DAL CONGO

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«La diagnosi ti sembrò una "condanna a morte".
Invece con gli altri sei diventato più forte».

Chiara Castellani*
("Mondo e Missione", Maggio 2008)

Ci siamo conosciuti molti anni fa, io non avevo ancora sofferto dell’incidente che mi ha privato del braccio destro e tu eri un giovane campione di calcio ancora scapolo e nel fiore dell’adolescenza. Molti anni dopo, nel 2002, abbiamo affrontato assieme la tua diagnosi, quel verdetto che allora ti parse una "condanna a morte": «Morirò?», mi chiedevi disperato, e io stessa, benché medico, non sapevo darti risposta. Eppure oggi sono dieci anni che convivi con «lei» e fino ad ora ti sei dimostrato più forte di «lei». Anzi, grazie a «lei» stai tirando fuori risorse ed energie insospettate. La malattia, che secondo una mentalità comune avrebbe dovuto distruggerti fisicamente e moralmente, dopo dieci anni ti ha reso più forte. E soprattutto ti ha fatto crescere come persona. Una malattia grave e potenzialmente mortale come la tua - o nel mio caso l’incidente che mi ha privato del braccio e della possibilità di operare - e la morte sono momenti "pregnanti" oltre che "ineluttabili" della vita, quindi eventi decisivi. La vita in Africa è come un ciclo "interminabile" in cui si inseriscono come "eventi chiave" le nascite e le morti di tutti noi. Quindi un "ciclo corale" che non muore né invecchia perché eternamente si rinnova, come si rinnovano il ciclo del giorno ("ntango", che significa anche «sole» e «tempo»), della luna ("ngonda", che significa anche «mese» e «ciclo mestruale»), delle stagioni ("mvula", che significa «anno» e «pioggia»). Quando tramonta il sole, comincia l’attesa dell’aurora. La luna muore a ogni ciclo per "reilluminarsi" come "luna nuova", mentre il ciclo mestruale rigenera dal sangue un nuovo "endometrio" che sarà nido di vita umana. Il freddo e le piogge dell’inverno coltivano i fiori della primavera e i frutti e i semi dell’estate. La morte è come quell’evangelico "chicco di grano" che, disfacendosi nella terra, diviene generatore di vita. I padri vivono nei figli e i figli sono il nostro "viatico" di eternità. Forse è per questo che tu, già malato, hai cercato un figlio, e adesso ne vorresti un altro. Come posso vietartelo, anche se «lei» e il senso comune te lo impediscono?
Se la malattia e la morte sono eventi della vita, sono comunque doni di chi ci ha donato l’esistenza, quel "Dio Madre" che ho imparato a implorare in Africa, perché niente potrà scaturire di negativo dalla tenerezza di una Madre. Siamo noi, in base a come reagiamo, che le trasformiamo, nella nostra incapacità di capire la tenerezza di Dio in un evento che viviamo come negativo. Ma questa incomprensione denota solo la nostra incapacità di lasciarci coinvolgere nella "coralità" del ciclo eterno della vita. Per questo una malattia cronica o mortale possono portare ad atteggiamenti "vittimistici" o, peggio, "depressivi". Quando la diagnosi ti è stata proferita senza alcun tatto, anzi sottolineando una "stigmatizzazione", c’è stato un momento in cui hai rifiutato l’aiuto e persino il trattamento, e ti sei nascosto nella «vergogna del male», quasi che tu dovessi considerarti "colpevole" della tua malattia. Ricorda le parole dei discepoli di fronte al "cieco nato": «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?». Se riteniamo che un evento della vita come la malattia e la morte non siano dono ma punizione di un Dio non più Madre ma giudice, il passaggio dalla punizione all’assunzione della colpa diventa automatico. È stato allora che ci minacciavi di suicidio, finché hai incontrato sul tuo cammino non più la gente a cui facevi falsamente «pena», ma insegnanti da cui imparare e compagni di viaggio con cui condividere. Gli uni e gli altri erano spesso proprio quelle persone che, come te, dovevano fare i conti con «lei» e che avevano deciso che «lei» non era un "nemico" ma una "maestra" che ci avrebbe dato lezioni di vita.
Ma non bastava. A lungo hai opposto resistenza alla diagnosi, non riuscivi ad accettarla. Finché hai imparato la differenza fra speranza e illusione: una malattia incurabile per definizione non dà illusioni, ma non deve mai chiudere la porta della speranza. E allora insieme abbiamo scelto la speranza, che ci ha permesso di ricominciare a guardare al futuro ma con occhi adulti, accettando di vivere con «lei», conoscendola a fondo, senza averne più paura. E hai maturato l’idea di assumere tu stesso la "missione" di accompagnamento per tutti quelli che devono imparare a confrontarsi con «lei». È stata «lei» a farti capire il tuo grande compito di amore su questa terra.

* Medico missionario in Congo