Diario da Kimbau

RITAGLI   Ma la morte è parte della vita   SEGUENTE

Fra i miei «ultimi» ritrovo il senso profondo della mia vita.

CHIARA CASTELLANI, medico missionario in Congo.

Chiara Castellani*
("Mondo e Missione", Aprile 2006)

Quando i mezzi sono limitati, talvolta i gesti che facciamo apparire come professionali (quello stetoscopio sul torace del malato morente, a seguire il battito cardiaco che lentamente si spegne) sono pura ritualità, che maschera la nostra impotenza. Ma questa ritualità può trasformarsi in preghiera, per offrire a Dio il nostro limite. Quando ero in Nicaragua, avevo dimenticato come si può pregare anche di fronte alla morte. Ogni volta che il malato moriva, mi disperavo: la morte del malato per noi medici è un fallimento.

Anche a Kimbau spesso piango per ogni bambino che muore. Eppure ora che sto riscoprendo Dio accanto a me, compagno di strada, ho cominciato a trasformare quella ritualità che esprime i nostri limiti in una preghiera semplice che affida il malato grave a Dio. Preghiamo prima di ogni intervento d’urgenza, specie i cesarei. E quella preghiera mi ricorda che sono solo uno strumento. Non sono io che decido sulla vita e sulla morte, ma è Lui. Lui che non mi lascia sola. Nei momenti di difficoltà scopro la maternità di Dio. In quei momenti siamo tutti nelle sue braccia: io e il malato grave che affido a Lui. Prego con le parole di Cristo il Giovedì Santo: «Era tuo, tu l’hai dato a me, io ho fatto quello che mi era umanamente possibile, ora lo restituisco, alla Tua onnipotenza ma anche alla tua tenerezza».

Quante volte ho avuto e ancora ho tanta voglia di scappare davanti a situazioni più grandi di me a cui non riesco a far fronte. Ho vissuto decine di volte veri momenti di angoscia. Eppure resto. C’è qualche cosa più forte di me: sto comprendendo ormai che il cammino preso è «senza ritorno», che le mie scelte di vita sono irreversibili. Non saprei dire quando è stato per me il momento del «non ritorno»: forse fu il momento dell’incidente, quando il desiderio di tornare in Congo mi permise di accettare fino in fondo e di vivere positivamente la mia mutilazione. Forse fu quando uccisero il dottor Richard, e lui prima di morire mi consegnò quel suo testamento spirituale che conservo come una reliquia: «Non abbandonare la mia gente dall’altro lato del fiume, sii medico anche per loro». O forse ancora fu quando mi ammalai di Black-Water Fever, e furono coloro che mi erano attorno, le suore, il vescovo, l’abbé Yves, che si fecero in quattro per cercare un donatore di sangue, per salvare la mia vita che se ne stava andando, che mi stava sfuggendo. E che mi è stata restituita, gratuitamente, come un dono d’amore.

Fra i miei «ultimi» sto ritrovando il senso profondo della mia vita e della mia professione, di questo marciare quotidianamente in instabile equilibrio su quel filo sottile come una ragnatela che lega e separa la vita e la morte. Perché come medico sono indissolubilmente legata alla vita e alla morte, a queste realtà in apparenza opposte, eppure così strettamente interdipendenti. La vita dà senso alla parola morte e la morte è una parte della vita. Ma la medicina moderna rifiuta il legame indissolubile fra vita e morte su cui si incarna la nostra professione, che ci vuole strumenti di vita. Nell’eutanasia il medico diviene strumento di morte. Anzi, si arroga il diritto di decidere della vita o della morte di qualcuno. Forse perchè si illude di poter farsi arbitro in questo eterno confronto. Allora, da strumento di sopravvivenza, di salvezza, il medico si fa carnefice.

La medicina in Europa è malata di delirio d’onnipotenza. Lo sviluppo tecnologico ha portato la scienza medica a confrontarsi con limiti che non sono più tecnici, ma umani: chi cerca di oltrepassarli, sta cercando di valicare il confine fra umano e divino. Io qui a Kimbau, nel mio piccolo, mi sento strumento di Dio, e la coscienza di essere una piccola cosa nelle sue grandi mani mi esalta e mi dà il coraggio di continuare. In Europa, ho l’impressione che la mia professione stia cercando di sfidare Dio. E proprio per questo, quando fallisce, anziché accettare la malattia cronica, l’invalidità, la morte come evento doloroso, ma da interpretare in modo positivo nella globalità del disegno di Dio di cui facciamo parte, rifiuta tutto ciò che è sofferenza e sceglie il suicidio, l’eutanasia.

Perchè in 15 anni di Congo non ho mai assistito a un caso di suicidio? Gli africani sono innamorati della vita, gli europei hanno perduto il senso della vita. E molti medici hanno perduto il senso della loro professione. Io non voglio farlo.  

* Medico missionario in Congo