INTERVISTA

Parla Alberto Cairo, responsabile della Croce rossa a Kabul:
«Noi non dipendiamo dagli eserciti. Ma il ritiro sarebbe drammatico».

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«Siamo a una svolta: dove porterà, nessuno lo può dire.
Comunque il Paese da solo non sta in piedi.
Venticinque anni di guerra hanno distrutto ogni struttura».

Edoardo Castagna
("Avvenire", 13/7/’06)

Il dibattito sul rifinanziamento della nostra missione militare in Afghanistan non ha soltanto riacceso le divisioni interne alla maggioranza di governo, ma ha anche sollevato polemiche sull'utilità dei soldati Onu nel Paese, in particolare nella tutela delle operazioni umanitarie. Scalpore ha destato la presa di posizione di Gino Strada, il medico di Emergency attivo in Afghanistan dal 2000, che ha definito «la protezione militare non solo inutile», ma addirittura «fattore di rischio» per i medici presenti sul territorio. Ed è tornato a invocare il ritiro delle truppe occidentali, subito. Sulla difficile questione abbiamo chiesto un parere ad Alberto Cairo: in Afghanistan dal 1990, il fisioterapista è responsabile del Programma di riabilitazione fisica e reinserimento sociale dei disabili afgani della Croce rossa internazionale.

In Europa si ha la percezione di un improvviso deterioramento, nelle ultime settimane, delle condizioni di sicurezza in Afghanistan. È un'impressione corretta?

«L'Afghanistan non è un Paese pacificato. Attentati, battaglie e scontri avvengono ogni giorno in molte delle province. Gli incidenti sono in aumento, come lo è il malcontento di parte della popolazione, costretta ad arrangiarsi, senza ottenere quanto sperava. Diversi, tra coloro che nel 2002 dicevano "stavolta l'Afghanistan ce le fa", ora scuotono il capo disillusi. Affermano che si è arrivati ad un momento cruciale, una svolta. Dove porterà nessuno può dire, troppe le variabili. Sono convinto che i prossimi mesi saranno difficili».

Quale è l'effettiva situazione delle libertà e dei diritti umani?

«Stando ai rapporti della Commissione per i diritti umani, la strada da percorrere è lunga. Come vedere affermati diritti e libertà quando leggi dello Stato, leggi religiose e norme tribali sono sovente in contraddizione tra loro, l'una negando quanto l'altra sancisce? Un facile esempio, le donne: per la Costituzione godono degli stessi diritti degli uomini, per molti "mullah" sono cittadine di seconda categoria, per le leggi tribali esistono appena. Un avvocato afgano che ora vive in Germania - dove fa il magazziniere - mi ha detto: impossibile parlare di diritti e libertà quando leggi e sistema giudiziario non funzionano. Lui è tornato a Kabul per recuperare la casa di famiglia che un vicino potente occupa da anni. Nonostante abbia le carte in regola e i testimoni, non riesce a riaverla. Pagando, il vicino blocca il processo».

C'è grande differenza tra Kabul e il resto del Paese?

«Enorme. Sono addirittura diverse Kabul centro e periferia, di decenni arretrata. Ma religione, sesso, onore restano tabù ovunque, questioni da non discutere apertamente mai. Allo stesso tempo, occorre ammettere che miglioramenti sono avvenuti. Alla stampa, per esempio, è accordata una libertà di espressione prima sconosciuta. Lo prova il recente tentativo delle autorità di ridimensionarla e le energiche proteste dei giornalisti».

A quando un Afghanistan non più sorretto dai militari Onu?

«Anche un bambino qui lo sa: il ritiro degli eserciti occidentali creerebbe un cambiamento drammatico nel Paese. Come lo creerebbe la diminuzione o la sospensione degli aiuti umanitari ed economici. L'Afghanistan da solo non sta in piedi. Venticinque anni di guerra hanno distrutto l'intera struttura della nazione. Vi hanno instaurato un sistema parallelo fatto di armi, alleanze non sempre lecite, legge del più forte, oppio, clan e clientelismo. Chi vive di questo sistema non ha interesse a cambiare. Le resistenze contro un potere centrale sono enormi. A complicare la situazione ci sono paesi confinanti come Iran e Pakistan, vicini di casa non facili».

La sua attività medica si appoggia alla presenza militare occidentale?

«Tante sono le organizzazioni umanitarie che non lavorano sotto la protezione diretta delle forze armate (straniere o afgane). La Croce rossa internazionale è una di queste. È il lavoro che facciamo a proteggerci, l'aiuto dato agli afgani per più di vent'anni, i continui contatti con tutte la fazioni del conflitto, l'imparzialità. I nostri centri di riabilitazione alla porta hanno guardiani disarmati, viaggiamo senza scorta né armi a bordo. Ai pazienti non poniamo domande, li aiutiamo e basta».

E i soldati?

«Anche le forze armate straniere in Afghanistan, accanto al lavoro di soldati, svolgono un lavoro umanitario. Ho incontrato diverse volte il contingente italiano, persone ben intenzionate ad aiutare - ci hanno portato montagne di giocattoli e scarpe, grazie. Mi unisco però a chi sostiene che il mischiare armi e aiuto umanitario ha aspetti criticabili. Alla fine gli aiutati non comprendono più la differenza tra gli umanitari al cento per cento e soldati che fanno "anche" del lavoro umanitario. Li scambiano per braccia di una stesso corpo. Una fuorviante identificazione che può essere pericolosa».

Come si è evoluta la vostra presenza in Afghanistan in questi anni? Come pensate di svilupparla nel prossimo futuro?

«C'è stato un continuo adattarsi ai cambiamenti per rispondere velocemente ai bisogni, ma nella sostanza il lavoro è rimasto lo stesso: visita ai detenuti, promozione del diritto internazionale umanitario, sostegno agli ospedali, fornitura di acqua, costruzione di gabinetti e fogne, protesi e reintegrazione sociale per i disabili. Resteremo fino a che le condizioni del Paese lo richiederanno. Nel campo della riabilitazione dei disabili sarà per molti anni ancora. Mine e malattie sono infatti sempre in agguato».


In che modo la popolazione accoglie la Croce rossa e il suo operato?

«Avendo lavorato per anni in tutto il Paese nei momenti più drammatici, la Croce rossa è diventata uno dei simboli più conosciuti, una bandiera che garantisce protezione. Gli afgani poi non sono "xenofobi", anzi. Rispettano lo straniero, attribuendogli a volte meriti e pregi che non ha. Accettano volentieri il suo aiuto, senza complessi. Non tutti ringraziano, la gratitudine sembra essere in declino ovunque. Pazienza».