Ma quel buio protegge anni di sogni che non si spengono!

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Chiara Castellani*
("Mondo e Missione", Giugno-Luglio 2007)

Alla vigilia di Pasqua un fulmine ha spento in un solo istante la nostra preziosa «lampadina», e con lei il "modem" dell’e-mail radiofonico e il computer con tre mesi di lavoro. Ma non ha spento i nostri sogni testardi!

Certo il giorno dopo, quando ho visto tutto miseramente spento, avevo voglia di piangere. Possibile che il lavoro di anni possa venir cancellato nello spazio di un centesimo di secondo dalle forze scatenate della natura "matrigna"? Ma poi ho ricominciato a sperare, con la testardaggine di sempre. Soprattutto adesso che scrivo da Kinshasa, la bella e triste capitale di questo Paese disastrato dove le inondazioni di questi giorni e l’erosione che ne deriva, causata da secoli di deforestazione selvaggia, stanno distruggendo il lavoro di decenni di altri sognatori come me.

Ma non è solo la natura che qui è "matrigna": lo è anche la classe dirigente appena eletta, ed è per causa sua che da settimane sono condannata all’isolamento perché, anche quando la «lampadina» era ancora accesa, da settimane l’e-mail non funzionava più: benché infatti avessi l’elettricità e il computer fosse quasi sempre acceso e così la radiofonia, i miei messaggi venivano sistematicamente rifiutati dal "server" di Kinshasa.

Tutto è cominciato con quei tiri d’arma da fuoco che sono esplosi nel cielo piovoso della capitale il 22 marzo. I colpi si sono fatti sentire soprattutto in prossimità della residenza dell’ex vice-presidente Jean-Pierre Bemba, che non ha voluto cedere le armi e cominciare un cammino di pace. Ma non è solo Bemba che dovrà rispondere davanti a Dio e al popolo congolese dei morti e feriti civili di quel tragico "weekend": il presidente eletto, Joseph Kabila, è responsabile di aver risposto alla violenza con la violenza, aggiungendo sangue e lacrime a una notte già senza stelle.

Quei colpi ciechi di "kalashnikov" hanno terrorizzato la gente che si preparava ad andare al lavoro o a scuola nel quartiere residenziale della Gombe. Centinaia di uomini armati in quel triste mattino hanno fatto irruzione fuori dal loro perimetro sulle strade già affollate, cantando e danzando rabbia e desiderio di vendetta con un nastro rosso sulla fronte in segno di guerra e i fucili d’assalto fra le mani. Sinistri simboli di una violenza a cui entrambi gli ex candidati alla presidenza non hanno voluto rinunciare.

«C’erano proiettili che cadevano ovunque - racconta un insegnante del collegio Boboto, scuola secondaria tenuta dai gesuiti - : anche fra i ragazzi, che hanno dovuto rifugiarsi per giorni all’interno delle aule, senza poterne uscire. Anche i bus scolastici, venuti per evacuarli dal collegio e dal vicino liceo Bosangani, sono rimasti bloccati». Un quartiere ricco e sereno, popolato da ragazzini spensierati figli di famiglie benestanti, è piombato nel caos ed è stato tenuto in ostaggio dalla violenza di vecchi e nuovi governanti.

È veramente brutto sapere che degli innocenti sono morti o rimasti feriti e che il governo rifiuta di farsi carico delle loro cure ospedaliere. Oltre al lutto per quelli che sono stati uccisi, opprime il pensiero di quanti soffriranno per tutta la loro vita delle conseguenze di questo e di molti altri atti criminali, di cui nessuno si prende la responsabilità.

Ma nonostante tutto non muore la mia fiducia nell’uomo: dietro le nuvole c’è la luna, mi dicevo ancora alla vigilia di Pasqua, dando la colpa della mancata connessione all’atmosfera carica di pioggia dei primi di aprile. Anche dopo la notte più lunga e più buia, il sole dovrà sorgere. Dopo il venerdì santo, viene la risurrezione. Ma pochi giorni prima di Pasqua, mentre tutti dormivamo, ci ha risvegliato lo schianto di un fulmine, e il mattino dopo la «lampadina» si era spenta!

Qui hanno dato tutti la colpa ai "bandoki", gli "spiriti maligni" che si sono scatenati. E non solo. Uno dei computer si è improvvisamente bloccato. Poi si sono rotte la stampante dell’ecografo, la fotocopiatrice e infine le pompe d’acqua. Quella notte sono «morti» anche il computer dell’e-mail e il "modem", mentre lo stabilizzatore a cui erano attaccati è inspiegabilmente rimasto indenne. Misteri della scienza o "bandoki"? Alla fine ho pensato che forse è meglio così: che la «lampadina» si sia spenta qualche giorno per permettere di installare le misure minime di sicurezza e proteggere anni di lavoro e di sogni che non si spengono!

* Medico missionario in Congo