L’avanzata degli "Shabaab" nell’inerzia generale

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Ultima chiamata per il mondo

Fabio Carminati
("Avvenire", 26/5/’09)

Può apparire persino ingenuo parlare di «ultima chiamata» per la Somalia. In un Paese senza Governo da trent’anni, pensare che la situazione sia giunta a un "punto nodale" significherebbe forse dare un improprio senso logico alla più illogica delle realtà "geo-politiche" del Pianeta. Ma a Mogadiscio in queste settimane sta cambiando qualcosa. In quello che appare sempre più un tentativo di "spallata finale" al Governo del Presidente Sharif Sheikh Ahmed da parte dei fondamentalisti "Shabaab" legati ad "Al-Qaeda" c’è infatti una "chiusura del cerchio". Nell’"esecutivo" da mesi sono entrati elementi di quelle stesse "Corti islamiche" che poco più di un anno fa avevano tentato la stessa cosa: scalzare la parvenza di Governo legittimo che controllava soltanto la stessa capitale. E, paradossalmente, ora sono proprio loro l’obiettivo finale dell’offensiva. In una sorta (se mai fosse possibile) di ulteriore estremizzazione del contesto, ora i miliziani "quaedisti" hanno la possibilità di compiere ciò che non è riuscito a chi li ha preceduti. È di ieri la conferma, da parte del Presidente Sheikh Ahmed, che centinaia di "jihadisti" sono arrivati in Somalia da diverse parti del mondo, rispondendo alla chiamata lanciata nell’ultimo messaggio dal numero due di "Al-Qaeda", Al-Zawahiri. Una situazione che, al di là delle apparenze legate al solo fenomeno dei "pirati", non sembra però preoccupare più di tanto le "cancellerie" africane e occidentali.
Almeno in apparenza. Più di un anno fa era stata l’Etiopia a scendere in campo inviando truppe a Mogadiscio e di fatto liberando la capitale. Con gravi perdite, attacchi subiti quasi quotidianamente e arrivando poi al ritiro di inizio 2009. Coinciso con la nuova avanzata degli "Shabaab".
L’
Etiopia, sempre accusata di fare il gioco di Washington, ora dice di non volersi di nuovo infilare in un "tunnel" senza uscita. Ma resta l’unico "strumento" militare regionale che può essere schierato. In una realtà in cui il rivale storico, l’Eritrea, ormai viene accusato pubblicamente anche dall’"Unione Africana" di fomentare i rivoltosi. Si comprenderà quindi che il "ginepraio" somalo si è ulteriormente complicato. Nessuno – lo si è detto più volte – ha la voglia, i mezzi e soprattutto il "coraggio" politico di imbarcarsi in una nuova "Restore hope", la "missione internazionale" che fallì sedici anni fa. Primi fra tutti gli americani, che nella regione restano però i più attivi nelle operazioni di contenimento e di pressione sul Presidente etiope Melles.
Difficilmente però l’
America di Obama, con fronti aperti in Afghanistan e Iraq e alla prese con un’opinione pubblica interna sempre meno propensa alle azioni militari, potrà uscire allo scoperto. Meno ancora l’Europa, che per il momento si limita a "incerottare" le ferite aperte dal fenomeno più appariscente dei sequestri di navi nel "Golfo di Aden".
Nella sua pur breve "carriera presidenziale" Sheikh Sharif Ahmed si trova quindi in una situazione estrema. Sa che militarmente da solo non potrà mai debellare i miliziani "estremisti", è conscio del fatto che l’introduzione della "sharia" da lui voluta è concessione alle frange più estreme che sono confluite nel suo "esecutivo" e, soprattutto, misura il vuoto internazionale che lo circonda.
Insomma, la situazione peggiore. Che rischia di precipitare se l’"immobilismo" dei "Grandi" si perpetua nel silenzio in cui sembra sempre più cadere l’«ultima chiamata» per la Somalia.