CINA

RITAGLI     Diritti umani e lavoro coatto,     SPAZIO CINA
nasce la società civile

Nel Paese è in atto un processo di intensa "occidentalizzazione",
e il potere politico ha intenzione di debellare la piaga dell’inquinamento.
Resta aperta la questione religiosa: il cristianesimo è sotto pressione,
mentre contro islam e buddhismo le discriminazioni confessionali si intrecciano
a quelle etnico-politiche.

Da Pechino, Franco Cardini
("Avvenire", 28/10/’07)

Ricordo un’amabile conversazione al ristorante, con Edgarda Ferri: la quale mi raccontava d’una sua visita in Cina d’una trentina d’anni fa, in una delegazione di giornalisti e scrittori. E mi riferiva dell’immagine di squallore, di povertà, di paura che l’aveva accompagnata per tutto il viaggio: gli alberghi tristi, la gente guardinga, le "guide-scorta-spie" che ti seguono dappertutto. Insomma: il "socialismo reale" al peggio. Al punto che, mi diceva, in quel paese non desiderava tornare. Le ho risposto che mi rendevo conto del suo stato d’animo, ma l’ho invitata a superarlo. Oggi, le sue impressioni sarebbero davvero molto diverse.
Intendiamoci. Non so se e fino a che punto la Cina di oggi sia davvero cambiata, nel profondo, rispetto ai ricordi della signora Ferri. Il mio caro vecchio e compianto amico Tiziano Terzani, che pure aveva a suo tempo scritto in favore della "Rivoluzione culturale" degli anni Settanta, non si lasciò incantare dalla "riverniciatura" paraliberale e semiconsumista della nuova dirigenza cinese: e i "neomandarini" postmaoisti gli risposero per le rime, espellendolo nel 1984 da quel paese ch’egli tanto amava e dove aveva risieduto quattro anni. Ne scaturì un grande libro, "La porta proibita" (Milano, "Tea", 2004). Ma anche queste sono cose ormai datate.
Sono arrivato in Cina per un lungo soggiorno e un viaggio che da
Pechino mi ha portato alla "Grande Muraglia", nelle regioni dell’interno, poi in crociera sullo Yangzi attraverso le sue incredibili gole, che verranno in gran parte sommerse entro il 2009 per la grande diga a monte della quale si creerà un immenso lago lungo 500 chilometri; sono arrivato fin a Hong Kong e a Shanghai e a Macao, dove ho potuto compiere il mio pellegrinaggio ai santuari dei miei cari padri della "Compagnia di Gesù". Una stagione intera non basta certo a conoscere un grande paese di un miliardo e trecento milioni di abitanti ripartiti in almeno cinque principali etnie (ma le minoranze sono in tutto una cinquantina di comunità distinte), grande quasi dieci milioni di chilometri quadrati. Ho dovuto lasciar fuori il sud, Canton, Nanchino, il tratto cinese della "Via della Seta".
Un po’ per carattere, un po’ per deformazione professionale, mi ero accuratamente preparato al viaggio. Leggo libri sulla Cina da molti decenni; per l’occasione, mi ero divorato nei mesi scorsi qualche decina di migliaia di pagine tra libri e manuali di storia, d’antropologia, di sociologia; e avevo perfino imparato non certo il cinese (per quello non basta una vita intera), però parecchie decine tra gli ideogrammi fondamentali (che in tutto sono quasi 60.000). Esperto delle questioni legate ai viaggi e ai soggiorni nei paesi a socialismo reale (ho studiato a Mosca, a Budapest e a Praga negli anni ferrei), avevo fatto prima di partire patti ben chiari con gli efficientissimi organizzatori della sino-parigina "Maison de la Chine": guide preparate, efficienti, ma non "angeli custodi" di quelli che ti si attaccano alle calcagna. Mi avevano dato ampie assicurazioni, alle quali non avevo creduto. Lo ammetto: sono stato un visitatore sospettoso. Ma la "nuova Cina", forse ancora più vicina alla vecchia di quanto non sembri, mi ha comunque – lo ammetto – preso di "contropiede". Ho incontrato un paese di gente aperta e cordiale ma anche dignitosissima, che non accetta mance (e questo lo sapevo, per quanto me li aspettassi più sospettosi), dove si mangia benissimo (e questo lo sanno tutti: naturalmente, ho evitato cane, serpente e pinne di pescecane), con immense, popolose e operose città dalle periferie sovente squallide e sterminate, ma dai centri scintillanti, puliti, ben tenuti. Mi aspettavo "smog" e sporcizia: certo, Pechino e molti capoluoghi sono inquinati, ma evidentemente la lotta contro l’inquinamento annunziata un paio d’anni fa dal regime sta dando i suoi frutti eccome. Nei centri più grandi, i cassonetti per la raccolta differenziata dei rifiuti sono irreprensibili, e la gente li usa; in quelli più modesti e nelle campagne i problemi sono più evidenti, ma anche lo sforzo di risolverli lo è.
Mi ero preparato bene soprattutto sui due punti nevralgici sui quali la Cina viene, non senza ragione, attaccata dalla comunità internazionale: la produzione industriale disinvolta (si pensi ai "giocattoli tossici") e il lavoro coatto dei detenuti, un ingrediente non secondario nella ricetta che permette ai cinesi di produrre molto a prezzi bassi. Quindi, il grande problema dei diritti umani, che coinvolge anche questioni delicatissime come la cosiddetta "legge del figlio unico": la quale in realtà si risolve in una forte tassazione sui secondi figli maschi, con una normativa che tuttavia varia dalle aree urbane a quelle rurali.
