IL FATTO

Il segretario di Stato traccia un bilancio dei primi dodici mesi di attività.
La collaborazione con Benedetto XVI, i viaggi nel mondo,
i rapporti con l’islam dopo il discorso di Regensburg, l’internazionalizzazione della Curia,
il "motu proprio" sulla messa in latino.
Venerdì la presentazione del "libro-intervista" su Fatima.

RITAGLI     Bertone:     DOCUMENTI
«Un anno a fianco del Papa ringiovanisce nella fede»

«Avere un approccio pastorale alla realtà sociale e politica
non vuol dire cedere a compromessi
su quei temi che il Papa, nel solco della tradizione autentica, definisce non negoziabili».

Papa Benedetto XVI insieme al Card. Tarcisio Bertone.

Da Roma, Gianni Cardinale
("Avvenire", 19/9/’07)

Il cardinale Tarcisio Bertone è da un anno segretario di Stato di Sua Santità. La sua nomina, annunciata il 22 giugno 2006, porta la data infatti del 15 settembre successivo. Il porporato salesiano non ha festeggiato in modo particolare la ricorrenza, se si eccettua una piccola cerimonia per il restauro della cappella dei suoi uffici nel primo piano del Palazzo Apostolico, avvenuta il 12 settembre, festa del Nome di Maria. Il giorno dell'anniversario vero e proprio poi, il cardinale si trovava in Polonia come Legato pontificio per la celebrazione della beatificazione di Padre Stanislao Papczynski. Il più stretto collaboratore di Benedetto XVI ha accettato comunque, in occasione della ricorrenza, di rispondere ad alcune domande di "Avvenire".

Eminenza, è passato già un anno…

È stato un anno gravoso per gli impegni inerenti all'ufficio, ma allo stesso tempo esaltante, perché avere il privilegio di poter svolgere la propria missione a fianco di un grande Papa come Benedetto XVI è veramente esaltante. Oserei dire che ringiovanisce nella fede.

Con lei papa Ratzinger ha compiuto una scelta rivoluzionaria, visto che ha rotto una tradizione quasi ininterrotta che vedeva alla guida della Segreteria di Stato un ecclesiastico con esperienza nella diplomazia pontificia. Questo le ha creato dei problemi particolari?

È vero che il Santo Padre non ha ritenuto vincolante questa tradizione con la "t" minuscola. Da parte mia debbo dire che ho trovato massima collaborazione nel personale della Segreteria di Stato. C'è da aggiungere poi che i miei più stretti collaboratori, gli arcivescovi Fernando Filoni e Dominique Mamberti sono stati entrambi scelti tra il personale del servizio diplomatico.

Come ricorda il 15 settembre di un anno fa? Erano i giorni successivi al celebre discorso di Regensburg

In effetti erano giorni piuttosto turbolenti. Indubbiamente le conseguenze di una "capziosa" interpretazione del discorso del Papa a Regensburg avevano destato equivoci e preoccupazioni. Ma il successivo viaggio in Turchia ha rimesso sui binari giusti il dialogo con l'islam. Grazie a Dio, adesso i rapporti sono ripresi con la dovuta stima e cordialità reciproca.

Il 4 aprile scorso il Papa l'ha nominata anche Camerlengo di Santa Romana Chiesa. In passato è accaduto tre volte: con i cardinali Pietro Gasparri dal 1916 al 1930, Eugenio Pacelli dal 1935 al 1939, e Jean Villot dal 1970 al 1979...

Si è trattato di un gesto di estrema benevolenza e fiducia del Santo Padre. Prego ogni giorno il Signore di esserne degno.

Alcuni "media" hanno messo in evidenza talora con accento critico i numerosi viaggi all'estero e l'interventismo "massmediatico" del Segretario di Stato durante l'anno. Che cosa risponderebbe?

Effettivamente ho fatto numerosi viaggi su invito delle "Conferenze episcopali", dei vescovi e delle autorità civili, ed ho avuto colloqui utili e interessanti. Questi viaggi rispondono alla natura pastorale della diplomazia della Santa Sede e dell'azione del Segretario di Stato verso i vari popoli. Ad esempio, il viaggio nella Repubblica Ceca, in occasione della festa nazionale dei Santi Cirillo e Metodio, mi ha dato modo di incontrare in una feconda riunione tutto l'episcopato insieme alle Autorità politiche. Il viaggio in Perù, programmato da tempo, è venuto a cadere subito dopo il grave sisma e mi ha consentito di far visita e di portare l'aiuto economico del Papa e della Chiesa alle popolazioni colpite. Anche lì ho avuto modo di incontrare i Vescovi, sia collegialmente, sia personalmente. Ho fatto poi due viaggi in Polonia che, oltre alle visite alle varie diocesi, mi hanno permesso di esporre, in due diversi congressi internazionali, il pensiero della Santa Sede su problemi attuali del "cantiere europeo" nel quale tutti siamo impegnati. In tutti questi casi ho percepito non solo la persistenza ma anche la vivacità di Chiese locali, impegnate sulle frontiere della catechesi e della carità sociale. E poi, per rispondere alle critiche, devo dire che fin da quando ho cominciato a svolgere attività accademica non ho mai voluto rinchiudermi in un ufficio a studiare le carte. Sono e rimango un sacerdote di Don Bosco. Ritengo che anche nei ruoli più alti è importante che i pastori della Chiesa - di questi si tratta - non siano mai arroccati in una "turris eburnea", ma incontrino la gente e, come diceva Giovanni Paolo II, la incontrino anche nei nuovi "areopaghi" della società moderna.

