INTERVISTA

A «Torino Spiritualità» il "Nobel" per la pace iraniano
denuncia la crisi dei diritti umani nel suo Paese: «Troppe violazioni».

RITAGLI    Ebadi: l'islam e la riscossa in rosa    SEGUENTE

«Una guerra contro il mio Paese sarebbe un errore:
l’azione deve essere politica.
La repressione del regime ricorre sempre più alla pena di morte,
con i minorenni.
La discriminazione delle donne è forte,
ma stiamo raccogliendo firme per cambiare la legislazione».

Dal nostro inviato a Torino, Edoardo Castagna
("Avvenire", 20/9/’07)

Minuta e decisa nel suo elegante completo nero, ricco di ricami persiani ma senza velo, Shirin Ebadi marca la distanza tra la sua battaglia contro il regime degli "ayatollah" iraniani e l'ipotesi di un'azione militare contro Teheran.
«Sono contro qualunque azione bellica contro l'
Iran - sostiene l'attivista per i diritti umani, magistrato destituito dalla "Rivoluzione islamica" e premio "Nobel" per la Pace nel 2003, che ieri ha inaugurato "Torino Spiritualità" con la lezione "Islam: il dilemma della democrazia" - . Gli iraniani non permetteranno mai che l'Iran diventi un nuovo Iraq. Tuttavia, l'Iran deve seguire le direttive del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non possiamo permetterci di erigere un muro che ci separi dal resto del mondo: non sarebbe né fattibile, né utile all'Iran. Sono anche contraria a eventuali sanzioni, perché andrebbero soltanto a danno del popolo iraniano. Se il regime continuerà a non ascoltare le Nazioni Unite dovranno esserci sì sanzioni, ma soltanto di natura politica».

Ovvero?

«Il resto del mondo potrebbe limitare i rapporti politici con l'Iran; le autorità iraniane coinvolte con le attività nucleari potrebbero vedersi negato il visto per viaggiare all'estero… Tutto questo non danneggerebbe gli iraniani, ma costringerebbe il regime ad accettare ciò che chiede la comunità internazionale».

Negli ultimi tempi si è registrato un aumento della repressione condotta dal regime di Teheran. Ahmadinejad sta già preparando le elezioni politiche del 2009?

«Sono varie le ragioni che stanno dietro a questa nuova ondata repressiva. Da un lato, il mondo ha concentrato la sua attenzione sul problema del nucleare, dimenticando quello dei diritti umani; il regime si trova in una condizione di debolezza e, come sempre in questi casi, reagisce aumentando la pressione sul suo popolo. Dall'altro lato, in Iran il costo della vita è in costante ascesa e la povertà aumenta, nonostante il fatto che si tratti di un Paese ricco: una situazione economica che accresce il distacco dal regime, che quindi diventa più violento».

In questa situazione, per lei è diventato più difficile sostenere la sua tesi, secondo la quale islam e democrazia sono compatibili?

«La situazione dei diritti umani in Iran sta regredendo. Aumenta il ricorso alla pena di morte, anche contro minorenni; si intensifica la censura. Proprio recentemente due giornalisti "curdi" sono stati imprigionati e condannati alla pena capitale, anche se la sentenza è stata impugnata. Le accuse sono sempre le stesse: ogni critica contro il regime viene interpretata come se fosse un atto pericoloso per la sicurezza nazionale; ogni difesa della democrazia viene tacciata di "intelligenza" con il nemico americano. Oggi il lavoro di chi difende i diritti umani - il mio lavoro - è più difficile».

Ancor più se a farlo è una donna…

«Contro le donne in Iran le leggi sono discriminatorie. Un grande movimento pacifico sta cercando di raccogliere un milione di firme contro l'attuale legislazione, ma il regime non tollera nemmeno un'iniziativa come questa: pochi giorni fa sono state arrestate decine di attivisti del movimento».

Eppure lei sostiene che i diritti della donna siano compatibili con l'islam. Come conciliare questa posizione con quei passi del Corano che parlano esplicitamente di diritti limitati per le donne, per esempio riguardo al valore delle testimonianze o alle questioni ereditarie?

«Come ogni religione, l'islam ha più di una interpretazione. Anche in Europa vediamo, per esempio, una pluralità di posizioni su vari temi da parte delle diverse confessioni, che pure si richiamano tutte al cristianesimo. Anche per l'islam è così: a testimoniarlo, in merito ai diritti delle donne, è la differenza di trattamento loro riservato nei vari Paesi musulmani. In Arabia Saudita le donne non possono nemmeno guidare l'automobile; in Indonesia, Bangladesh o Pakistan ne abbiamo avute di presidenti o primo ministro. Allo stesso modo, sono completamente da rivedere le leggi sui minori. In Iran oggi la responsabilità penale è fissata a un'età molto bassa: la rivoluzione islamica ha stabilito che scatta a nove anni per le ragazze e a quindici per i ragazzi. Anni lunari, tra l'altro, più brevi di quelli solari - per inciso, né io né nessun altro, in Iran, si è mai sognato di usare il calendario lunare per la vita quotidiana - ; a me un simile richiamo suona tanto strano quanto a voi occidentali. Così, ci ritroviamo con quindicenni che non possono espatriare senza il permesso paterno, che non possono guidare né votare, ma che in sede penale sono considerati capaci di comprendere le conseguenze di ogni loro gesto. Proprio in questo periodo sto difendendo un quindicenne, Mohammad Latif, condannato a morte per aver accidentalmente ucciso una persona durante un litigio. In Iran il numero dei ragazzi giustiziati prima di aver compiuto i diciott'anni sta crescendo in modo preoccupante. Ecco, davanti a tutto questo la domanda non deve essere se l'islam sia o meno compatibile con i diritti umani, ma quale interpretazione dell'islam si debba adottare. Io sostengo un islam che consenta di scrivere leggi compatibili con la vita di oggi. Che accetti i diritti umani e la democrazia. Che non permetta ai dittatori di opprimere i propri popoli in nome della religione».