RIFLESSIONE

RITAGLI     Cittadini di una "Patria" sola     MISSIONE AMICIZIA

P. Massimo Casaro
("Missionari del Pime", Ottobre 2008)

Ci sono cose che sembrano non poter stare insieme eppure, quando le guardi con più attenzione o, meglio, analizzi con più attenzione i loro rapporti, ti rendi conto che non possono stare l’una senza l’altra. Come nel caso del rapporto che lega genitori e figli, o marito e moglie, che non può svilupparsi autenticamente se non come il risultato di una grande, profonda "affezione" e di un altrettanto grande e profondo "distacco".
È l’amore che lo impone e l’amore, quando è tale, non sopporta né l’indifferenza né l’invadenza. Perché, più radicalmente, non sopporta l’"idolatria" di sé. Mi pare sia questo il caso anche dell’accoglienza. Accogliere, infatti, suppone l’avere una casa, un’identità, l’essere "radicati" in un luogo. Se così non fosse, non si potrebbe accogliere. Ma questo, se ci pensiamo bene, non basta. E non solo perché la cosa non è automatica, ma anche perché l’avere una casa, un’identità, l’essere "radicati" può diventare il maggior ostacolo, a volte insuperabile, nella relazione con l’altro. Il motivo è semplice, ed è che non è possibile accogliere se ci si sente assolutamente "padroni" di un luogo. Se ci si sente assolutamente "a casa". L’occupazione di un posto, infatti, in qualche modo impedisce agli altri di risiedervi, mentre l’esservi in qualche modo "stranieri", libera spazio per tutti.
Certo, non siamo obbligati ad accogliere, perché, più radicalmente, non siamo costretti a riconoscere la nostra umanità. Ma la "Parola", quella che libera e salva, non fa "sconti", non ammette "deroghe". Ed è una "Parola" che se invita all’accoglienza, lo fa ricordando che ognuno di noi è "straniero", perché tutti gli uomini, allo stesso modo e allo stesso titolo, sono chiamati a essere cittadini di una "Patria" sola.