La sorpresa è stato il constatare che la società civile cinese non è affatto reticente su questi problemi.
Ho rivolto domande volutamente impertinenti e "cattive" alle guide, ai colleghi, agli studenti; ho perfino assistito a programmi televisivi nei quali si trattava di alcuni di essi, e (se i sottotitoli inglesi non erano fatti per ingannare gli stranieri) in temi molto espliciti. Non è mancato qualche interlocutore che mi ha fatto notare come su inquinamento e diritti umani i "media" occidentali stiano insistendo negli ultimi tempi in maniera sospetta: finché faceva loro comodo per impiantare nel paese le imprese europee e americane, hanno taciuto, così come hanno finto di non accorgersi dell’occupazione del Tibet.
Quest’attenzione attuale, un po’ "pelosa", non farà parte della guerra economica che adesso si sta tentando d’impiantare contro un paese emergente, ormai avviato a un’egemonia non solo asiatica?
Certo è che questa Cina intensamente occidentalizzata, con le ragazze in "shorts" e immancabile telefonino, questa Cina dagli immensi e fornitissimi centri commerciali nelle cui strade imperano "McDonald’s", "Pizza Hut" e "Kentuky Fried Chicken", questa Cina dagli impressionanti restauri monumentali, si sta preparando a due eventi che la faranno protagonista dinanzi al mondo: le "Olimpiadi" di Pechino del 2008 e l’"Esposizione Internazionale" di Shanghai del 2010. «Le
"Olimpiadi" del 2008 saranno una prova politica, come furono quelle di Berlino del 1936», mi sibila nelle orecchie un collega americano, e il paragone è senza dubbio sinistro, ma potrebb’essere azzeccato. Fra 2008 e 2010 il regime si giocherà credibilità e stabilità: perché l’arrivo massiccio di migliaia e migliaia di occidentali sarà al tempo stesso un’irripetibile opportunità e un immenso rischio.
Chissà se, e fino a che punto, e per quanto tempo, sopravviverà la formula "liberismo economico e comunismo politico" che a noi sembra paradossale, ma che fino ad oggi ha dato – bisognerebbe capire a quale prezzo – i suoi frutti.
Mi aspettavo di trovar nella religione il vero "tallone d’Achille" del sistema.
Ma anche qui, bisogna intendersi. Il paese è pieno di templi buddhisti, confuciani e taoisti: molti ti assicurano che la stragrande maggioranza di essi non hanno mai cessato la loro attività, nemmeno negli anni più bui della dittatura.
Fino a pochi anni fa il "Partito Comunista" richiedeva ai suoi membri una dichiarazione di ateismo: ma che cosa vuol dire essere atei in un paese nel quale, a dispetto delle decine di migliaia di divinità venerate nei templi più popolari, le tre "religioni" più seguite sono, nella loro essenza, piuttosto delle filosofie ateiste? Le minoranze musulmane ed ebree non sembrano mai essere state oggetto di speciali pressioni, per quanto negli ultimi tempi si sia segnalata qualche penetrazione fondamentalista islamica.
Qui, però, il problema dei cinesi musulmani è più etnico che religioso, dato che l’islam è diffuso soprattutto nell’etnia "uigurica". Per i cristiani, il discorso appare diverso.
Certo, la vita pastorale e missionaria delle comunità protestanti di varia confessione non è facile. Il mondo cattolico è da un lato reduce da una lunghissima, storica contesa con il regime, che ha dato in passato luogo sia ad autentiche persecuzioni, non ancor del tutto scomparse, dall’altro ancora minacciato dalle subdole misure tese al rafforzamento di quella "Chiesa patriottica" che ricorda tanto il triste modello dei "preti costituzionali" durante la "Rivoluzione francese". Ma il governo di Pechino dà segni crescenti di considerazione e soprattutto di prudenza nei confronti della Santa Sede, della quale si conosce benissimo l’autorevolezza internazionale. «Stalin, il maestro di Mao – mi ha detto un gesuita di Macao – chiedeva quante divisioni corazzate avesse il Papa; i dirigenti comunisti attuali sanno benissimo che ne ha molte, anche se non di tipo militare».
Vedremo. Intanto, qua e là, il faccione del presidente Mao sorride ancora dipinto nelle strade o appeso nei negozi e negli alberghi.
Ufficialmente, si dice che «aveva ragione al 70% e torto al 30%».
Nella realtà, chissà se davvero la gente gli ha perdonato le carestie del 1958-’61, la tragedia del cosiddetto "balzo in avanti" e l’ipocrita cinismo della "Rivoluzione culturale". «Mao è dappertutto, la gente gli dedica degli altarini: come a Buddha e a Confucio», mi dice conciliante un portiere d’albergo che parla inglese con un forte accento "bostoniano". E io, pur deposti molti dei miei pregiudizi iniziali, mi chiedo: sarà mai possibile consentire che questa gente, che fra pochi anni sarà un miliardo e mezzo, possa in pochi anni conseguire uno sviluppo pari a quello che l’Occidente ha conseguito nell’ultimo mezzo secolo? E sarà d’altronde possibile, e sarebbe comunque giusto, cercar d’impedirlo? Starà forse in ciò gran parte delle sfide che ci aspettano nei prossimi due o tre lustri.