INTERVISTA

Dopo secoli di rapporti tesi, ma anche di commerci con l’Occidente,
il Paese musulmano preme per entrare nell’"UE". Parla lo storico Giovanni Ricci.

RITAGLI    La Turchia, l’Europa e la "porta" balcanica    MISSIONE AMICIZIA

«L’impero ottomano era "multinazionale" e "multireligioso",
ma oggi la presenza dei cristiani è poco tollerata e assai ridotta rispetto al passato».

Edoardo Castagna
("Avvenire", 10/4/’08)

Milano ha saputo reggere l’assalto e ricacciare la "minaccia", portandosi a casa l’"Expo 2015", ma i turchi restano sempre alle porte dell’Europa. Appena dentro o appena fuori, secondo le "inclinazioni" di ognuno – come sempre, quando si parla di quegli sfuggenti "crinali" che sono i confini. Non è una novità, tanto che "I Turchi alle porte" è il titolo di un saggio, in uscita in questi giorni ("Il Mulino", pagine 178, euro 13,50), di Giovanni Ricci, storico all’Università di Ferrara: «Lo so, potrebbe essere il titolo di un "pamphlet" contemporaneo sull’ingresso della Turchia nell’"Unione europea" – riconosce sorridendo – . Invece è la citazione di un filosofo "neo-platonico" del 1595, Francesco Patrizi».

Vecchia storia, per l’Europa, parlare di "minaccia" musulmana?

«Sì, almeno a livello collettivo, dove domina il sentimento di paura: quando a muoversi sono formazioni di "massa" – Stati, eserciti, religioni "strutturate" – lo scontro è quasi inevitabile.
Tuttavia già nel Cinquecento, su un altro piano, si aprivano gli spazi dell’incontro individuale. Anche allora esisteva sempre la possibilità di un incontro tra cristiani e islamici (all’epoca non si distingueva tra "turchi" e "musulmani"), che poteva avvenire su basi individuali, nel commercio, nell’amicizia, nell’amore».

Come venivano costruiti, all’epoca, questi "ponti" individuali?

«Le possibilità erano molteplici. C’era chi faceva il passo totale e cambiava religione, da una parte e dall’altra: a partire dal Cinquecento si osservano due "flussi" di conversione che, come sempre in questi casi, comportavano scelte radicali e profonde. Ma, a parte questo, più interessante è quell’incontro che non implica lo "stravolgimento" della propria identità; quello che, pur mantenendo il "sé" ricevuto, rende capaci di colloquio e comunicazione con chi rimane visibilmente "altro". Nel Cinquecento possibilità di questo tipo si verificavano in molte occasioni, principalmente legate al commercio. Quando la guerra non "infuriava", mercanti e marinai delle due sponde del Mediterraneo comunicavano tra di loro, tanto da dar vita a una loro "lingua": la cosiddetta lingua "franca", curiosissima mescolanza di "lessico" e strutture "sintattiche" turche, "greco-bizantine", arabe, veneziane, genovesi, catalane… Nell’incontro individuale, diventava palese come ognuno mettesse un "frammento" della propria identità nella costruzione dell’incontro quotidiano».

Un "modello" che ancora oggi potrebbe insegnarci qualcosa?

«Ora, io non sono un "politologo", ma uno storico dei secoli passati. Però mi sembra evidente che su un tema così "cruciale" per il destino dell’Europa e per la sua stessa identità – il tema dell’adesione della Turchia all’"Unione" – ci possano essere visioni fortemente "differenziate": chi vi vede una possibilità di arricchimento, chi un possibile "freno" a derive "fondamentaliste" pericolose, chi invece uno "snaturarsi", una perdita d’identità e di radici. Ecco: mi sembra che il principale elemento di continuità tra passato e presente sia sostanzialmente l’ambiguità della percezione, oscillante tra lo "scontro collettivo" e l’"incontro individuale"».

Oggi, nei rapporti con i musulmani, pesa però molto il fatto che in Europa sia presente una forte componente di "immigrati".
Questo islam "interno" è una novità degli ultimi decenni?

«Non del tutto: anche nei secoli passati c’era una presenza musulmana in Europa, naturalmente con numeri molto minori, fatta di mercanti, "delegati" nelle città mercantili, schiavi "rematori"; a Venezia c’era perfino un cimitero per i turchi... Piccoli nuclei di musulmani in terra cristiana ci sono sempre stati. La grande differenza sta però nel fatto che allora esistevano, in terra musulmana, nuclei di cristiani assai maggiori di quelli attuali.
L’impero ottomano era "multinazionale" e "multireligioso", tanto che in alcune regioni dell’impero i cristiani erano la maggioranza: Bulgaria, Grecia, Serbia…».

Oggi l’islam "balcanico", figlio del radicamento di quei secoli, si è ormai distaccato dalla "matrice" ed è diventato del tutto europeo, o potrebbe diventare un "ponte" con quello "mediorientale"?

«L’islam "balcanico" è composto da popolazioni "autoctone" islamizzate, ma che mantengono un forte legame con le loro "radici": i musulmani di Bosnia, per esempio, non parlano turco, ma lingue slave.
Quindi sì, in questo senso sono popolazioni islamiche che potrebbero, in un clima diverso, fungere da "ponte": la loro "immersione" nella storia europea è totale. Però ci vorrebbe appunto un clima diverso, quello che consentirebbe l’esistenza di "ponti": e finora non l’abbiamo ancora visto».