INTERVISTA

Il premio Nobel per la letteratura, presente oggi alla "Milanesiana",
parla della sua condizione di uomo sul confine:
«Io sono turco, non vivo di qua o di là, resto nel mezzo, a cavallo di due culture.
Tutta la mia vita è segnata dall’incontro di Occidente e mondo islamico.
Non credo allo "scontro di civiltà"».

RITAGLI    Pamuk: Istanbul, porta fra Est e Ovest    MISSIONE AMICIZIA

«Già in passato ero stato attaccato per il mio sostegno all’adesione turca alla Ue.
E ora le cose sono peggiorate».

Da Milano, Edoardo Castagna
("Avvenire", 26/6/’07)

Forse è un modo implicito per ribattere alle critiche che avevano accompagnato l'attribuzione di un premio Nobel giudicato un po' troppo politicamente corretto, un po' troppo "prematuro" a un autore poco più che cinquantenne. Ma Orhan Pamuk, ospite questa sera a Milano della rassegna "La Milanesiana", mette le mani avanti: «Atteniamoci a temi letterari». Per non dar corda, sembra, ai suoi critici che, soprattutto in Turchia, lo accusano di essere troppo filo-occidentale, troppo anti-turco. Anche se poi le considerazioni politiche finiscono lo stesso per scappargli.

Parliamo di letteratura, allora. Nei suoi romanzi una protagonista è spesso Istanbul, antica e moderna. Che ruolo gioca, nella sua opera, la città sul Bosforo?

«Vista da fuori, Istanbul può essere il ponte tra Oriente e Occidente, o la frontiera dell'Occidente, o tante altre cose ancora. Ma io miro a rappresentare Istanbul dall'interno: e, se ci vivi, non vedi questa o quella funzione. Certo, nella città ci sono molte cose che vengono dall'Europa, molte altre che vengono dall'Asia. È nel mezzo: ma nessun abitante di Istanbul dirà mai: "Oh, oggi vado in Asia", se deve attraversare il ponte per andare dal dentista. Gli abituali "cliché" di Oriente e Occidente si sono imposti anche su varie letture della mia opera. Ma quello che cerco di fare io è altro, è trovare una mia via personale. Walter Benjamin aveva individuato due modi per scrivere di città: quello esterno, sempre esotico; e quello interno, sempre autobiografico. Ovviamente, i miei libri su Istanbul sono autobiografici. E io nelle vie della città non incontro a ogni passo i segni di una o di un'altra civiltà, ma quelli della città stessa».

E, da Istanbul, da quel suo "stare in mezzo", come guarda a Oriente e Occidente?

«I cosiddetti Oriente e Occidente. Io sono turco, sono anch'io nel mezzo. Tutta l'enfasi che si mette su questi confini è qualcosa che non mi appartiene. Io non dico: questo è di qua, questo è di là, ma resto nel mezzo. In tutta la mia vita ho raccolto elementi che vengono da entrambe le culture, tanto che penso che questa dicotomia "est/ovest" sia semplicemente falsa. Certo, esiste un est ed esiste un ovest, ma non esistono chiavi per comprenderli, né per comprendere il loro rapporto. Non credo affatto allo "scontro di civiltà", perché ho visto, nel corso della mia vita, che le civiltà si combinano, si armonizzano. Se vogliamo evitare che la politica imbocchi il vicolo cieco rappresentato dallo "stereotipo" dello scontro di civiltà, allora dobbiamo, dal punto di vista culturale, rifiutare le "categorizzazioni" troppo nette, i confini troppo rigidi. Il mio dentista al di là del Bosforo non appartiene a un'altra civiltà, ve l'assicuro».

La Turchia e la sua cultura possono giocare un ruolo nel frenare la tendenza ad acutizzare lo scontro?

«Gli altri scrittori, gli uomini di cultura, i politici possono attribuire un ruolo simile alla Turchia, a Istanbul, perfino ai miei libri. Ma questo non ha nulla a che vedere con me: io non scrivo i miei libri per giocare un ruolo culturale, né uno politico. Io li scrivo per esprimere me stesso, un me stesso naturalmente coinvolto in una certa cultura, in una città, in una via, in una popolazione. Ma non è la volontà di mostrare tutto questo, la molla del mio scrivere. Poi, quando si legge un buon libro, allora gli si attribuisce anche un ruolo storico, politico o culturale. Ma questo viene soltanto dopo. Non che contesti il modo nel quale sono compresi i miei libri; semplicemente, non li scrivo per questo».

Ha rilevato qualche evoluzione nell'atteggiamento dei turchi verso le sue opere, dopo il conferimento del Nobel?

«Già prima del premio, ero coinvolto nella politica, soprattutto sostenendo l'opportunità, per la Turchia, di aderire all'Unione europea. Questo mi aveva creato dei nemici tra quei turchi che non vogliono l'adesione. Il Nobel ha esasperato la situazione, ma mi ha anche regalato una maggior popolarità in Turchia. Ma i miei guai politico-culturali no n sono ancora finiti».

È per questo che, nel febbraio scorso, ha lasciato Istanbul per New York?

«Sì, anche se non ho, propriamente, abbandonato la Turchia. In quei mesi c'erano troppe tensioni politiche e troppe pressioni giornalistiche, allora mi sono trasferito a New York, dove ho una cattedra alla "Columbia University". Ma continuo ad andare avanti e indietro dalla Turchia. Ora scrivo ovunque: in albergo, sull'aereo...».

Vista la componente autobiografica delle sue opere, dobbiamo allora aspettarci in futuro un romanzo di viaggio?

«Non il prossimo, cui sto lavorando da cinque anni. Comunque, sono gli altri a dire che i miei libri finora hanno avuto Istanbul per protagonista: io, semplicemente, scrivo di ciò che conosco. Per esempio, questa sera parlerò dell'idea di assoluto, e di come quest'idea possa essere divorata e distrutta dalla scienza. L'ho appresa dai grandi romanzieri che ho amato di più: su tutti, Fëdor Dostoevskij. Soprattutto quello delle "Memorie dal sottosuolo", quello che lottava contro una certa occidentalizzazione, razionalista e utilitarista, della Russia».

Un autore, Dostoevskij, dalla grande ispirazione religiosa. Anche nella sua ispirazione esiste una componente spirituale?

«In tutta la mia vita c'è una componente spirituale: non però rivolta verso una religione, ma rivolta alla letteratura. Ho una comprensione spirituale del mondo del tutto individuale. Poi, nella mia vita considero "spirituale" la mia devozione alle domande - quelle che non trovano risposta».