Qualcuno è pronto ad alzare la voce?

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in un "fragoroso" disinteresse

Fabio Carminati
("Avvenire", 24/5/’08)

Il silenzio è d’obbligo, per «salvaguardare la vita dei due ostaggi». L’ha detto la "Farnesina", l’hanno richiesto le famiglie di Jolanda Occhipinti e Giuliano Paganini. Niente «ricostruzioni non vere». Giusto. Ma è giusto scoprire che la Somalia è una "no man’s land", una terra senza legge e senza istituzioni, solo quando la notizia tocca direttamente il nostro Paese?
La
Somalia è in questa situazione dall’inizio degli anni Novanta. Non da qualche mese. C’è passata l’"Onu" ed è fuggita. La missione italiana ha pagato con il sangue la sua presenza, come gli americani. Le "Corti islamiche" hanno preso Mogadiscio, hanno applicato la "sharia" e si sono ritirate in buon ordine davanti all’arrivo delle truppe etiopi: le uniche che ancor oggi appoggiano un governo senza legittimazione, se non a parole, da parte della "comunità internazionale". Le stesse truppe che non più tardi di due giorni fa il "leader" delle "Corti", Aweys, ha detto che scaccerà dal suolo somalo. Una situazione che si è "incancrenita", nel silenzio generale. Sovrastata – si fa per dire, vista la cronica disattenzione verso l’Africa – dalla crisi dei "Grandi Laghi", dai massacri ruandesi, dalle due guerre del Congo, dai conflitti tra Etiopia ed Eritrea. È stata per anni il "basso continuo" di una "sinfonia di morte" che ha portato il "Continente" sulle prime pagine dei giornali quasi solo quando le vittime raggiungevano i "cinque zeri".
L’agonia somala è una "melodia" nascosta dalle esplosive "gran casse" delle "nuove crisi". Non per questo meno drammatica, ma comunque nascosta. Soprattutto quando, dopo l’"acme" della crisi in
Darfur, le guerre d’Africa sembravano essere finalmente diminuite. Almeno quelle combattute in modo tradizionale e non quelle che uccidono con uno "stillicidio" di bombe, agguati e vampate di violenza più o meno "eteroguidata", che sono ancora e sempre sotto gli occhi di tutti. O meglio: di chi vuol vedere. La Somalia è ancor oggi la principale "fabbrica" dei profughi africani. Da Mogadiscio, solo negli ultimi mesi, è scappato mezzo milione di persone. Centinaia affrontano la traversata del Golfo di Aden, su pezzi di legno che reggono il mare soltanto per poche miglia.
Tragedie invisibili, morti senza nemmeno un nome. E tanti altri percorrono centinaia di chilometri per approdare in Nord Africa e tentare il salto diretto verso l’Europa. Quell’Europa che per legami di contiguità con il "Continente nero" potrebbe alzare la voce. Ma non lo fa, se non per ricordare gli anniversari, le "giornate mondiali" o per associarsi a iniziative che sulla carta potrebbero forse risolvere la situazione, ma che nei fatti si rivelano sterili. Come il contingente, sotto egida "Onu", che dovrebbe sostituire le truppe etiopi che sono in Somalia per ragioni certamente più "politiche" che umanitarie. Truppe di pace, "caschi blu", che sono ancora nelle speranze ma non certo in cima all’agenda della "comunità internazionale".