I SEGRETI DEL REGIME

È passato alla storia come uno dei «tre gentiluomini» di Piazza Tienanmen,
ha scontato nove anni di carcere
e soltanto nel 2006 ha ritrovato la piena libertà in Canada:
«Le rivolte contro le autorità si contano a decine di migliaia.
Il malcontento è alimentato anche dalla politica imposta del figlio unico».

RITAGLI    «Noi, schiavi di Stato»    SPAZIO CINA

La denuncia dell'ex dissidente Lu: detenuti sfruttati, i prodotti all'estero.
«Anche in Occidente arrivano merci realizzate in condizioni disumane
da condannati comuni e prigionieri politici.
La manodopera a costo zero è una grande risorsa economica per il governo:
i " laogai", prigioni camuffate da fabbriche, infatti sono in aumento».

Riccardo Cascioli
("Avvenire", 3/6/’07)

«L'Europa continua a importare dalla Cina prodotti che sono realizzati nei campi di concentramento, e non si fa nulla per bloccare questa vergogna». La denuncia è di Lu Decheng, per 9 anni egli stesso «ospite» dei campi di lavoro forzato, in questi giorni in Italia in occasione del 18esimo anniversario del massacro di Piazza Tienanmen, avvenuto nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989.
Lu è passato alla storia come uno dei «tre gentiluomini» perché il 23 maggio di quel 1989 arrivò con altri due amici dalla provincia dell'Hunan in una Piazza Tienanmen occupata dagli studenti in sciopero della fame: aspettarono di essere arrestati dopo aver imbrattato il famoso ritratto ufficiale di Mao con il lancio di gusci d'uovo pieni di vernice. «I gentiluomini non scappano», dissero dopo aver espresso pubblicamente l'opposizione al regime comunista. Yu Zhijian, maestro elementare, fu condannato all'ergastolo, rilasciato nel 2001 poi di nuovo arrestato per uno sciopero della fame; Yu Dungyae, poeta e pittore, ebbe una condanna a 20 anni di reclusione: è stato liberato all'inizio del 2006, infermo di mente per le torture e l'isolamento forzato. Lu Decheng, invece, fu chiamato a scontare 16 anni, uscì nel 1998, e poi è fuggito nel 2004 in Thailandia, da dove nel 2006 è potuto trasferirsi in Canada come rifugiato politico, ma con moglie e figlio ancora «ostaggi» del regime.
«I "laogai" non sono un fenomeno marginale né in diminuzione. Al contrario, ne sono stati censiti oltre mille e sono un pilastro dell'economia cinese», dice Lu Decheng ad "Avvenire".

Come è possibile camuffare in fabbrica un campo di lavoro forzato?

Ogni laogai ha un doppio nome: uno ad uso interno, che si riferisce alla prigione; l'altro, invece, per l'esterno, da normale impresa commerciale. Ad esempio, io sono stato detenuto in un campo che si chiama "Laogai Hunan 2", ma ufficialmente aveva il nome di "Hunan Heavy Vehicle Manufacturing Factory", ed esportava veicoli. C'è anche una certa flessibilità in queste fabbriche, perché, ad esempio, quando calava il lavoro per i veicoli allora dovevamo produrre materiale tessile o decorazioni natalizie per l'esportazione.

Lei sta dicendo che i giocattoli che acquistiamo, e anche gli alberi di Natale di plastica, possono provenire dai campi di lavoro forzato?

Certo, nei laogai si produce di tutto, per il mercato interno e per l'esportazione. Per il governo cinese è una grande risorsa economica, perché i laogai permettono ampia disponibilità di manodopera a costo zero, così da rendere particolarmente competitivi i prodotti cinesi. È anche per questo che i laogai sono in aumento.

Negli anni '90, dopo alcune burrascose sedute del Congresso in cui furono mostrati oggetti cinesi provenienti dai laogai e venduti senza restrizioni, gli Stati Uniti vararono una legge per impedire l'importazione di questi prodotti. Ha funzionato? Ed è applicabile anche in Europa?

In realtà, quella legge è stata applicata solo in pochissimi casi, e l'amministrazione Usa ha rifiutato una richiesta di leggi più dure da parte dei sindacati americani. Peggiore ancora la situazione in Europa, dove non esiste nemmeno una legge che proibisca l'importazione di merci prodotte con il lavoro forzato: perciò sono regolarmente venduti prodotti «made in China» provenienti parzialmente o totalmente dai laogai.

È possibile riconoscere un prodotto proveniente dai laogai?

Attualmente è impossibile, dato che non esistono regole di controllo. L'Europa dovrebbe obbligare la Cina ad apporre etichette che dicano chiaramente la provenienza dei prodotti. Un passo in questo senso lo ha fatto il Parlamento tedesco, con una risoluzione approvata lo scorso 10 maggio, ma finora si tratta di un caso isolato.

In che condizione vivono i prigionieri nei laogai?

Eravamo costretti al lavoro forzato dalle 7 del mattino alle 22-23 di sera, e venivamo spesso picchiati a sangue senza motivo. Venivamo anche torturati se non producevamo abbastanza. La pratica più comune era quella di legarci le braccia con le manette e sospenderci in aria per ore appesi alle sbarre delle finestre. Poi, quattro giorni alla settimana, dopo il lavoro, c'erano le "sessioni di studio": dovevamo leggere la propaganda comunista, ripetere tutto a memoria senza obiettare o fare domande. Un vero lavaggio del cervello.

Non passa giorno in Cina senza che si registrino rivolte popolari, per motivi economici o - come accaduto la scorsa settimana - per l'applicazione selvaggia della politica del figlio unico, con aborti e sterilizzazioni forzate. Che cosa manca perché queste rivolte spontanee diventino un vero movimento organizzato?

Si contano decine di migliaia di queste rivolte ogni anno, con centinaia di morti e decine di migliaia di arresti. È il segno di quanto i cinesi non ne possano più di questo regime e desiderino la libertà. Ma è molto difficile creare un movimento organizzato, in quanto il controllo poliziesco è ferreo. Il governo ha molta paura delle rivolte locali e interviene con estrema durezza per evitare contatti tra villaggi e province.

Quanto incide la politica del figlio unico sul malcontento della popolazione cinese?

È un fattore molto importante, perché l'applicazione di questa legge è disumana, con violenze e atrocità di ogni genere. Inoltre, va contro la tradizione cinese, che invece ama la famiglia, la discendenza. Così la gente, che già soffre per la mancanza di libertà, si sente espropriata anche della speranza: se non possiamo neanche avere figli, che futuro ci rimane?

Voi dissidenti all'estero siete organizzati? Riuscite ad avere contatti all'interno della Cina?

All'estero c'è una rete che lavora, ed è anche questo che mi ha permesso di riparare in Occidente. In Thailandia, infatti, ero stato arrestato nel dicembre 2004: le autorità volevano rimpatriarmi. Solo la mobilitazione delle organizzazioni democratiche cinesi ha fermato il governo di Bangkok. Con l'interno della Cina abbiamo contatti, ma sono personali, attraverso amici, perché il controllo del regime è durissimo. Hanno perfino creato un corpo speciale della polizia che si occupa soltanto di intervenire su Internet per intercettare e impedire eventuali contatti.