La tradizione del "fare"
modulata sulle "striature" dell’"essere"

RITAGLI     Nelle "arcate alte" del Medioevo     DOCUMENTI
lo slancio della creatività europea

Franco Cardini
("Avvenire", 13/9/’08)

Come sua ormai consolidata abitudine, Benedetto XVI non pronunzia mai "allocuzioni" restrittivamente dedicate al tempo presente. Mai generiche, mai astratte, le sue sono tuttavia sempre davvero "lectiones magistrales": e per questo, certo, esposte al pericolo di chi le ascolta ben deciso a malevolmente "equivocare". Ma dense, precise, lucidissime per chi accetta d’intenderle senza "pregiudizi". Come quella di ieri al "Collège des Bernardins" a Parigi.
«Vorrei parlarvi stasera delle origini della teologia occidentale e delle "radici" della cultura europea.
Ho ricordato all’inizio che il luogo in cui ci troviamo è in qualche modo emblematico. È infatti legato alla "cultura monastica", giacché qui hanno vissuto giovani monaci, impegnati ad introdursi in una comprensione più profonda della loro "chiamata" e a vivere meglio la loro "missione". È questa un’esperienza che interessa ancora noi oggi, o vi incontriamo soltanto un mondo ormai passato? Per rispondere, dobbiamo riflettere un momento sulla natura dello stesso "monachesimo" occidentale».
Una splendida "lezione magistrale", dicevamo. Il
Presidente Sarkozy, parlando in precedenza della «laicità positiva» della "Repubblica francese", non poteva ignorare – nessuno può farlo – che la storia e la cultura della nostra Europa hanno senza dubbio molteplici, profonde "radici", tra le quali comunque quella cristiana (e "latina") è quella più forte e feconda. Il Papa ha insistito proprio su questo punto. Senza nulla togliere (al contrario!) all’apporto delle popolazioni "barbariche", a quello ebraico che per la cristianità è "intrinseco", a quello musulmano cui tanto dobbiamo sul piano della filosofia e delle scienze, a quello stesso "pensiero laico" che – in gran parte sviluppando i valori delle sue stesse "radici" cristiane – ha saputo fondare la cultura della "tolleranza" e dei "diritti umani", è un fatto solidamente obiettivo che la civiltà europea resta ancorata, radicata nel cristianesimo e non può ignorare di esserlo se non vuole smarrire il senso stesso della sua "auto-coscienza" "identitaria". È del Cristo che ci parlano non solo la nostra letteratura, la nostra arte, la nostra musica, ma anche e soprattutto l’aspirazione profonda alla pace, alla libertà e alla giustizia senza la quale le sofferenze stesse che il continente europeo ha sopportato dal Medioevo ad oggi sarebbero prive di senso.
Come centro di tutta l’"allocuzione", il Pontefice ha scelto – anche ispirandosi all’ambiente in cui parlava – il "messaggio" di
Benedetto da Norcia: quell’«Ora et labora» che tanto splendidamente riassume la "vocazione cattolica" all’espressione della fede attraverso le opere e alla valorizzazione delle opere mediante la fede, secondo l’insegnamento della "Lettera canonica" di Giacomo. Una "vocazione" profondamente coerente con quella storica della tradizione europea occidentale, la tradizione del "fare", del costruire, del progredire, del migliorare: una tradizione tuttavia che quando ci si allontani dall’insegnamento divino, quando la si traduca in una tensione verso un "agere" e un "habere" privi dell’"esse", si stravolge in "prometeica", "faustiana" e perfino "demoniaca" (l’abbiamo visto nel XX secolo) «Volontà di Potenza».
Anche per questo, la "lezione" avviata ieri nel segno di Benedetto da Norcia, si è conclusa nel nome di
Paolo di Tarso e del suo discorso dinanzi all’"Aeropago" di Atene, un "tribunale" incaricato di vegliare sull’introduzione di nuovi culti.
Paolo annunzia ai saggi ateniesi un "Deus Ignotus" al quale essi avevano tuttavia già dedicato un’"ara". Il Papa annunzia di nuovo ai parigini e al mondo quel Cristo ch’essi in passato hanno amato e onorato, che tra XVI e XX secolo hanno progressivamente dato l’impressione di dimenticare e di relegare in un "angolo" della storia (con momenti addirittura, tra Sette e Novecento, di dura "apostasia") e che oggi per troppi versi sembra tornato nelle "catacombe".
Dinanzi ai pericoli d’una «laicità» che sembra troppo spesso virare nel "materialismo" e nel "nichilismo", Benedetto XVI ha ricordato che il Cristo è l’asse e il centro della storia, e che – secondo la mirabile immagine dell’"anti-cristiano" Nietzsche – «i secoli Gli danzano intorno».