Una storia di malattia, di paura e di amore

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Chiara Castellani*
("Mondo e Missione", Gennaio 2007)

La storia di Kikanda è simbolica della tragedia dell’Aids che stiamo vivendo in Repubblica Democratica del Congo. Alto, prestante, campione di calcio, innamorato di sua moglie e legatissimo ai cinque figli, Kikanda presenta i primi sintomi appena nominato infermiere supervisore per lebbra e tubercolosi. Non fa nemmeno in tempo a cominciare, che inizia a vivere su se stesso il dramma dell’autodiagnosi. Kikanda scopre il bacillo della Tbc nei suoi stessi polmoni. «Tu sei sempre a contatto con i malati, per forza sei esposto…». Mi sorride amaro, pensa a quella sua fidanzata a Kenge, quando aveva vent’anni. Era bella, ma poi si è ammalata di Tbc, è guarita, ma è morta lo stesso. «Misteriosamente».
Anche Kikanda guarisce. Sta bene per un po’, poi ricomincia la febbre. Un giorno mi chiama in disparte. Ha le ghiandole linfatiche gonfie all’inguine. Guarisce, ma poi le scopre al collo, alle ascelle... La febbre ricomincia e anche i dolori addominali… «Non ti sarai beccato il tifo?». Quando viene a Kimbau il coordinatore provinciale per lebbra e Tbc, trovandolo ancora malato, mi chiede perché non abbia fatto il test per l’Hiv. Gli spiego che il solo a farlo è suo suocero. Non può certo essere lui a fare una diagnosi del genere a suo genero, e forse, subito dopo, a sua figlia, e ai figli di sua figlia…
Partiamo allora per Kinshasa dove lo accompagno a fare il test che ci costa un occhio della testa. Per il risultato ci fanno aspettare cinque giorni. Kikanda, però, all’ora fissata non c’è e inutilmente l’aspetterò: ha troppa paura. Ci metterò un anno per convincerlo che è suo diritto-dovere sapere, per lui, per sua moglie e per i bambini. Quando torniamo a Kinshasa per la risposta ci mandano letteralmente al diavolo. Possibile che non capiscano la tragedia umana di chi, come Kikanda, percepisce il test positivo come una condanna a morte? Per convincerlo a rifarlo ci vorranno altri sei mesi. Questa volta si fa trovare puntuale, ma è terrorizzato. Anch’io tremo: è evidente che entrambi non siamo pronti a un verdetto mortale. Quando il medico ci comunica il risultato, Kikanda scoppia in un pianto dirotto. Lo lasciamo piangere, anche perché ho tanta voglia di piangere anch’io. Mi implora di far venire sua moglie da Kimbau, con i bambini. Ci guardiamo in faccia, il medico ed io: sono sposati da 12 anni, che speranza c’è che lei e i suoi figli siano negativi?
Nel viaggio successivo verso Kinshasa, la moglie è con me, insieme al bimbo più piccolo, che ancora allatta. Entrambi sono spesso malati e io non mi faccio illusioni. Ma dopo i fatidici cinque giorni abbiamo una sorpresa: il test della moglie è negativo e nel bambino non ha più senso farlo. Il medico mi chiede di parlarne subito alla coppia.
Quando li riunisco, ho un’altra sorpresa, Kikanda reagisce male: «Mia moglie mi abbandonerà». E forse ha ragione. Lei si rifiuta di rivedere il marito, che per due anni implorerà inutilmente la sua presenza. Intanto, con il mio aiuto, e quello di amici italiani, Kikanda comincia il trattamento anti-retrovirale. Quando cerco di parlare con la moglie, capisco l’origine del suo rifiuto. Kikanda ha avuto relazioni sessuali con lei quando già conosceva la sua positività. «Perchè l’hai fatto?». Kikanda mi risponde tremando: «Lo so che ho sbagliato, ma io volevo un altro figlio, prima di morire».
Kikanda va a lavorare a Kinshasa e con quello che guadagna si paga irregolarmente gli anti-retrovirali, con l’aiuto ancora più irregolare di amici italiani, che mi obiettano, forse giustamente: «Perché aiuti un singolo, e non la collettività?». Non so che rispondere, salvo inviare in Italia i messaggi disperati di Kikanda.
La moglie continua a rifiutarlo: lui cerca un figlio, per avere la gioia di poter ancora generare un briciolo di quell’eternità della vita di cui ogni africano si sente parte, e da cui lui si sente escluso. Anch’io, però, finisco per ostacolare il ricongiungimento. Finché arriva un messaggio che ci informa che Kikanda ha avuto un incidente e si è fratturato il femore. La moglie viene da me, i grandi occhi pieni di lacrime e di paura. La tranquillizzo. E così parte per Kinshasa, con i cinque figli e quel poco che possiede, per occuparsi del marito. E capisco finalmente che ancora lo ama, che l’amore vince la paura, e che le vie del Signore sono infinite.

* Medico missionario in Congo