Lo scontro tra i due pretendenti alla presidenza
In Congo il rumore delle armiFabio Carminati
Ora o mai più. In Congo
la situazione rischia di precipitare: da un lato l'esercito, non totalmente
fedele al giovane presidente Joseph Kabila, dall'altro i miliziani, ben armati e
decisi, del candidato rivale alla presidenza Jean-Pierre Bemba. In mezzo un
popolo il quale dopo quasi quarant'anni sperava che la storia potesse cambiare.
Un popolo che alla fine di luglio aveva votato per scegliere il capo dello Stato
e domenica scorsa, mentre il presidente della commissione elettorale annunciava
i risultati del voto con il ballottaggio tra Kabila e Bemba, ha invece rivisto
nelle strade di Kinshasa i "segni" già sperimentati sulla propria
pelle in due lunghe guerre per il controllo del Paese: blindati e miliziani
armati pronti a sparare contro qualsiasi cosa si muovesse.
La speranza ora rischia di morire, proprio quando poteva nascere, grazie al
secondo turno presidenziale in programma a ottobre. Ed è proprio il
ballottaggio che la tensione crescente rischia di mettere in pericolo (anche se
ieri sera è stata siglata una fragile tregua). Il processo democratico ne
uscirebbe a pezzi. Con un contendente che muove le sue truppe, ancor prima del
voto finale, non riconoscendo l'inferiorità di oltre venti punti percentuali (Bemba),
e un presidente (Kabila), succeduto al padre assassinato, disposto a tutto pur
di vedere legittimato dalle urne il potere conquistato per nascita.
Ma i segnali dello scontro imminente si leggevano da giorni: i guerriglieri di
Bemba che affluivano nella capitale, i reparti dell'esercito mobilitati e un
contingente di pace, l'Eufor, tristemente sproporzionato rispetto ai timori che
avevano segnato la vigilia del primo voto. La stessa Francia, già protagonista
della storia dei Grandi Laghi, aveva manifestato tutti i rischi della missione
nella fase in cui il contingente europeo andava a costituirsi. E molti si erano
detti addirittura contrari alla partecipazione dei militari di Parigi. Perché
poco può fare un contingente di poco più di mille uomini schierato nella
capitale, con altri 1.200 pronti ad affluire dal vicino Gabon. Ed è esattamente
ciò che sta avvenendo in queste ore, dopo tre giorni di sparatorie, morti e
appelli alla calma a più voci, a partire da quella delle Nazioni Unite. Proprio
l'Onu e l'Europa, adesso, possono e devono giocare un ruolo fondamentale.
Tralasciando le crisi meno recenti, non si può sottacere il fatto che sono due
gli scenari che stanno focalizzando l'attenzione mondiale: il Libano e la
questione nucleare iraniana. Due situazioni che nel giro di pochi giorni
assorbiranno totalmente i rappresentanti che siedono in Consiglio di sicurezza.
In passato, allo scoppiare di entrambe le guerre del Congo, l'Onu ha compiuto
l'imperdonabile errore di "prendere tempo". Ora però non può
permettersi di ripetere il fatale temporeggiare. Altrimenti la speranza di una
democrazia per il Congo, nata dalla pace sudafricana del 2003, sarebbe destinata
a naufragare. Sotto i colpi di una guerra civile che negli ultimi due anni ha
continuato a minacciare soprattutto le martoriate regioni orientali.