo una parola di stimolo molto forte alla missionarietà della Chiesa. La Chiesa in America Latina deve uscire dalle parrocchie e deve andare incontro a tutti: ai cattolici che sono stati battezzati e che poi si sono dimenticati della Chiesa o che sono stati dimenticati dalla Chiesa, ai cattolici che sono stati irretiti dalle sette protestanti, ai non cattolici. La Chiesa deve tornare a rivolgersi a tutti, e deve andare nelle case e nei luoghi di lavoro, non deve aspettare che la gente ritorni da sola. La Chiesa deve favorire un incontro personale tra le persone e la persona di Gesù Cristo.

Il fatto che l'America Latina soffra di una cronica mancanza di sacerdoti non aiuta...

Questo è vero. Ovviamente, sarebbe bello se avessimo più sacerdoti, e preghiamo sempre il Signore affinché questo avvenga. Il lavoro missionario non riguarda solo il clero o i diaconi permanenti, ma anche e soprattutto i laici. I laici in forza del battesimo ricevuto sono e devono essere missionari. Credo che il Papa richiamerà i laici del nostro continente anche a questa grande responsabilità. E spero che dalla "Conferenza di Aparecida" venga lanciata un'iniziativa che è stata già proposta dal "Celam".

Quale?

Quella di una grande missione continentale che riguardi tutta la nostra area geografica, dalla Terra del Fuoco al Messico e oltre, visto che negli Stati Uniti vivono ormai milioni di latinoamericani. Una grande missione che deve avere un carattere permanente, e non la durata di dieci/dodici giorni che avevano le vecchie missioni popolari.

Nelle ultime Conferenze generali, il dibattito in qualche modo è stato monopolizzato da temi legati alla cosiddetta teologia della liberazione. Accadrà così anche questa volta?

Non credo. Credo che la teologia della liberazione, quella autentica, secondo i criteri indicati da Giovanni Paolo II, abbia portato elementi positivi, valorizzati anche dal magistero. Certo, vi sono ancora oggi gruppi che vorrebbero valorizzare gli aspetti più ideologici, ma si tratta di frange minoritarie, che non troveranno spazio ad Aparecida, anche se probabilmente questi eterni dissidenti saranno ampiamente presenti sui "mass media". Un'altra questione è quella dei poveri.

Cioè?

Una cosa sono le ideologie, una cosa la povertà concreta, che purtroppo è ancora troppo diffusa in America Latina. Non dubito che il Papa interverrà per ricordare il grave dovere della Chiesa di lavorare tra i poveri e per i poveri, sempre alla luce della dottrina sociale della Chiesa.

Una realtà emergente nel dibattito ecclesiale latinoamericano sembra essere quella della cosiddetta "teologia india"...

È una realtà che esiste, ma che conosco meno. In alcuni Paesi vi sono gruppi combattivi in tal senso, in Brasile però il fenomeno non è molto diffuso. Anche in questo caso bisogna separare l'ideologia dalla realtà. Qualsiasi riflessione teologica che si rendesse necessaria sulla realtà degli indios deve essere condotta in piena consonanza col magistero autentico della Chiesa, e specialmente con quello del Santo Padre. Molto importante è d'altra parte la solidarietà con gli indios, la loro promozione umana integrale e la loro evangelizzazione, inclusa quella della loro cultura.

Lei accennava al laicismo che comincia a diffondersi nella società latinoamericana. Quali sono le caratteristiche di questo processo?

Nelle classi colte e in quelle dirigenti si fa largo l'idea che la Chiesa abbia una presa troppo forte nella società e che invece lo Stato debba essere laico. Ora che lo Stato debba essere laico lo dice anche la Chiesa stessa nella "Gaudium et spes". Ma lo Stato deve rendersi conto che è al servizio di una popolazione in grandissima parte religiosa. Lo Stato non è il padrone del popolo, ma è al servizio del popolo. È al servizio di un popolo che è religioso, e che vuole vivere i valori religiosi. Certi intellettuali e politici non promuovono una sana laicità, bensì un "laicismo antireligioso". E in questo trovano alleati quegli ambienti e quelle "lobby" del mondo scientifico che voglio avere mani libere in campi delicatissimi, come quelli delle biotecnologie.

In Brasile, ma anche in altri Paesi latinoamericani, sono in atto tentativi di legalizzare l'aborto. Crede che il Papa ne farà cenno nei suoi discorsi?

È da tempo che in Brasile vi sono progetti di legge che vogliono legalizzare l'aborto. La Chiesa ovviamente è contraria a tali norme. Non ho dubbi che papa Benedetto XVI, come ha fatto in passato Giovanni Paolo II, sull'argomento parlerà in modo forte e chiaro, ribadendo l'insegnamento costante del magistero.

L'America Latina è stata definita il continente della speranza. Lo è ancora?

L'America Latina non è solo il continente della speranza, è importante oggi per la Chiesa universale. Costituisce la metà del cattolicesimo mondiale. A qualcuno potrà non piacere, ma è un fatto. La Chiesa ha un presente vivo ma vuole avere anche un futuro, e per questo parliamo di una grande missione: vogliamo continuare a essere un continente cattolico.

Il Papa, nel corso del suo viaggio, canonizzerà il primo santo nato in Brasile, il beato Antonio de Sant'Anna Galvao. Che importanza ha questo gesto?

È un avvenimento storico, con un risvolto attualissimo. Fra Galvao era un francescano che ha lavorato per i poveri e per la pace sociale della San Paolo del suo tempo. E questi due aspetti lo rendono estremamente vicino a noi oggi. Anche la società odierna ha i suoi poveri: la globalizzazione dei mercati e il "neoliberismo" economico hanno fatto aumentare la disoccupazione in modo drammatico. E la nostra società ha bisogno della pace predicata da fra Galvao: le nostre metropoli infatti sono infestate da una violenza urbana endemica, favorita dal crimine organizzato e dal narcotraffico.

Eminenza, davvero è stato il Papa in persona a decidere che la quinta conferenza si svolgesse nel santuario di Aparecida?

Ricordo bene quando il Papa prese questa decisione. Alla fine del Sinodo dei vescovi del 2005, alcuni cardinali latinoamericani vennero ricevuti in udienza. Oltre al sottoscritto c'erano gli arcivescovi di Buenos Aires Bergoglio, di Santiago del Cile Errazuriz Ossa e di San Salvador da Bahia Majella Agnelo. Al Papa esprimemmo il forte desiderio che la riunione si svolgesse in America Latina e che lui fosse presente. Il Santo Padre ci rispose con grande spontaneità: «Allora la faremo ad Aparecida, e io ci sarò». Io stesso rimasi sorpreso, perché il Brasile aveva già ospitato una Conferenza generale, la prima. Ma fui, e sono, contentissimo di questa scelta.