DAL CONGO

In occasione dell’"Anno Paolino",
indetto da
Benedetto XVI nel segno dell’"Apostolo delle Genti",
e che si aprirà il 29 giugno 2008,
Chiara Castellani ha scritto una lettera agli amici preti,
incontrati durante questi anni.
La prima parte l’abbiamo pubblicata
sullo scorso numero di "Mondo e Missione".
Qui sotto la seconda e ultima.

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«Impariamo a curare le anime,
passando per quella "porta" che si chiama corpo».

Chiara Castellani*
("Mondo e Missione", Marzo 2008)

(2 - seguente)

In che cosa si assomigliano il medico e il prete? Me lo chiedo spesso da quando abbiamo cominciato ad incontrarci e confrontarci sul significato della tua e mia missione: come curare i corpi lo capisco appena; come curare le anime per niente.
Forse è per questa ragione che ho preferito curare i corpi, mi sembra più facile che curare le anime. È più concreto e visibile. Si possono anche vedere i risultati immediati del nostro lavoro. Ma rischio sempre di dimenticare che l’uomo è più d’un corpo, ed è anche più di un corpo con un intelletto. Esistono i bisogni del corpo, quelli dell’intelletto e quelli dell’anima. Certo, "anima" è una bella parola; ma è una realtà complessa che nasconde molte cose. Penso che occorra imparare a curare le anime, passando per quella "porta" che si chiama corpo.
Se parlo di queste cose con te, prete, e non con i miei colleghi medici, è perché ho capito che - per la tua formazione e il tuo credo - tu vedi le cose nella loro complessità. O almeno sei sensibile a questi discorsi e "avverso" ad ogni visione superficiale. Come medico ho seguito una formazione solida, logica, "sistematica". E ho acquisito una buona "metodologia" per il lavoro intellettuale, di ricerca. Quindi ho imparato che cosa significa bisogni del corpo e bisogni dell’intelletto. Ma tutto questo non basta. Come medico ho dovuto imparare che devo anche giocare un ruolo importante nella lotta per la giustizia sociale, per l’equità nel diritto alla salute, nella lotta contro la povertà. Ma non basta: esistono anche i bisogni dell’anima. E io non vorrei con l’età perdere la mia sensibilità tutta femminile, la mia capacità di compatire, di percepire i sentimenti, tutto ciò che dà "colore" alla vita. Da molti miei colleghi (e purtroppo anche da alcuni preti che ho conosciuto) i sentimenti erano visti come debolezze. Io invece sono convinta che dietro di essi si nasconde la mia forza, che è una forza tutta femminile.
Qui in Congo siamo "edificati" dall’esempio delle donne: mogli e madri di famiglia, impegnate nella lotta quotidiana per sopravvivere, sono però sempre disponibili verso gli altri nonostante gli impegni. E alle volte le vedo amare il proprio "partner" violento, ubriacone, fannullone, donnaiolo, contro ogni logica; sempre pronte a impegnarsi con tutte le proprie forze in relazioni "disinteressate", conservando intatta la propria capacità d’amare. Il loro esempio mi dà la voglia di iniziare a comportarmi contro ogni "logica" ma secondo il cuore. È la perseveranza nell’amore, che dà corpo a quella che San Paolo chiama la "perseveranza nella preghiera".
Nella vita coniugale noi donne siamo obbligate a imparare a preoccuparci dell’altro, del coniuge, dei bambini. Nella "castità" è più facile indurirsi, e talvolta anch’io ho la tentazione di rinunciare ai miei sentimenti di donna, alla mia sensibilità e femminilità, per essere fredda, peggio d’un uomo. Forse anche per questa osservazione - e non solo perché sono una donna sposata - non ho fatto voto di castità, ma solo di povertà e obbedienza. Perché non avendo mai fatto una scelta di castità la mia vita è stata ed è tuttora piena di sentimenti e di desiderio. Questo mi ha aiutato a stringere amicizie vere con cui ho condiviso molto, ma non l’analisi dei sentimenti. Qui in Congo non ho trovato nessuno a cui poterli confidare salvo a te, che hai il segreto "confessionale" come io ho il segreto "professionale".
Potrei dire molte altre cose a riguardo, ma mi fermo qui. Ti ringrazio per la tua presenza, perché la possibilità di pregare con te mi dà coraggio e perseveranza nella preghiera. Pregherò anche per te. Grazie per il tempo che mi hai già dedicato e che mi dedicherai; e buona fortuna per la tua missione di "pastore". La mia preghiera t’accompagna.
Nella speranza d’incontrarci ancora nei momenti in cui avrò bisogno del tuo sostegno spirituale.

* Medico missionario in Congo