P.
MASSIMO CASARO
("Missionari
del Pime", Marzo 2008)
Che cosa fa Gesù sulla croce?
Muore. Meglio, si lascia ammazzare. Lì, sulla croce, è finito il tempo delle
parole e dei miracoli, rimane quello definitivo della
"vulnerabilità". Perché l’essere "vulnerabili" all’altro
non è momento passeggero della storia personale, ma definitivo, sostanziale.
Eterno. È la condizione che permette all’altro di sapere che ciò che amiamo
non siamo noi stessi ma lui.
La "vulnerabilità" è, dunque, la faccia nascosta dell’amore, la
sua fonte segreta, quella che non risolve la carità in un fare, sempre esposto
alla tentazione del calcolo e del "tornaconto", ma in un essere per e
con l’altro. Il fare, quando è richiesto dalla situazione, segue, accompagna
o, meglio, è "incluso" nell’essere. È un fare generoso,
tempestivo, coraggioso, ma anche assorto, riflessivo, rispettoso. L’amore
vero, infatti, non risolve il rapporto con l’altro in ciò che può fare per
lui, perché, più radicalmente, non risolve l’altro nei suoi bisogni. Gli
riconosce un’anima, una dignità e ammette, con serena umiltà, che anche lui,
dell’altro, ha bisogno.
Chi ama, infatti, prima di tutto accoglie e, accogliendo, rende disponibile a
tutti e a ciascuno lo spazio che è e deve rimanere comune. Chi non ama, al
contrario, lo spazio lo occupa, se ne appropria in misura del proprio
"appetito" sottraendolo a tutti e a ciascuno. L’"accaparramento"
della terra, dell’acqua, dei beni in genere, ma anche della cultura, della
"visibilità", della politica intesa come potere altro non sono che
modalità attraverso le quali il "non amore" rende inabitabile il
mondo.
Il segno della lancia che trafigge il costato di Gesù è il segno di quella
suprema accoglienza che chiamiamo amore, dell’offerta di quella suprema
intimità che, giustamente, lui stesso ha definito come un "dare la
vita".