INTERVISTA

La scrittrice cattolica Marina Nemat, torturata e costretta all’esilio dagli "ayatollah":
«Appena pronti, gli iraniani si risolleveranno».

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«Il mio popolo sogna la libertà, e fu per questo che si ribellò allo "scià".
Ma non l’ha ottenuta: il governo islamico si è imposto stabilendo un regime di terrore».

Edoardo Castagna
("Avvenire", 11/10/’07)

Quella degli studenti americani alla "Columbia" era scontata. Un po’ meno la contestazione che il presidente iraniano Ahmadinejad ha dovuto registrare nei giorni scorsi da parte dei giovani delle università del suo Paese. Un nuovo sussulto, ulteriore segnale che l’insofferenza per il regime degli "ayatollah" continua a covare. «Gli iraniani vogliono la democrazia – argomenta la scrittrice Marina Nemat – , ed è per questo che si sono ribellati allo "scià". Ma non l’hanno ottenuta. Negli anni successivi alla "Rivoluzione islamica", il governo iraniano si è imposto torturando e condannando a morte molti giovani, e poi ha stabilito un regime di terrore che continua ancora oggi». Tra quei giovani torturati e condannati c’era anche lei. Aveva appena sedici anni, quando le guardie islamiche l’arrestarono.
Cristiana, finisce nella prigione di Evin; torturata e condannata a morte, si salva "in extremis": la pena viene commutata in ergastolo. A salvarla, uno dei suoi carcerieri, che la sposa, ne ottiene la liberazione e poi emigra con lei in Canada. Una "parabola" che solo vent’anni dopo ha trovato la forza di raccontare in
"Prigioniera a Teheran", recentemente portato in Italia da "Il Cairo editore" (pagine 318, euro 17,00).

Che idea si è fatta dell’attuale situazione politica iraniana?

«Gli iraniani sono un grande popolo con una grande storia, e si risolleveranno non appena saranno pronti. Un giorno raggiungeranno quella democrazia per la quale hanno combattuto: ma deve venire da loro stessi, non dall’Occidente. Dopo l’invasione americana dell’Iraq, gli iraniani si sono sentiti chiusi in un angolo. Non vogliono essere i prossimi. All’uscita del mio libro, diversi iraniani mi hanno criticato, sostenendo che io, denunciando il governo islamico e le atrocità che ha commesso, chiedessi un’invasione dell’Iran da parte degli Stati Uniti. Ma io non ho mai voluto una cosa del genere: ho soltanto condiviso le mie esperienze con gli altri».

Che cosa significa nascere cristiani in Iran?

«Mio padre mi ha raccontato che quando era bambino (ai tempi del padre dello "scià"), c’era un gruppo di persone che era solito gettare pietre contro sua madre nella via, chiamandola "sporca cristiana", e mio padre stesso è stato vittima di "vessazioni" a scuola per il suo essere cristiano. Durante la mia infanzia, però, le cose erano molto migliorate. La gente si era abituata ai cristiani e li trattava con rispetto.
Nella mia scuola c’erano ragazze di diverse religioni: la maggioranza era sempre musulmana, ma c’erano anche "bahai", "zoroastriane", cristiane ed ebree. E si andava tutte d’accordo: la religione di appartenenza non era un problema. Ma quando venne la "Rivoluzione islamica", tutto tornò a peggiorare.
Contro noi cristiani non c’era una particolare ostilità, purché accettassimo la legge islamica e non tentassimo di convertire nessun musulmano. Ma anche i cristiani trovarono qualche difficoltà; per esempio, la scuola maschile retta dai salesiani – una delle migliori scuole di Teheran, che accoglieva ragazzi di ogni fede – fu chiusa dalle guardie rivoluzionarie subito dopo il successo della "Rivoluzione", e la maggior parte dei sacerdoti fu deportata, accusata di essere spie israeliane soltanto perché avevano compiuto studi in Terra Santa».

Rimaneva spazio per praticare la propria religione?

«Nel 1985-'86 lavorai con un gruppo di suore cattoliche armene che gestivano una scuola femminile a Teheran. Era stato proibito di insegnare alle ragazze – tutte armene – il catechismo cristiano. Il governo islamico aveva approntato testi di educazione religiosa per gli studenti cristiani, che non avevano nulla a che fare con gli insegnamenti della Chiesa; inoltre, questi "catechismi" emendati e distorti erano in persiano, non in armeno, al fine di consentire un completo controllo del governo sui materiali d’insegnamento».

Lei è stata arrestata perché cristiana?

«Non perché cristiana, ma semplicemente perché ero una ragazzina che non teneva la lingua a freno e che non accettava di vivere nell’ingiustizia. Quando venne la "Rivoluzione islamica" ero estremamente sospettosa: capivo che gli iraniani volevano la libertà, ma non ero sicura che l’avrebbero ottenuta».

Quali reazioni ha registrato dopo la pubblicazione del suo libro?

«Mi sono dovuta confrontare con la follia della politica iraniana. Sono stata attaccata sia dall’estrema destra sia dall’estrema sinistra dello "spettro" politico iraniano. I sostenitori del governo islamico hanno detto quello che mi aspettavo da loro: che non ci sono mai state migliaia di prigionieri politici, né torture. Quelle che mi hanno sorpreso sono state le reazioni dei gruppi marxisti islamici e comunisti. Ma forse avrei dovuto aspettarmele».

Che cosa hanno detto?

«Mi hanno chiamata traditrice, perché ho sposato la persona che mi aveva interrogata, dopo che questi aveva minacciato di arrestare i miei genitori. Ma all’epoca avevo diciassette anni. Questi attacchi sono il risultato di intolleranza, come quelli di ogni estremismo – sia esso religioso, ideologico o politico».

Lei ha perdonato?

«Come essere umano e come cattolica, ho scelto di perdonare il mio carceriere, Ali, che mi aveva violentata. Ma non posso perdonarlo per quello che ha fatto alle altre prigioniere. Il perdono è una scelta estremamente personale, non può essere collettiva; ognuna di loro deve scegliere individualmente che cosa fare con le proprie esperienze. Perdonare una persona è possibile; perdonare un "sistema", come quello della repubblica islamica, non lo è».