La testardaggine dei poveri è anche quella di Dio

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Chiara Castellani*
("Mondo e Missione", Agosto-Settembre 2007)

La benedizione è il modo concreto con cui Dio porta avanti nella storia il suo impegno di fedeltà e il suo disegno di amore verso il chiamato.
Quando facevo la terza elementare venne un missionario nella mia classe per parlarci della sua azione pastorale fra i malati e gli emarginati nell’Africa sub-sahariana. Non presentò immagini, ci narrò solo la sua storia, e a conclusione ci provocò: «Voi bambini non avete mai letto il Vangelo». Noi provammo a protestare, e lui proseguì: «No, perché se voi aveste veramente letto il Vangelo, verreste tutti in Africa con me». Il coro di proteste fu quasi unanime; io però rimasi ammutolita: tutte le sere papà leggeva a noi bambine un brano del Vangelo.
Quando tornai a casa dissi alla mia mamma che da grande volevo fare il medico per curare i malati dimenticati dell’Africa. La testardaggine l’avevo già da bambina, ed è stato grazie a questa testardaggine che alla fine sono riuscita ad arrivare qui in Africa, anche se dopo più di trent’anni e dopo essere passata per l’America Latina. Per molti la testardaggine è un difetto; per me è stata un dono dello Spirito. La chiamano perseveranza, nel mio caso la perseveranza di credere nel sogno. La testardaggine dei poveri che è anche la testardaggine di Dio: non la si legga come una bestemmia, io ne sono convinta!
Ma che si chiami testardaggine o perseveranza nel seguire la chiamata, Dio ha benedetto la mia giovinezza guidandomi verso la realizzazione del sogno di bambina. E così, dopo aver studiato medicina con l’entusiasmo e la motivazione di chi crede nel sogno, alla fine in Africa ci sono arrivata davvero, ma non certo in una grande realtà di pregnanza storica, bensì in un posto dimenticato dagli uomini ma non da Dio. Qui dimentichi presto tanti romanticismi e ti rimbocchi le maniche, però non smetti di sognare e di credere con perseveranza nel sogno.
Certo, la chiamata di Dio è un invito a vivere nel concreto della storia, facendo i conti con la croce. Quando le cose non vanno, e combatto fra difficoltà e incomprensioni, mi ripeto: «Chiara, hai dimenticato la follia della croce?». La croce è un privilegio, perché la croce è follia. Follia di chi muore sulla croce e di chi accetta di condividerne il trasporto. Se non sappiamo accettare la follia della croce, rischiamo di trasformarla in un simbolo astratto, in una vuota decorazione. Rischiamo di diventare degli "strumentalizzatori" della croce.
Nella lettura dei miei vent’anni di vita missionaria, Gesù ha promesso a san Pietro - ma anche a Chiara - «il centuplo qui sulla terra, l’eternità e persecuzioni». E nelle "Beatitudini" Gesù considera la persecuzione una delle grandi ragioni per sentirsi beati. In questo contesto, che ci apre al disegno di Dio su di noi, la croce ci si rivela come una realtà sovversiva rispetto al comune ragionamento umano. La follia della croce!
Scopri la croce arrivando a Kimbau fra gente che da sempre vive senza luce e senz’acqua, senza i beni di prima necessità. Senza diritti. Eri medico e ti scopri soggetto politico. Ti batti perché i poveri abbiano accesso a luce e acqua, perché è loro diritto. Poi in certi momenti ti chiedi se veramente valeva la pena di dare gli anni della giovinezza, la carriera, mettere in gioco la propria competenza sfidata ogni giorno dall’isolamento intellettuale: non sono stata un’illusa, un «servo inutile»?
Sinceramente, quando sono stanca non lo so; so soltanto che le situazioni che viviamo in Congo come missionari sono comunque più grandi di noi ed è per questo che talvolta, sotto tensione continua, finiamo per sfogare le nostre angosce e le nostre contraddizioni su chi ci resta accanto, su chi condivide il cammino: come si discute in seno alle famiglie le più unite, fra genitori amorevoli e figli devoti, fra coniugi innamorati, fra gente che comunque si ama e ha reciprocamente bisogno l’uno dell’altro.
Certe volte noi missionari viviamo nella contraddizione e la esprimiamo anche nel rapporto con gli altri, ad esempio con il clero locale che vive quella stessa contraddizione. Ma in realtà non so vedere in questo nostro essere «segno di contraddizione» delle gravi incoerenze nel nostro modo di agire e di operare, e soprattutto nella motivazione di fondo: essere al servizio degli ultimi.

* Medico missionario in Congo