VANGELO SENZA CONFINI

Oggi la Chiesa celebra la "Giornata" dedicata ai religiosi e alle religiose.
Il prefetto: «Una forza dinamica di innovazione.
Le vocazioni? Segnali incoraggianti dall’Africa, l’Asia e l’America Latina».

RITAGLI     «Il dono della vita consacrata:     DOCUMENTI
una luce per il mondo d’oggi»

Card. Rodé: «Testimoni dell’amore a Gesù e al prossimo».

Gianni Cardinale
("Avvenire", 2/2/’08)

La celebrazione della "Giornata della vita consacrata", che si ripete ogni anno, il 2 Febbraio, è stata indetta per la prima volta da Giovanni Paolo II nel 1997 per «aiutare l’intera Chiesa a valorizzare sempre più la testimonianza delle persone che hanno scelto di seguire Cristo da vicino mediante la pratica dei consigli evangelici». Allo scopo di approfondire il senso di questa ricorrenza, "Avvenire" ha posto alcune domande al cardinale sloveno Franc Rodé, "Lazzarista", dal 2004 prefetto della "Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica".

Eminenza, qual è il significato della "Giornata della vita consacrata"?

Celebrare la "Giornata della vita consacrata" il giorno della Festa della "Presentazione del Signore al tempio", festa della luce, "lumen ad revelationem gentium", è stata una felice intuizione del servo di Dio Giovanni Paolo II. La vita consacrata infatti dovrebbe essere una grande luce all’interno della Chiesa e per il mondo. È una giornata di ringraziamento al Signore per il «dono stupendo» della vita consacrata, un giorno per promuoverne la conoscenza e la stima nel popolo di Dio, e infine un’occasione per le persone consacrate di prendere sempre più coscienza della bellezza della loro missione nella Chiesa e nel mondo.

Qual è lo stato di "salute" del mondo dei religiosi, così come si vede da questo "osservatorio" privilegiato che è la "Congregazione" da lei presieduta?

I religiosi sono sempre stati nella Chiesa una forza dinamica di innovazione. E lo sono ancora oggi: in molte regioni del mondo i religiosi continuano ad essere una testimonianza particolare di amore a Gesù e al prossimo, al bisognoso. Non è un mistero però che negli ultimi decenni, in alcune realtà, come l’Europa Occidentale e l’America settentrionale, il numero dei religiosi e delle vocazioni alla vita consacrata sia diminuito, a volte in modo drastico. Ma dall’America Latina, dall’Africa, dall’Asia giungono segnali incoraggianti. Lì la presenza religiosa è veramente imponente. Posso fare due esempi?

Certamente.

La scorsa estate sono stato in Messico dove ho potuto apprezzare il grande impegno in campo educativo dei "Legionari di Cristo" e dei membri laici del movimento "Regnum Christi". Due anni fa sono stato in Bolivia, nella periferia di Cochabamba: lì sono rimasto impressionato dal lavoro dei "Salesiani" e delle "Figlie di Maria Ausiliatrice" per risollevare le sorti delle popolazioni locali abbandonate dallo Stato. Si tratta di due esempi commoventi e non isolati. In entrambi i casi, quando sono tornato a Roma, ho voluto subito informare il Santo Padre del lavoro meraviglioso che fanno i consacrati e le consacrate in varie parti del mondo. Specialmente nei luoghi dove nessuno può o ha voglia di andare.

Un fenomeno in "controtendenza", pare essere quello delle vocazioni alla vita contemplativa, che sembrano "rifiorire" anche nell’Occidente "secolarizzato".

È proprio così. I monasteri contemplativi, sia maschili sia femminili, non conoscono la crisi vocazionale presente tra le congregazioni di vita attiva. In un mondo scosso da grandi problemi, da mutamenti epocali che a volte sembrano prefigurare una crisi di civiltà, con un futuro incerto e segnato da inquietudine, molti giovani trovano una risposta alle loro angosce proprio nello stile di vita contemplativo, nella vicinanza al Signore, nel dialogo ininterrotto con Dio nella preghiera. E questo è un bene per tutta la Chiesa e per tutto il mondo che gode dei benefici di questa preghiera.

Negli ultimi decenni dai "Paesi del Terzo mondo" sono arrivate non poche vocazioni che hanno "rinsanguato" Congregazioni religiose sull’orlo del declino. Questo però ha provocato anche reazioni negative da parte delle Chiese locali. I problemi sono stati risolti?

In linea di massima sì. Il nostro suggerimento è che i postulanti e i novizi vengano accolti e formati nei Paesi di origine. Raggiunta la piena maturità umana e vocazionale, eventualmente, possono completare gli studi in Occidente, fermo restando che successivamente dovrebbero tornare nelle comunità che li hanno generati. Ovviamente questa è la regola generale, ma ci sono sempre le eccezioni.

L’ex "preposito generale" dei "Gesuiti", il padre Kolvenbach, ha detto: «Poiché la vita consacrata è un dono, nessuna famiglia religiosa può considerarsi indispensabile o eterna».

Quando si dice che nessuno è indispensabile si pensa soprattutto agli altri. Ogni Congregazione religiosa che abbia una sua vitalità è bene che faccia il possibile per continuare la propria missione e "perpetuare", con l’aiuto della grazia, il carisma che il Signore ha concesso al fondatore. Compito dei "Gesuiti" è quello di tramandare il carisma loro affidato tramite Sant’Ignazio di Loyola, così come compito dei "Salesiani" è continuare il carisma di San Giovanni Bosco. Se la presenza del carisma di Sant’Ignazio o di Don Bosco venisse a mancare sarebbe comunque una grave perdita per la Chiesa.

A proposito dei "Gesuiti". I "mass media" hanno giudicato come particolarmente severa l’omelia da lei tenuta nel corso della Messa di inaugurazione della loro "Congregazione generale".

Come lei sa, i "Gesuiti" sono l’unico "Ordine" che, per le questioni più delicate, ha storicamente un rapporto diretto col Papa, non mediato dal "Dicastero" che io guido. Tuttavia, mi è stato chiesto di presiedere la celebrazione Eucaristica d’inizio della loro "Congregazione generale". Per la mia omelia mi sono basato su informazioni pervenute soprattutto dall’Europa Occidentale, dall’America del Nord e anche dall’India. Ho chiesto consiglio ad eminenti esponenti della "Compagnia" e non ho mancato di sottoporla preventivamente all’autorità superiore. Bisognava ribadire la fedeltà della "Compagnia di Gesù" alla Chiesa e concretamente al Papa. Sant’Ignazio ha voluto che i "Gesuiti" combattessero sempre sotto lo "stendardo" della Croce e del Romano Pontefice: è questa la loro identità. Se, in situazioni particolari, questo ha avuto meno rilievo, era – ritengo – opportuno ricordarlo.