A PENTECOSTE

RITAGLI    Oltre le ragioni "umane"    MISSIONE AMICIZIA

P. MASSIMO CASARO
("Missionari del Pime", Aprile 2008)

Siamo a Gerusalemme, il giorno di Pentecoste. E Pietro, a nome degli Apostoli, prende la parola per spiegare quanto è successo. Non può non farlo, perché anche la fede deve saper esporre le sue ragioni. Certo, sono ragioni per le quali non è necessario scatenare "conflitti". Infatti le ragioni troppo "umane" comunque tendono a imporsi e, quindi, a imporre. Non aprono spazi di scelta e di libertà. Dimenticano facilmente, travolte come sono dalla "foga" argomentativa, che non si diventa uomini, quindi nemmeno cristiani, per forza. I buoni argomenti, infatti, attingono la loro efficacia persuasiva soprattutto dai "sentimenti" del cuore. In una parola, dalla carità.
Dicevo che Pietro spiega perché è successo qualcosa, e questo qualcosa è che alcuni uomini si sono messi a "parlare in lingue", suscitando lo stupore degli "astanti" i quali si sono, immediatamente, premurati di trovare delle spiegazioni: «Si sono ubriacati di mosto» (At 2,13). Anche gli ascoltatori, dunque, cercano di spiegare l’accaduto, ma per riportarlo entro limiti umani: è insopportabile quel Mistero che impone la fatica e l’umiltà dell’apprendimento.
Ovviamente non sono ubriachi, asserisce con forza Pietro, ma "ebbri di Spirito", cioè invasi da quella lucida emozione che consiste nel sapere che, in Gesù, a tutti gli uomini è offerta la salvezza. A una sola condizione: ammettere d’essere i suoi "crocifissori". Perché se la morte di Gesù dice che Dio ama tutti, dice anche che tutti gli sono debitori della vita. Che cosa è, in fondo, il peccato se non il ritenersi creditori di tutti e, quindi, debitori di nessuno?
È dinanzi a questo dono che il sentimento della "colpevolezza" assume il significato di un disporsi alla "sequela", rendendo possibile la "comune-unione" tra i credenti e tutti gli uomini, che fanno della gratitudine e dell’apprendimento il fondamento della loro vita.