Meglio se l’Occidente ne prende coscienza

RITAGLI    Guerre d’Africa, nuovo corso:    MISSIONE AMICIZIA
il "fondamentalismo" la causa

Fabio Carminati
("Avvenire", 3/2/’08)

L’Occidente sembra non accorgersene.
Si ferma ai fatti e non va oltre. Come alla fine del secolo scorso quando il conflitto in Ruanda era solo una strage perpetrata dagli "hutu" sui "tutsi", o la guerra per le risorse naturali in
Congo soltanto un conflitto su basi etniche "corollario" della crisi nei "Grandi Laghi". Oggi però la natura delle guerre africane sta cambiando. E basta forse mettere in fila gli eventi per comprenderlo. Somalia, Kenya, l’avanzata dell’estremismo nella fascia "subsahariana" (la Mauritania ne è solo la punta dell’"iceberg"). Da ultimo il Ciad con le implicazioni dirette del regime di Khartum e gli appoggi offerti ai ribelli che hanno marciato tra i profughi del Darfur "assiepati" al confine orientale fino alla capitale N’Djamena. Una lettura meno "appariscente" può forse apparire quella della situazione a Nairobi. Relegata al piano politico e allo scontro armato che ne è seguito, la questione sembrerebbe ricondotta ai canoni più classici dell’eterna lotta di potere. Sul piano strategico però – faceva notare nei giorni scorsi l’agenzia "Fides" – , se il Kenya dovesse sprofondare nel "caos", si rischierebbe seriamente una progressione dell’estremismo islamico dalla Somalia all’area del nord-est keniano e a quella costiera, abitate da popolazioni somale che finora si sono tenute ai margini degli scontri. Così se anche il Kenya dovesse diventare uno "Stato fragile", o peggio "fallito", si incorrerebbe nel reale pericolo di estendere l’instabilità somala anche ad altre zone dell’Africa orientale.
Una riprova della "questione islamica" keniota sono le polemiche innescate già durante la campagna elettorale dell’anno scorso. Ad Agosto, infatti, erano circolate a Nairobi delle copie di un presunto "memorandum" d’intesa tra il candidato presidenziale e "leader" dell’"Orange democratic party", Raila Odinga, e Sheikh Abdullahi Abdi, presidente del "National muslim leaders forum" per una parziale "islamizzazione" del Paese. Altri segnali, che comproverebbero una sorta di "strategia eteroguidata", appaiono invece palesi. In
Eritrea, non è una novità, è in atto una vera e propria "cacciata" dei cristiani e delle strutture "straniere" – prime fra tutte quelle della Chiesa cattolica – che offrono assistenza alla popolazione. Sono innegabili anche i contatti con il Golfo e i finanziamenti che il governo di Issaias Afewerki riceve. Nella Somalia stessa le "Corti islamiche" sono ben lontane dal cedimento: la presenza delle truppe etiopi e la "larvata" azione del contingente di pace "interafricano" non fanno altro che offrire "benzina" al fronte dell’estremismo. La Mauritania invece sta assistendo alla nascita dell’estremismo "qaedista", con obiettivo palese l’attacco all’influenza francese.
L’annullamento della gara sportiva della "Lisbona-Dakar", per le minacce ricevute da Parigi, è la riprova di un "fondamentalismo" con la pelle scura che sta calando dalle rive del Mediterraneo. Dove, peraltro, ha rialzato la testa con gli attentati algerini. In generale, si sta quindi delineando, e non lo si scopre adesso, una fascia progressiva di influenza islamica che va ormai dalla
Nigeria, con la "sharia" applicata negli Stati settentrionali, al "Corno d’Africa": tagliando il continente a metà. E il silenzio delle istituzioni internazionali, o meglio la cattiva lettura di quanto sta avvenendo, rischia ora di ampliare, ulteriormente, questa "faglia" africana.