Nel suo recente viaggio in Polonia lei ha pronunciato un discorso in cui ha fatto riferimento ai cosiddetti valori non negoziabili. A volte dei commentatori hanno interpretato alcuni suoi atti e dichiarazioni come portatori di un approccio più morbido su questo tipo di problematiche…

Invito questi commentatori a leggere il mio discorso pronunciato a Cracovia e pubblicato su "L'Osservatore Romano" del 16 settembre alla pagina sette. Avranno modo di ricredersi. Avere un approccio pastorale alla realtà sociale e politica non vuol dire cedere a compromessi su quei temi che il nostro Papa, nel solco della tradizione autentica, definisce non negoziabili. Come ho detto in Polonia: «In politica si deve spesso scegliere la strada possibile, anziché quella migliore». E ho subito aggiunto: «Occorre tuttavia il coraggio di non imboccare ogni sentiero solo perché teoricamente e tecnicamente percorribile».

Negli ambienti giornalistici internazionali si registra una certa insofferenza per il ruolo sempre più dominante che gli italiani starebbero assumendo nei ruoli chiave dei dicasteri vaticani. È davvero finita l'epoca della internazionalizzazione della Curia romana?

Il Papa, come tutti sanno, non è italiano. E attualmente i capidicastero non italiani sono sedici e gli italiani nove. Inoltre, recentemente due italiani sono stati sostituiti con due non italiani: l'Elemosiniere di Sua Santità, che si occupa della carità del Papa, che ora è spagnolo, e il Capo del Protocollo, che ora è nigeriano. Detto questo l'internazionalizzazione della Santa Sede è stata, ed è, una scelta giusta e per certi versi doverosa. Ma quello della appartenenza geografica non può essere, in positivo o in negativo, il criterio unico o dominate nella scelta dei più stretti collaboratori del Papa.

In passato si è più volte parlato di una ipotesi di ristrutturazione globale della Curia Romana. È in cantiere davvero una riforma organica per "snellire" la Curia?

È un'ipotesi ancora a livello di studio e di verifica delle esperienze dell'applicazione della Costituzione Apostolica "Pastor bonus" di Giovanni Paolo II, e in quanto tale non posso dire di più.

Il Papa - è stato detto - "scrive libri e dà l'idea di aver deciso di non comandare. Anche se Bertone avrebbe la tentazione di farlo…". Si ritrova in questa descrizione?

Assolutamente no. Il Papa ha una grande coscienza del suo ruolo di sommo pontefice della "Chiesa Universale" con tutti gli obblighi e doveri che questo comporta. Da parte mia io sono semplicemente il suo segretario di Stato, con la responsabilità del funzionamento di quella struttura che è al servizio della missione del Vescovo di Roma, e cerco di realizzare il mio compito in perfetta comunione con papa Benedetto XVI.

Il 14 settembre segna l'entrata in vigore del motu proprio "Summorum pontificum". Lei, su queste colonne aveva auspicato una recezione serena di questo documento. È stato così?

Sostanzialmente sì. Peraltro, se prevarrà il buonsenso e non gli ideologismi di diversa natura non credo che ci saranno problemi nell'applicazione del "Summorum pontificum". Tuttavia, visitando diverse Chiese locali sto constatando che la conoscenza della lingua latina è sempre più in calo e forse l'occasione per un suo recupero è da non perdere, per il patrimonio che ci ha trasmesso.

Venerdì prossimo verrà presentato a Roma il suo "libro-intervista" su Fatima. Perché la decisione di ritagliarsi lo spazio per scrivere questo volume, nonostante gli impegni del suo ufficio?

In verità questo libro è stato scritto quando ero ancora arcivescovo di Genova, anche se è stato pubblicato successivamente. Siccome la Provvidenza, per mezzo della volontà del venerato Papa Giovanni Paolo II, aveva scelto me per incontrare Suor Lucia in vista della pubblicazione della terza parte del segreto di Fatima, mi era sembrato opportuno accettare la proposta del dottor Giuseppe De Carli di pubblicare un "libro-intervista". Lo scopo principale del libro è stato ben evidenziato nella presentazione fatta da Papa Benedetto XVI: «Alle pagine del libro "L'ultima veggente di Fatima", Ella affida tanti ricordi, perché non rimangano un prezioso bagaglio di emozioni personali, ma trattandosi di eventi che hanno segnato la Chiesa nell'ultimo scorcio del XX secolo, siano consegnati alla memoria collettiva come tracce non prive di significato nella sua storia secolare». Conosco i dubbi che sono stati mossi circa la pubblicazione integrale del terzo segreto di Fatima e sono particolarmente contento che venerdì potrà essere ascoltata dalla viva voce dell'anziano segretario di Papa Giovanni XXIII, l'arcivescovo Loris Capovilla, la conferma della veridicità di quanto affermato dalla Santa Sede su Fatima. Il mistero di Fatima è un evento che attinge e impregna la storia contemporanea come nessun'altra apparizione mariana, e la densità del suo messaggio - non solo della terza parte del segreto - tocca il cuore degli uomini invitandoli alla conversione e alla "corresponsabilizzazione" per la salvezza del mondo.