Zimbabwe, Darfur, Nord Uganda: crisi senza "sbocchi"

RITAGLI    "Stillicidio" d’Africa. Nessuno chiuda gli occhi    MISSIONE AMICIZIA

Fabio Carminati
("Avvenire", 13/4/’08)

Ultima "chiamata" per l’Africa.
Zimbabwe, Kenya e Nord Uganda sono potenzialmente tre "bombe ad orologeria" che la "comunità internazionale" ha l’obbligo di "disinnescare". Perché il continente, da solo, ha dimostrato di non essere in grado di farlo. Ad Harare si vivono ore di tensione: a due settimane dal voto non ci sono ancora i risultati delle "presidenziali", l’opposizione chiama allo sciopero generale e il vertice regionale in corso difficilmente potrà andare oltre il "laconico" invito a risolvere in maniera democratica la crisi. A Nairobi il lavoro diplomatico di "bilanciamento" dei poteri, tessuto in un mese dall’ex Segretario delle "Nazioni Unite" Kofi Annan, è stato "sfilacciato" nel giro di una sola notte dai due contendenti, il Presidente "eletto" Kibaki e il "premier" "in pectore" Odinga: che comunque ieri sera sembrano essere tornati a posizioni "concilianti", annunciando un nuovo accordo. Anche a Kampala tutto sembra tornato in alto mare: la "mediazione" sud sudanese nell’eterna guerra "dimenticata" del Nord Uganda si è arginata davanti al "no" del sanguinario "leader" dei ribelli Joseph Kony a firmare quella pace che, inevitabilmente, "sancirebbe" la sua fine politica e probabilmente lo "schiudersi" delle porte di un carcere. Ancora una volta siamo così a chiederci che cosa può fare la "comunità internazionale" per l’Africa. Una comunità concentrata sulle "fiaccole", sui mercati finanziari "impazziti" e che non è andata, finora, oltre gli "appelli" alla calma e i "moniti", come nel caso dello Zimbabwe, all’ottuagenario Presidente Mugabe a garantire la "transizione" democratica. Ma, realmente, che cosa può fare il mondo per l’Africa? Imporre, attraverso le "Nazioni Unite" o l’"Unione europea" l’ennesimo "embargo" al "regime" di Harare, affamando sempre di più una popolazione cha ogni giorno deve fare i conti con un’inflazione a sei cifre? Inviare quel "contingente" di pace che mai è stato "stanziato" per proteggere gli "acholi" ugandesi dai massacri e dai sequestri di bambini perpetrati da un "manipolo" di "tagliagole"? Forse, più semplicemente, dovrebbe non chiudere gli occhi. Come sta facendo per il Tibet, nonostante tutte le implicazioni economiche e "geopolitiche" che caratterizzano la partita in gioco nell’"Impero di mezzo". Parlarne, "dibatterne", e far parlare i giornali. È un’illusione?
Certamente. Non è avvenuto in passato quando si consumava la tragedia del Ruanda, non è successo più recentemente nelle due guerre del
Congo, meno ancora nel conflitto tra disperati in Eritrea ed Etiopia. Lo ha fatto forse per il "genocidio" in Darfur.
Lo ha fatto però fermandosi agli aspetti "coreografici", in quella sorta di "Live Aid" collettivo che i "media" sanno costruire. Ma poi mettere da parte con la stessa rapidità per "cavalcare" altri fronti.
Oggi è il
«Darfur day». Attori, "testimonial" (la loro azione è altamente "meritoria", non fraintendiamo) torneranno a chiedere di non spegnere i "riflettori". Ma tutto finirà lì, purtroppo. Come le "giornate" delle "Nazioni Unite" sulla fame, i rifugiati, le donne perseguitate o la malaria. È "utopistico" pensare che ogni giorno, anche un piccolo spazio, possa bastare per ricordare che i problemi esistono? Un "post-it" delle coscienze, appiccicato su ogni pagina dell’"agenda del mondo".